Domenico Rea
e “La dorata menzogna”

Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture ma di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità, un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti dimenticati.

di Domenico Rea

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Dicono che il mercato che è andato forte durante le trascorse feste natalizie sia stato quello dei libri. Ne sono contento. Sarebbe però stato più interessante sapere chi sono stati i compratori e se tra essi figurano con una certa percentuale contadini, operai, artigiani, popolani eccetera. Solo in questo caso si potrebbe parlare di allargamento del mercato libraio, di democratizzazione del libro che non è soltanto un articolo commerciale ma anche uno strumento di fondo  per la diffusione e per la cultura e la presa di coscienza di tanti problemi alla base della nostra vita sociale.

Stando ai prezzi sono propenso a credere che a comprare i libri sono rimasti i clienti di sempre perché nessuno mi convincerà mai che le classi popolari si siano potute portare a casa quattro, cinque “titoli” che a livello di Oscar costano diecimila lire e a livello di collezioni normali vanno sulle quindici -venti. Ma non si tratta soltanto di questo. C’è un ostacolo ben più massiccio da rimuovere: quello della soggezione.

Non più tardi di una decina di anni fa a Napoli si verificò la seguente storia. Un giovane di nome C.G. in cerca di lavoro cominciò a seguire un corso per infermiere di manicomio. Il professore, un noto psichiatra, consiglio agli improvvisati allievi di leggere un manuale scritto da un noto medico inglese dal nome complicato da scrivere e da pronunciare e dal titolo lungo due righe. Il nostro C. G. si recò subito alla cartolibreria del suo quartiere ai Colli Aminei e il cartolaio gli disse che non l’aveva.

Da una cartolibreria all’altra il nostro C. G. cominciò la sua via Crucis. All’idea di entrare in una libreria vera e propria gli veniva la tremarella. Non c’era mai passato e non perché durante durante la sua vita non fosse stato tentato di vederla là dentro che cosa si vendesse – curiosità che gli era spuntata parecchie volte – ma era stata trattenuto dalla soggezione e quasi dalla vergogna.

Alla cartolibreria di quartiere ci si può recare così come uno si trova, con i calzoni e il maglione o il giubbotto che uno ha addosso. Ma come si fa ad entrare in una libreria del centro dove commessi e commesse se non sembrano signori, peggio puzzano lontano di un miglio d’intellettualismo? Oggi le cose sono forse un poco migliorate ma dieci anni fa, prima della contestazione che poi è finita in piscem, come tutti sanno, le dieci o quindici librerie di gran conto della nostra città avevano un tono elevato da boutique, da negozi da haute coulture. Purtroppo il libro di cui il nostro G. C. aveva bisogno poteva trovarsi soltanto in uno dei dieci o quindici “tempi” cui si è accennato.

Ora che fa C.G.? si consiglia con i parenti e con qualche amico e come spunta l’alba della grande giornata dell’acquisto del libro, si fa il bagno, lo shampoo, si radealla perfezione, indossa la camicia bianca, la cravatta più bella e l’abito buono e scende dal Vomero a Napoli, aggirandosi fra via dei Mille e via Carducci.

Dopo lunghe riflessioni e in uno stato angoscioso si decide finalmente ad entrare in una bellissima e fornitissima libreria, dirigendosi verso un impiegato, che era ahimè soltanto un garzone considerandolo più abbordabile e alla sua portata. Il ragazzo gli dice di chiedere quel che desidera a una splendida commessa di “egregia” estrazione sociale. C.G.le si avvicina Balbetta il nome dell’autore inglese e il titolo del libro in maniera incomprensibile e la commessa gli dice di ritornare ma con il nome e il titolo esatti scritti su un pezzo di carta.

Tanto costò al nostro caro amico venire in possesso di un manuale di psicanalisi: non so e nessuno può affermarlo se la situazione di C.G. è stata rimossa e superata. Ma quand’anche ciò si sia verificato rimarrebbe il problema dei quattrini, rimarrebbe peggio l’impossibilità di avvicinarsi a quei libri che andrebbero distribuiti gratuitamente in maniera spiccata a coloro che più ne hanno bisogno e più dovrebbero sapere certe cose.

doratamenzognakmj074Uno di questi libri è  “La dorata menzogna” di Attanasio Mozzillo pubblicato in dicembre dalla Esi. Prezzo lire 60 mila. Questo libro per la sua consistenza costa poco. Ma io vorrei suggerire all’editore di tirare anche un’edizione in brossura, casomai su carta velina o carta straccia, purché si riesca a farlo andare nelle mani della gente, nelle scuole e nelle case. “La dorata menzogna” non è niente di più che un manuale di scritti di autori napoletani tra cui campeggiano Mastriani e la Serao, i quali dimostrano di essere stati perfettamente coscienti del terribile mondo in cui vivevano fin nei minimi e più spietati particolari.

Del libro voglio dire due cose. Primo: “La dorata menzogna” sarebbe quella contrabbandata dai potenti per secoli sulla bellezza di Napoli e sui molteplici vantaggi di viverci, quando si sa che si tratta di una quotidiana mortificazione tra disordine, squallore e vergogna. Secondo, la terribilità di certe pagine scritte nientepopodimeno tra i cento e i centontociquanta anni fa si potrebbero ripubblicare così come sono anche sul nostro sempre attualissimo “il napoletano”. La monumentale antologia è preceduta da una introduzione dello storico Giuseppe Galasso intitolata: “Le magnifiche sorti e regressive”. Parafrasando il celebre verso dei “Nuovi Credenti” del Leopardi, un formidabile esempio di storia globale dove sono presi in esame anche i nostri cognomi sulla rubrica telefonica ( gli Esposito, gli Scognamiglio, eccetera) e da un saggio di Attanasio Mozzillo curatore del libro, dove in maniera esemplare con stile “libertino” ossia con divertimento e sfizio, si fruga nelle visceri antropologiche, storiche e sociali di Napoli e così a fondo da rimanere abbagliati dalla sapienza e dagli orrori.

(il napoletano 1977)

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