Il rapimento Moro
non fa più notizia

 di Eduardo Palumbo

16 marzo del 1978, in via Fani, a Roma le Brigate Rosse rapirono il presidente della Dc Aldo Moro e uccisero gli uomini della scorta. Fu il punto più alto dell’attacco terroristico “al cuore dello Stato”, come le Br chiamarono la loro strategia. I grandi giornali oggi non dedicano neanche una riga ad un avvenimento che ha cambiato la nostra storia.

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La strage di via Fani

Aldo_Moro_brIl rapimento durò 55 giorni, fino a quando i terroristi uccisero Aldo Moro e fecero trovare il suo cadavere in via Caetani, nel pieno centro di Roma. In quelle settimane le forze politiche si scontrarono sulla linea della fermezza, sostenuta dai due principali partiti, la Democrazia Cristiana (di cui Moro era presidente) e il Partito comunista italiano di Enrico Berlinguer. Il Partito socialista, allora guidato da Bettino Craxi, si mostrò disponibile a una trattativa. Furono 55 giorni densi di polemiche e di misteri, sui quali negli anni successivi hanno cercato di indagare diverse commissioni di inchiesta, tra cui la Commissione sul rapimento Moro e successivamente la Commissione sul terrorismo e le stragi. Riportiamo uno scritto di Giulio Andreotti  sulla vicenda.

 Perché Moro?

Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Luigi Berlinguer e Aldo Moro

di Giulio Andreotti

Che nella nazione che aveva sofferto oltre venti anni di dittatura vi fosse una rigorosa attenzione verso ogni rischio involutivo, è più che logico. Ingiusto fu pertanto il rimprovero – avanzato in relazione all’insorgere di crudeli omicidi e “gambizzazioni” – che non si fossero prese adeguate precauzioni.
Il trentesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro (16 marzo) ha provocato ampie rievocazioni di quella cruda stagione; della quale si conoscono ormai fatti e interpreti, essendosi chiarite le ipotesi, e rinnovandosi quelle a lungo caldeggiate, come una prevalente mano straniera su quanto accaduto.

Perché Moro? Alcuni dicono che per la sua residenza romana periferica fosse meno difficile mettere in atto il sequestro. Ma credo che, vera o no questa minore difficoltà, vi fosse l’obiettiva convinzione che per nessun altro politico (ovviamente me compreso) si sarebbe avuto un riscontro di emozioni e di cronache come si ebbe per lui.
In un discorso – divenuto storico – tenuto due settimane prima in sede di Gruppo parlamentare, aveva così replicato a chi ci accusava di debolezza verso i comunisti: «Noi abbiamo le nostre idealità e la nostra unità: non disperdiamole; parliamo di un elettorato liberaldemocratico, certo perché noi siamo veramente capaci di rappresentare a livello di grandi masse queste forze ideali, ma ricordiamoci della nostra caratterizzazione cristiana e della nostra anima popolare. Ricordiamoci quindi quello che noi siamo».
di cui alcuni, errando, cercarono di sostenere la non autenticità.  La più nota tra queste lettere è rivolta a Paolo VI, con la richiesta di una forte iniziativa per liberarlo.

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Cossiga in via Caetani

Sono sicuramente lettere autentiche (forse per non farlo apparire debole alcuni amici lo misero inutilmente in dubbio) ma è ingiusto volerne trarre un giudizio direi di poca virilità.
Il Papa aveva per Moro un grande affetto e visse la sua “prigionia” con una particolare trepidazione (ogni sera il segretario particolare don Pasquale Macchi veniva a casa mia per fare il punto). Non chiese però mai il rilascio di detenuti politici, come alcuni lasciarono credere.
Della angosciosa partecipazione di Paolo VI il momento più intenso e commovente si ebbe nell’omelia della messa di suffragio celebrata in San Giovanni in Laterano. Fu un letterale rimprovero a Dio perchè non aveva impedito il misfatto.

Per quello che possono produrre gli approfondimenti, c’è chi si è chiesto e si chiede ancora se non si fosse dovuto aderire (o fingere di aderire) all’ultimatum brigatista. Personalmente non ho dubbi non solo sulla ineluttabilità della resistenza, ma sulla pratica inutilità della ipotizzata trattativa.
Visto successivamente, il fenomeno fu forse da noi quantitativamente sopravvalutato, vedendone anche una inesistente matrice unica.
Quello comunque che gli eversivi non misero in conto era che la violenza non avrebbe provocato paura, favorendo invece una volontà reattiva molto articolata.
Il mutare del quadro certamente comporta oggi forti diffidenze nelle analisi e nelle terapie. Ma sullo sfondo resta sempre il dovere civile e morale di contrastare tutte le forme – anche soltanto in remota radice – d’intolleranza e di sopruso.
Nella trasmissione televisiva dedicata al trentennale di quel 1978 mi ha particolarmente commosso la partecipazione musicale dell’ex piccolo Luca per il quale Aldo espresse nel suo drammatico appello la forte preoccupazione.
Spesso la politica si discosta dai sentimenti comuni della gente. Questa è stata una toccante eccezione.
E non ha alcun significato retorico il citare qui la massima del “defunctus tamen loquitur”.
Trenta anni dopo la voce di Aldo risuona e ammonisce.
Spesso torno a chiedermi cosa sarebbe accaduto se nello scrutinio segreto per la candidatura al Quirinale i due Gruppi democristiani avessero scelto non Leone, ma Moro. Ma a che serve, ormai!

 

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