di Eduardo Palumbo
Prima in Barca, poi in gondola. Il pd ormai a malapena galleggia. I ballottaggi hanno restituito un partito a pezzi, o quasi. Una “sconfitta bruciante”. Renzi questa volta non ha potuto nascondersi.
Dopo le Regionali la parola d’ordine era “5 a 2”, facendo passare la sonora sconfitta della Liguria come una “vicenda di gufi e traditori” e sorvolando sui due milioni di voti persi rispetto alle europee di un anno prima. Le sconfitte di Venezia, dopo 22 anni di centrosinistra ( geniale l’hashtag #Matteostaiserenissimo) e di Arezzo, a casa della superministra Maria Elena Boschi ( è di Montevarchi) alla quale qualcuno vorrebbe affidare il partito, bruciano. Bruciano moltissimo.
“Dai ballottaggi vengono risultati con luci e ombre. L’analisi puntuale conferma che il Pd è nettamente il primo partito in Italia anche nel numero dei sindaci ma non è sufficiente a farci brindare e giudicare positivo il risultato”. Il vicesegretario del Partito democratico, Lorenzo Guerini cerca di ammortizzare la delusione. Ma non è facile. Il Pd vive il momento più difficile dell’era Renzi.
I conti cominciano a venire al pettine, la rottamazione si è arenata, il decisionismo è spesso sconfinato nell’autoritarismo, il Paese continua ad avere l’acqua alla gola (debito pubblico record ad aprile, allarmanti i dati diffusi dalla Banca d’Italia: nel quarto mese del 2015 registrato un aumento di 10 miliardi, fino a raggiungere la vetta di 2.194,5 miliardi di euro), la corruzione dilaga, Mafia Capitale imperversa, clandestini e profughi invadono le città mentre il governo ed il ministro degli interni ululano all’Europa, l’occupazione concretamente non cresce, Le imprese continuano a chiudere, nel 2015 sono fallite 59 imprese ogni giorno, più di due imprese ogni ora.
Il Pd sembra essere sempre più solo Renzi, un partito disomogeneo fra centro e periferia, dove sono tutti renziani per la poltrona, un trasformismo che comincia sempre più a venire a galla. Renzi ha intrapreso la strada della mediazione politica (De Luca in Campania il caso lampante), paradossalmente è passato nel giro di un anno o poco più da essere “il nuovo” a essere “l’establishment”. Ed il guaio è che quando vince i candidati sono renziani dell’ultim’ora. Un suicidio.
Per Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, “bisogna ripartire con gente nuova, fuori “quadro”, guardiamo chi è entrato in consiglio a quelli che sono nelle municipalità sperando che lavorino uniti per far ripartire il centro sinistra anche se sarà una stagione lunga e faticosa. I “vecchi” come avevo già fatto io, se ne stiano a casa”. La fotografia di un partito gravemente malato.
A Roma il Pd è andato in Barca, imploso però solo grazie agli arresti della magistratura: tutti dicevano di sapere ma nessuno faceva niente, un equilibrio di “bande di potere”, ognuno col suo bel gruppetto di tessere in tasca. “Un partito cattivo, ma anche pericoloso e dannoso – ha scritto Fabrizio Barca nel rapporto consegnato al commissario del Pd cittadino Matteo Orfini– dove non c’è trasparenza e neppure attività, che lavora per gli eletti anziché per i cittadini e dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di carne da cannone da tesseramento”.
I ballottaggi ci dicono che Venezia (Luigi Brugnaro), Arezzo (Alessandro Ghinelli) Matera (Raffaello De Ruggieri), sono governate dal centrodestra così come Rovigo (Massimo Bergamin) e Chieti (Umberto Di Primio), mentre a Lecco (riconfermato Virginio Brivio) e a Macerata (eletto Romano Carancini) vengono riconfermate le amministrazione di centrosinistra. Il Pd riesce invece a strappare agli avversari solo due amministrazioni: Trani (eletto Amedeo Bottara) e Mantova (Mattia Palazzi).











