di Franz Krauspenhaar
L’uomo dalla bocca grande è un romanzo breve, o racconto lungo, scritto dall’avvocatessa napoletana di stanza a Milano Milena Prisco, alla sua prima prova narrativa, per i tipi milanesi di Lite Editions. Mi sono accostato al libro a mente sgombra, o quasi; e con la curiosità di capire quanto grande potesse essere quella bocca, che detta così, in un titolo, non aveva ancora connotazione, né scopo.
Leggendo s’impara subito a conoscere il personaggio che ha questa bocca grande, un giovane uomo napoletano che durante le festività natalizie, quando tutto si sospende e si rimanda a un dopo che non arriva mai, fa il “mantesiniello” in un presepe vivente. Insomma si traveste da “femminiello”, seguendo una tradizione tutta napoletana e veramente unica, difficilmente comprensibile per chi viene da fuori, perché Napoli è un fenomeno unico più di tutti gli altri fenomeni.
In prima persona, con un incedere serrato della raffinata e accattivante scrittura, una donna borghese, medico, impegnatissima, sposata e con un figlio piccolo, una persona insomma al di sopra di ogni sospetto, racconta quei giorni frenetici che portano al Natale, giorni di lavoro massacrante e di appuntamenti freneticamente rimandati, anche con se stessa. La donna si trova ad un tratto in una chiesa della Napoli più profonda e più misteriosa e incontra il mantesiniello, l’uomo dalla bocca grande, che lei accosta a quella del cantante inglese Mick Jagger. Una bocca estremamente sensuale e impertinente, di chi seduce e se ne bea senza ripensamenti, quasi fosse una creatura del mito. La donna non sa se quell’uomo è un omosessuale o solo un maschio che s’è travestito per bisogno, per arrotondare i guadagni di pescivendolo.
La vita di costui è divisa a mezzo, di omosessualità neanche l’ombra; vive con una donna vera, ha sempre voglia di farci all’amore, è come se dovesse sbranarsi la vita con quella bocca grande dentro la quale lei è finita, caduta come da una rupe invisibile, e ci sta dentro, senz’aria ma anche con la raggiunta ossessione di un sesso finalmente senza nome e senza significato. Il libro è molto ben scritto, con una lingua che frammischia italiano con napoletano ma senza certe esagerazioni disturbanti. Il clima è cupo, ma la carne per fortuna è debole; la Prisco ci fa entrare come in un girone infernale modernizzato, un girone borghese e “perbene” che si nutre della contaminazione del più basso. Il rapporto col pescivendolo che si traveste non finisce soltanto col pagamento del conto, in altri posti il rapporto si allarga, quasi si sfonda dentro a un sesso che è metafora della disperazione, dell’impossibilità di seguire fino in fondo gli schemi della buona creanza. Questa donna non riesce a seguirli, e come quasi sempre succede, se trasgrediamo è per l’occasione che ci si para davanti. Ho letto questo bel libro in pochissimo tempo, avvinto, con le orecchie che ronzavano, come se il sangue di quei cuori avesse invaso il mio petto di lettore pieno di partecipazione.










