La mimosa scarlatta

di Marina Rota

Scendendo le scale del palazzo in cui abitava, Giovanna avvertì un leggero stordimento, che la indusse ad appoggiarsi per qualche istante alla ringhiera. Le capitava spesso, negli ultimi tempi. Allungò il passo e uscì per strada, deludendo l’attesa del portinaio, che si era affacciato alla guardiola, per fare due chiacchiere con la dottoressa (così elegante, gentile, forse un po’ troppo riservata, come si diceva nel caseggiato) per chiederle un consiglio sull’artrite reumatoide della moglie, e offrirle il mazzolino di mimose che diligentemente aveva preparato per tutte le signore della casa.

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Giò si affrettò verso l’ospedale in cui lavorava come onco-ematologa. Certo, se non fosse stato per la debolezza che continuava a provare, oggi sarebbe stata una meravigliosa giornata, fra il sole e tutte quelle ragazze festose, con le prime gonne primaverili e il loro mazzetto di mimose d’ordinanza; pallini gialli e morbidi, pensò Giovanna, che presto si sarebbero seccati, lasciando a dir la verità un odore di passato, di cose finite; di morte.

Anche lei aveva inaugurato, come sua tradizione per l’8 marzo, il suo giaccone blu da marinaio; il blu era perfetto per far spiccare il giallo delle mimose, e poi quel giaccone glielo aveva regalato suo padre e le pareva la proteggesse non solo dal vento della giornata, ma anche da tutte le intemperie della vita. Davanti allo specchio dell’antica caffetteria sulla piazza, che le rimandava l’immagine di un volto pallido e pensoso, segnato dalle occhiaie, Giò si strinse di più nella giacca e si accomodò il foulard, di modo che nascondesse completamente il livido bluastro sul collo.

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Essere donna è bello, si decise a pensare. E’ bello sentirsi protette, accudite, amate. Certo, ci sono tante specie d’amore. Leo si irritava facilmente, è vero; talvolta gli scappava la mano. Era terribile quando i suoi bei lineamenti si alteravano; la pelle si raggrinziva, le vene del collo si gonfiavano, e quelle sue mani forte si abbattevano su di lei con furia cieca, fino a lasciarla a terra, dolorante, umiliata come un animale ferito. Era preoccupato per le sorti  della sua galleria d’arte, che negli ultimi tempi non riusciva a organizzare una mostra importante; lo si doveva capire, il suo nervosismo.

E poi, anche lei, continuava a sbagliare. Possibile che non riuscisse mai ad adeguarsi a richieste così semplici? Che non riuscisse a pulire meglio il caminetto del suo studio? A non fare mai domande sulle sue telefonate mormorate a notte fonda in corridoio? A comprare la frutta in un banchetto piuttosto che in un altro; a sapersi vestire adeguatamente in ogni occasione? Pensò, Giovanna, che il massimo della sua indelicatezza lei lo aveva dimostrato la notte di Capodanno, quando, anziché indossare il twin-set di cachemire blu che Leo le aveva appena regalato, aveva optato per un abito rosso scollato. La reazione di Leo era stata più violenta del solito; e Giovanna provava ancora un brivido ricordando le sue grida sconnesse, spaventose: “Che cosa ti sei messa? Chi vuoi provocare? Dottoressa? Tu sei solo una puttana in cerca di uomini!” e il terribile pugno che l’aveva colpita , facendola urtare contro il piedistallo di una statuetta- che grazie al cielo non si era scalfito-; e il sangue, e poi i punti per la ferita “da caduta accidentale” in un altro ospedale, dove non era conosciuta.

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E poi ripensò alla quiete dopo la tempesta, altrettanto terribile. Alla solitudine di quelle albe livide in cui lei, dopo una notte insonne, si interrogava sul senso della giornata e del suo esistere, seduta seminuda sul letto, come in una tela di Edward Hopper. Ma la solitudine appartiene ad ogni essere pensante; e poi, Leo la perdonava; poi, tutto passava.

Davanti al suo ospedale vide un gruppetto di colleghe, e come al solito le parve che la scrutassero con commiserazione. Ecco, ciò che le mancava alla sua condizione, per altri versi privilegiata: l’amicizia femminile. Era un vero peccato che le amiche non capissero, tutte comprese com’erano dai loro rapporti amorosi così scontati e banali…Non potevano comprendere il fascino, la contraddittorietà di un amore complesso come il suo. Erano anime semplici. Non accettavano che l’amore potesse avere un volto oscuro.  Che potesse far male.

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Non immaginavano quanto Leo, dopo essere uscito sbattendo la porta, lasciandola dolorante, e a volte sanguinante a terra, si dimostrasse dolcissimo al suo ritorno, con quanta tenerezza la stringesse fra le braccia sussurrandole “Giovanna. Bambina. Nessuno ti ama quanto me, io ci sarò sempre. Tu sei la luce della mia vita”. Era un uomo di carattere, e come si sa un uomo di carattere ha un brutto carattere. Geloso, certo; talvolta in modo ossessivo, ma anche quello era un modo per dimostrare il suo amore. Proprio non la capivano.

Una collega le aveva lasciato perfino cadere nella tasca del camice il numero di un centro di sostegno per le donne vittime di violenza. Violenza, che termine esagerato. Forse le sue amiche, come le ripeteva lui, erano solo “delle povere frustrate contaminate da uno stupido neo-femminismo”, che era bene non frequentare. E lei si era allontanata da queste amiche- veramente da tutte, le amiche-,  guadagnandosi così la sua approvazione.

Dal gruppetto davanti all’ospedale si staccò la collega più giovane, camice nuovo e inamidato, più grande di due taglie, e la prese per mano “Stasera si va tutte all’Okinawa: sushi, chiacchiere, due risate… Niente uomini nudi sul tavolo, per carità; quello fa senso pure a noi! Veniamo a prenderti, Giò?”. Lei si defilò con un sorriso: “ No, grazie, ma divertitevi!”.

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Giovanna ripensò ai tempi dell’Università, quando tutto era giallo e sole, nelle giornate dell’8 marzo; quando nell’aula magna si tenevano assemblee sul ruolo politico e sociale delle donne e qualunque altra riunione sarebbe stata considerata di pura “evasione”, “non impegnata” e quindi disdicevole; quando lei non aveva preoccupazioni, ma, d’altro canto, in quelle serate di incipiente primavera trascorse a leggere, si sentiva sola, si sentiva già zitella perché non doveva aspettare nessuno. Invece, da due anni, era entrato Leo Valente, nella sua vita; il gallerista più noto in città; con la sua cultura enciclopedica e la sua competenza artistica l’aveva subito affascinata; era un uomo da cui non aveva che da imparare

E anche se come allieva non valeva nulla, come lui le ripeteva e lei aveva finito per credere, certamente anche questa sera, pensò Giò con un sorriso, Leo le avrebbe portato le mimose accostate ad altri fiori più aristocratici; un mazzo diverso, il più bello di tutti, come superiore a quella di tutti era la sua raffinatezza estetica. Eccolo, un uomo da aspettare.

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Guido Sorrentini era una celebrità, nel ricco e pettegolo paese di provincia. Poliziotto incaricato di disegnare identikit e di analizzare le scene del crimine, aveva conservato miracolosamente illesa la sua sensibilità; nonché quella galanteria ancora diffusa fra gli uomini del Sud. Per questo, i corpi di donna vilipesi e privi di vita lui proprio non li poteva accettare, non li poteva dimenticare. Lo ossessionavano giorno e notte le immagini di quelle membra delicate,  che inutilmente avevano lottato per difendersi, di quegli occhi sbarrati, che avevano visto avvicinarsi la fine. Il Sorrentini le sentiva sorelle, quelle donne, e le ritraeva con pennellate che parevano carezze; le rappresentava bellissime, per restituire loro la vivacità stroncata, la dignità sottratta; per riscattarle dall’orrore; per ridar loro, dopo la morte, una nuova vita: non più da vittime, ma da divinità vittoriose, dispensatrici di grazia e armonia.

Era abbastanza valutata, l’opera del Sorrentini, anche se il poliziotto-artista non era un tipo facile, e le sue opere non le esponeva ovunque, per una sorta di pudore protettivo verso le donne che ritraeva. In particolare, negli anni, aveva rifiutato le numerose proposte di mostre personali avanzate da Leo Valente, ricordò il Sorrentini con un moto di compiacimento, scrutando dall’abbaino le saracinesche abbassate della sua galleria: saracinesche che, sperava Guido, non si sarebbero alzate mai più.

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L’artista espose alla luce del suo atelier il ritratto ancora fresco di Giò. La  mano destra della donna nascondeva delicatamente i segni di un livido sul collo. Il Sorrentini aveva  acceso di qualche pagliuzza brillante e risentita i suoi miti occhi castani che scrutavano un punto lontano, oltre la tela. “Sì, questa è la mia opera migliore” pensò il Sorrentini, mentre le sue dita sottili, carezzando il ritratto, tremavano un po’. Anche una settimana prima, chiamato ad esaminare la scena del crimine, il Sorrentini aveva avvertito un leggero tremito alle mani, nonostante gli anni di professione, sfiorando il corpo esanime di Giovanna, la dottoressa che aveva incontrato in mille occasioni e aveva curato molti suoi amici. E rientrato a casa, nel piccolo studio ricavato nel sottotetto, l’aveva ritratta, Giò, dipingendo sullo sfondo del quadro ciò che aveva ritrovato sul tappeto, accanto a lei, fra i segni della sua lotta disperata contro la furia del marito; un mazzo ancora fresco di rose e mimose, a cui era rimasto attaccato un biglietto “Luce della mia vita! Buon 8 marzo, bambina. Leo”

 

 

 

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20 pensieri su “La mimosa scarlatta

  1. Giovanna Mulas

    In verità non ho mai amato l’odore della mimosa, Amicamia…sa di rancido, sa di appassito in un corpo ancora verde, vitale, luminoso.
    Impeccabile stile narrativo Marina, come è Tuo solito. E quelle virgole, quei tuoi punti tra uno schiaffo e l’altro, come a donare attimi di ripresa alla vittima, virgole dove io stessa sono inciampata e caduta…ecco,
    per ogni Donna-Sorella nostra, vorresti fosse respiro di consapevolezza, libertà.
    Paradossale, oggi, ricordare a una Sorella che nasce libera, che la libertà è suo diritto. Eppure, comunque per troppe, la libertà va conquistata. Mi commuove quel tuo ‘Giò’, mi sento chiamare ancora….non so se mai ti ho scritto che soltanto mia madre, nei suoi momenti di lucidità, mi diceva “che stai combinando, Giò?”, ché la Giò aveva sempre da combinare qualche cosa. Grazie per quanto hai voluto trasmetterci Marina, mia Lady Bianca, e grazie per questa tua delicatezza d’animo, che riesce ad ingentilire anche il lato più oscuro dell’uomo, dona risposta all’interrogatorio sul senso dell’esistere-resistere quotidiano.
    Non ‘date cioccolatino’, non biglietti di auguri che continuano ad ucciderci, consumarci di consumo…ma consapevolezza, conoscenza in primis dei nostri diritti di donna, di esseri umani, partorienti cicliche, energia e maree, luna: e lasciatemelo dire, senza timore od offesa alcuna per chiunque, ché pensato con purezza…se un dio esiste questo è donna, è Natura Madre e Creatrice. La violenza si nutre anche di omertà: continuamo a denunciarla, oggi, domani, sempre.

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    1. Marina Rota

      Cara Giovanna, hai lasciato un commento tale da potersi definire un altro racconto, che approfondisce ulteriormente il significato della Mimosa scarlatta. Ti ringrazio per l’apprezzamento; e tutto sommato sono felice di aver attribuito il tuo nome alla protagonista, perchè, nonostante la sua fine drammatica, anche questa combinazione assume un significato particolare. In quanto al resto, la prima a dover credere nella sua libertà è la donna stessa; una valore spesso pregiudicato fin dalla sua più tenera infanzia, ancora, da un cumulo di pregiudizi e di limitazioni. Ho letto ultimamente due libri, datati 2015: in cui ancora la protagonista coltiva i sogni stereotipi dell’Amore Per Sempre, per la quale lei deve essere pronta ad ogni ‘sacrificio’ e soprattutto dell’Uomo Risolutore, che occorre comprendere, assecondare, giustificare: fino alla fine. Si incontra un Uomo e se non corrisponde alle caratteristiche ideali,gliele si attribuisce con la fantasia, con una realtà parallela, attraverso la quale si vede solo ciò che si vuol vedere. Come sempre, non solo per le donne, ma per tutti , nella vita, la grande dirimente si chiama consapevolezza. E se una donna riesce a uscire da una spirale di violenza ricadrà inevitabimente in un’altra, se non avrà recuperato il suo tesoro più prezioso: la consapevolezza di sè. Un abbraccio, Amica mia!

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  2. Waltraud Hirschmann

    Non c’è modo migliore per ricordare la festa della donna che questo bellissimo racconto uscita dalla delicata penna
    di Marina Rota

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  3. rita casazza

    racconto stupendo, quanta strada devono fare ancora le donne e gli uomini per capire che cosa e’ veramente l’amore

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  4. Eugenia Bortoletti

    Un racconto umano, che rende onore alla donna e riesce e far comprendere il grande amore che la protagonista prova per l’uomo , anche se ,alla fine, si rivela sbagliato.
    La storia, raccontata con tanta dolcezza e delicatezza da Marina Rota è la più bella immagine per ricordare la festa della donna.

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  5. mirella

    Racconto toccante, anche perchè provato da amica.
    Non è mai troppo, né banale, parlare di Gió. Sono tante le donne come lei, che si trovano invischiate in situazioni terribili. E verso le quali a volte ci sono giudizi feroci.
    Domani sarà la festa della donna, da onorare come meglio si crede…l’importante è che sia una domenica dal colore giallo, non rosso scarlatto.
    Grazie Marina.

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  6. Giorgia Bussandri

    Il prodotto di una vita convissuta con personaggi femminili e maschili usciti dalle grandi penne della letteratura mondiale, con dossier medici con implicanze legali, con artisti che le hanno confidato l’origine della propria sensibilità musiva e di dote innata di indagatrice dell’animo umano si è distillato in questo racconto. Marina celebra la nostra fragilità, i sensi di colpa, la mancanza di profonda auto-stima che intrappolano tante donne indipendentemente dal ceto sociale di origine, dalla cultura, dal quoziente intellettivo e dal titolo di studio. C’è ancora tanto lavoro da fare su noi stesse. Individualmente e coralmente. In famiglia prima che in società e in ambito professionale. E forse potremmo sostituire la mimosa con il suo fetore putrescente con una rosa fresca e aulentissima.

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  7. Alessandra Mollicone

    Un capolavoro di stile,di classe,profondamente triste! Il modo migliore per ricordare l’8 marzo,la Donna,la bellezza della sua anima eterna che non può essere distrutta nemmeno dalla morte! Grazie Marina,grazie di cuore per la sensibilità e la bravura che ti contraddistinguono!

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  8. Dinda

    la festa della Donna. Non amo ricevere fiori . La festa della donna è ogni giorno. Ogni giorno sorge il sole…. ed allo stesso modo ho la certezza di essere apprezzata e trattata con i modi giusti. Marina Rota riesce sempre a darmi emozione. UN racconto avvincente e coinvolgente e sopratutto commuovente. Grazie e Brava a Marina Rota. Con Stima LInda Usai

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  9. Lorenza Merlini

    Un racconto toccante, una descrizione precisa della trappola assurda in cui è imprigionata una donna, che perdona ostinatamente, sperando in un cambiamento che non avverrà mai e si trova a sopportare denigrazioni, umiliazioni, isolamento.
    Pubblico questo scritto sulla mia pagina FB, lo trovo un buon modo per celebrare la giornata della donna. Grazie.

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  10. linda fornuto

    Una scrittrice dotata e sensibile, una storia troppo spesso udita di rispetto negato, un ricordo per le donne umiliate. Otto marzo e nove, dieci, undici…..

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  11. Mirko La Bella

    Marina esprime, con il consueto stile perfetto ed immediato, una varieta’ di sfumature emotive su un problema attuale. Un racconto da diffondere per celebrare in modo non banale una ricorrenza piena di significato.

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  12. Marina Hristova

    Un racconto molto triste ma tanto profondo e toccante. Complimenti cara Marina e grazie di cuore.

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  13. ELENA REGIS

    Ho trovato molto toccante il breve racconto di Marina, che con uno stile travolgente inchioda il lettore ad andare avanti e a leggere il racconto tutto d’un fiato senza stufarlo mai.
    Il tema è molto serio ed attuale, non passa giorno che non si senta una storia simile che rimane il più delle volte impunita. Purtroppo noi donne abbiamo ancora molto da “fare” per essere rispettate, amate ed apprezzate per quello che sappiamo fare, proprio come la dottoressa Gio’.
    Brava Marina.
    Un abbraccio. Elena.

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  14. Liala

    Marina cara, come sempre nn sbagli un colpo! Drammatico spaccato di realtà femminile quotidiana x tante, troppe donne! Che dire di qto racconto così terribile ed intenso? Grazie x ricordare qto ancora l’uomo/animale di oggi deve ancora imparare ed evolvere sul mondo delle donne.. Mi auguro ke sia di sprone a tutte quelle donne ke si trovano in qta situazione x uscire dall’incubo più terribile ke possa esistere…prima ke possano ritrovarsi coma la Gio’ della tua storia! Brava Marina, un bel modo di festeggiare la Festa della Donna!

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  15. Rosanna

    La tua empatia e sensibilità unita ad un’antica delicatezza rende questo racconto senza tempo…Grazie Marina.

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  16. Giuseppe Barreca

    Molto delicato questo racconto, oltre che amaro. Mi è piaciuto il “cambio” di tono e narrazione, per raccontare l’assassinio della protagonista senza dover scendere in particolari. Il tono, quando Marina para di Giò, è delicato, partecipe; quando racconta, in modo indiretto, della sua morte, il tono diventa più distaccato, oggettivo. Ma riesce ugualmente a far trasparire l’emozione. Amaro il finale, con quel mazzo di fiori tragicamente vicino alla donna, una dichiarazione d’amore del suo assassino. Mi ha ricordato il finale di “Arrivederci amore ciao”, un romano di Massimo Carlotto. Brava Marina!

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  17. Elena Cerutti

    Splendido racconto breve, in cui non manca nessuno dei dettagli che caratterizzano un amore “malato”: nessun target sociale specifico, il senso di solitudine della vittima, la convinzione della propria inadeguatezza, la scarsa autostima. Uno scritto leggiadro ma in grado di suscitare emozioni forti. Grazie Marina per essere riuscita a farmi venire i brividi!

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  18. Ornella Cerutti

    Cara Marina
    Sono riuscita a leggere il tuo racconto!
    Hai scritto di una verità terribile, che avviene ancora ovunque, forse ancor più di un tempo, perché ora le donne cercano una loro identità e molti uomini (deboli, fragili, spesso paranoici) non possono tollerare che le proprie donne non siano totalmente sotto il loro controllo. Sei stata molto abile, il racconto si sviluppa agilmente attraverso i pensieri di Gio, ci pare di sentirla parlare tra sé e sé, a cercare giustificazioni per lui. Non cerca aiuto perché in realtà ha troppa paura di scontrarsi con lui apertamente. Anche il finale è ben studiato ed efficace, ci porta in un’immagine desolante che invoca riflessione.
    Grazie!

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