di Eduardo Palumbo
Rieccola la nostra giustizia. Riecco un’altra storia della nostra malagiustizia, di quelle dove un giorno e tutto e l’altro il contrario di tutto. E’ la storia durata 23 lunghissimi anni di Bruno Contrada, non di un uomo qualunque, uomo di Stato. Ottantaquattro anni, napoletano ma palermitano d’adozione, Contrada è caduto nelle maglie della giustizia quando era ai vertici degli apparati investigativi italiani, numero due del Sisde.
Arrestato, la vigilia del Natale ’92, l’anno delle stragi palermitane, poi a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa (pubblico ministero Antonio Ingroia) Bruno Contrada è stato condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile ’96. Sentenza ribaltata in Corte d’appello il 4 maggio 2001: assolto. La Cassazione ha rinviato gli atti a Palermo. Poi la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d’appello palermitana, e la conferma della Cassazione l’anno successivo. Quindi il carcere, i domiciliari e poi la fine pena nell’ottobre 2012. E voilà, dentro , fuori, dentro questa vince e questa perde, sembra il gioco delle tre carte…
Ma poi scopri che Bruno Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro”. E a dirlo è la Corte europea dei diritti umani.
I giudici di Strasburgo, a differenza di quanto fatto da quelli italiani, gli hanno dato ragione, affermando che i tribunali nazionali, nel condannare Contrada, non hanno rispettato i principi di “non retroattività e di prevedibilità della legge penale”.Nella sentenza i giudici affermano che “il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è stato il risultato di un’ evoluzione della giurisprudenza iniziata verso la fine degli anni ’80 e consolidatasi nel 1994 e che quindi la legge non era sufficientemente chiara e prevedibile per Bruno Contrada nel momento in cui avrebbe commesso i fatti contestatigli”.
Lo Stato italiano deve versare all’ex numero due del Sisde 10 mila euro per danni morali. E questi “risarcimenti” ridicoli poi sono a volte peggio delle sentenze. Danni morali di una vita distrutta 10mila euro? Ma questo è un altro discorso. Basta ricordare, ad esempio, che già l’anno scorso la corte di Strasburgo aveva condannato l’Italia per la detenzione di Contrada. Secondo i giudici le condizioni di salute di Contrada, tra il 2007 e il 2008, non erano compatibili con il regime carcerario.
Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa continua ad essere una mina vagante. Fu lo stesso Falcone a denunciare la potenziale valenza esplosiva di processi impostati solo sulla contestazione di reati associativi nella sua intervista con Marcelle Padovani: “Non sembra che la legge La Torre (416 bis), studiata per perseguire specificamente il fenomeno mafioso e per porre rimedio alla mancanza di prove, dovuta alla limitata collaborazione dei cittadini e alla difficoltà intrinseca nei processi contro mafiosi di ottenere testimonianze, non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta”.
Contrada per Ingroia era “l’anello di una catena di coperture offerte alla mafia, perfettamente integrato in un patto scellerato fra pezzi dello Stato e criminalità mafiosa.”
Bruno Contrada è un uomo che pretende di riavere il suo onore. Quello calpestato, maltrattato, abusato in questi lunghi 23 anni di accuse, ombre, sospetti. “ Ho sempre combattuto – ha detto – per “salvaguardare l’onore di un uomo delle istituzioni, l’onore che mi hanno tolto…”
Ora il suo legale Giuseppe Lipera punta alla revisione del processo. “Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l’udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna











propongo una legge che lascerebbe un segno di civiltà giudiziaria in questa
Italia di merda.
I magistrati che infliggendo una ingiusta carcerazione,oltre a risarcire di tasca propria il danno economico inflitto ad un cittadino innocente e,quindi,onesto,
Vadano a scontare un egual numero di anni e mesi e giorni di carcere e,così,bilanciare con una restrizione di libertá,la libertã rubata al cittadino onesto.
E poi,chedere,in ginocchio,perdono alla vittima innocente delle loro
Elucubrazioni e dei loro indimostrabili puerili teoremi