di Alberto Toro
” Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno…! “
(Nando Mericon – Un americano a Roma-)
Il piatto piange. Di fame. Mentre si surriscalda il dibattito sulla riduzione dei megastipendi dei manager pubblici e c’è già chi ha avvisato che se gli verrà chiesto di stringere la cinghia (800 milioni l’anno di retribuzione) lui non ci penserà due volte ad andar via (per chi non avesse capito parliamo di Mauro Moretti amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato) la crisi continua ad incalzare, il potere d’acquisto degli stipendi si riduce (circa del 5 per cento), il reddito disponibile ancor di più (sfiorato il 7 per cento) e, conseguentemente, il carrello della spesa finisce con l’alleggerirsi drammaticamente sempre di più. E’ cominciato a crollare anche il consumo dei prodotti di prima necessità, come latte, pasta e olio. I prodotti alimentari, della categoria “private label”, i vari marchi privati della grande distribuzione, caratterizzano latte, burro, yogurt e formaggi, e sono gli unici prodotti che ancora tengono, perché costano molto meno, degli equivalenti, dei grandi marchi. L’abbigliamento, ormai è ridotto ai minimi termini, il crollo nel settore della moda è di circa il 70 per cento, mentre il 50 per cento degli italiani, ha tagliato il costo per l’auto, e si circola sempre meno.
E’ cambiato lentamente ma profondamente lo stile di vita degli italiani. E restiamo a tavola che è il parametro più significativo. C’era una volta il pranzo, e la cena. Tutta Italia, ad una certa ora del giorno, e della sera, si riuniva intorno ad un tavolo, davanti ad un bel telegiornale, era il rito che teneva unite le famiglie. Tutto questo non esiste quasi più. Con la crisi si è assistito ad un profondo cambiamento nelle abitudini alimentari degli italiani che tendono, nella migliore delle ipotesi, a frammentare durante il giorno la propria alimentazione Secondo una inchiesta della Coldiretti solo il 18 per cento degli italiani quotidianamente fa un pranzo tradizionale, cioè completo con un primo, un secondo, un contorno e un dolce o un frutto. E dall’altro canto c’è un quasi 10 per cento che mangia soltanto un panino.
Siamo passati dalla dieta mediterranea alla dieta dell’euro. Niente più carne e pesce che costano troppo: maccheroni, tanti maccheroni. E così il rapporto di amore e gusto degli italiani per la pasta è diventato sempre più forte con la crisi. La pasta che costa poco e sazia molto passa a sostituire per quasi il 35 per cento degli italiani il pranzo di una volta, quello completo dal primo al dolce. In Italia sono consumati oltre 1,5 milioni di tonnellate di pasta, per un controvalore di 2,8 miliardi di euro e, in controtendenza rispetto al calo generalizzato dei consumi nel 2012, gli acquisti di pasta delle famiglie sono aumentati dell’1,1 per cento, secondo Ismea-Gfk-Eurisko. E così l’Italia detiene il primato mondiale nel consumo di pasta che ha raggiunto attorno ai 26 chili a persona. Buon appetito.








