di Gianpaolo Santoro
Qualcuno ha storto il naso, invocando i soliti gufi, dopo le previsioni del Fondo monetario Internazionale (ci vorranno venti anni per riportare l’Italia ai livelli di pre-crisi). In effetti c’è chi non è d’accordo con l’Fmi, prendi Roberto Orsi, cervello in fuga alla London School of Economics (Lse, prestigiosa università inglese specializzata in economia e scienze sociali), che nel suo blog ha scritto un articolo dal titolo inequivocabile: Fra 10 anni dell’Italia non resterà nulla. Venti anni sono troppi, l’abisso è dietro l’angolo.
Un’analisi spietata, cinica. L’eutanasia di un Paese che in soli venti anni “è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale” , un Paese che è stato capace di distruggere il suo capillare tessuto manifatturiero perdendo negli ultimi tempi più di 32mila aziende manifatturiere.
L’Italia della prima Repubblica si basava su un capitalismo di relazione, un solido sistema bancario, alcuni solidi e importanti distretti industriali e il controllo del pubblico nei settori strategici: un sistema per carità pieno di difetti e di storture, ma che aveva, comunque, fatto del Paese una delle prime economie mondiali. Per anni l’Iri è stata la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti. Poi la nostra storia è cambiata: globalizzazione, unione europea, troika, desertificazione economica e industriale.
Siamo un Paese in vendita. Molta parte delle aziende più appetibili sono già andate via. Comprate, alcune svendute, altre quasi “regalate”. Sono le regole del mercato, la globalizzazione. Ma, soprattutto, le conseguenze di un Paese che affoga nelle tasse, nella burocrazia, nella mancanza della certezza del diritto: spesso vendere è l’unica soluzione. Ed infatti abbiamo venduto tutto. Anche l’anima.
Una volta ho cercato di raccontare che fine hanno fatto i maggiori brand italiani. Sembrava di recitare un infinito rosario, non c’è rimasto più nulla, il made in Italy è una finzione, non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere.
L’Alitalia è degli emirati arabi uniti, la Pirelli cinese, la Fiat è americana, la birra Peroni sudafricana, Galbani francese, la Ducati e la Lamborghini tedesche, Gancia sovietica, Cinzano americana, Krizia cinese, Fendi, Gucci e Pomellato francesi, Valentino della famiglia araba reale del Qatar, Sergio Tacchini cinese, Ferrè francese, Fila sudcoreana, Miss Sixty-Energie e Lumberjack singaporiane.
Ed ancora: Ar Alimentari Spa, primo produttore italiano di pomodori pelati è giapponese. Buitoni, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e pure la Valle degli Orti sono svizzere. Algida è olandese, gli oli Carapelli, Bertolli e Sasso spagnoli. I cioccolatini Pernigotti sono turchi, Caffarel svizzera. Le confetture Santa Rosa e il riso Flora anglo-olandesi, Invernizzi francese. Star, quella “del doppio brodo Star” (e i marchi Pummarò, Sogni d’oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo, Risochef, Mellin) spagnola, Italpizza inglese. Simmenthal e il Gruppo Fini, (quello dei salumi e della pasta ripiena) americani. Antica Gelateria del Corso, il Gruppo Dolciario Italiano, Sanpellegrino e le acqua minerali e bibite analcoliche, Levissima, Panna, Recoaro, Pejo, San Bernardo, la Claudia sono svizzere. Stock, quelli che “se la tua squadra del cuore ha vinto brinda con Stock 84, se la squadra del cuore ha perso consolati con Stock 84”, americana. Zanussi svedese, Indesit americana. I supermercati Gs francesi, la Rinascente thailandese. Bnl e Cariparma francesi, l’assicurazione Ras tedesca. E come se non bastasse anche la Ferrari ha messo in vendita parte delle sue azioni…
E sia chiaro, è solo una spolverata di quello che non abbiamo più. E non è finita qui, là dove c’è da arraffare qualcosa che vale, subito arrivano i predatori d’oltre confine. E così è venuto il turno di Italcementi, colosso italiano controllato dalla famiglia bergamasca Pesenti (che attraverso la holding Italmobiliare è stata per decenni esponente di spicco di quel capitalismo di relazione con partecipazioni determinanti nel salotto che conta che da Mediobanca arrivava fino al Corriere della Sera). Per 1,6 miliardi la famiglia Pesenti ha venduto il 45 per cento di Italcementi alla tedesca HeidelbergCement. Seguirà un’Opa totalitaria sul gruppo bergamasco, per un’operazione che in totale, tra capitale e debito, vale 7 miliardi di euro.
Il nuovo gruppo avrà una capacità produttiva totale da circa 200 milioni di tonnellate di cemento, 275 milioni di tonnellate di aggregati, 49 milioni di metri cubi di calcestruzzo. Coi dati 2014 vorrebbe dire un fatturato da 16,8 miliardi di euro, generato in più di 60 Paesi nei 5 continenti. Si è venuto a formare così il primo gruppo nel settore degli aggregati, il secondo nel cemento e il terzo nel calcestruzzo. E, anche se la famiglia diventerà il secondo azionista del gruppo tedesco, si è chiuso un importante capitolo della storia industriale italiana, un gruppo storico, un’azienda di centodieci anni. Addio Italcementi. Ecco Deutschementi…










