di Gianpaolo Santoro
Il primo secolo di Aurelio Buccafusca, l’uomo che insegnò all’Avvocato come portare l’orologio. I parenti e gli amici lo festeggeranno domenica alle 13 al Bertolini’s Hall.
La consuetudine era andare la domenica mattina a giocare a pallone. Si andava alla Mostra d’Oltremare, dietro il teatro dei piccoli. Una banda di ragazzini sgambettanti, tutti nella 600 verde chiara con guida a sinistra tettuccio aperto rigorosamente al sole di Aurelio. Quanti eravamo? Giuro che non lo so: ma eravamo due squadre, non di undici ma almeno di cinque-sei, questo si. Del resto c’erano i Buccafusca Bros, Otto, Roberto e Alessio che da soli facevano mezza squadra. Non chiedetemi come riuscivamo ad entrare, che ancora oggi non me lo spiego, so che c’entravamo, i sedili erano ribaltati e via tutti dentro, “supersantos” compresi, almeno due palloni. Non si può mai sapere.
Per anni è stato il nostro “autista accompagnatore”. Anzi pilota accompagnatore. Già: quante volte ci ha raccontato della cronoscolata su un percorso in salita di 3 chilometri e 800 metri, con partenza da Marina Piccola, all’altezza della Canzone del Mare e arrivo all’ingresso di Anacapri, all’altezza della statua della Madonna di Lourdes, tracciato partorito dal suo amico Pupetto di Sirignano, all’epoca presidente dell’Azienda di cura soggiorno e turismo di Capri, quel tracciato che Curzio Malaparte definì “Scala Celeste” per sottolinearne le enormi difficoltà tra curve, tornanti e strapiombi. Aurelio con una Topolino arrivò settimo, una gara impari contro l’Alfa Romeo 1900 del giovane Bubi Leonetti o con la fiammante Fiat 1100 di Luigi Bellucci, che si piazzarono ai primi due posti. Edizione unica.
Forse è giusto così. Il gran Premio di Capri, motori e Faraglioni, grandi alberghi e mare azzurro, un’atmosfera fatata, fu unico e irripetibile: del resto qualcosa del genere la potevi trovare solo a Montecarlo.
Già il principato. Noi siamo cresciuti ed allora Aurelio non ci portava più alla Mostra, ma ci portava a Montecarlo, a vedere il Gran Premio, a “conoscere” i Casinò, le luci, la Moyenne Corniche, le notti, il Jimmy’z, le donne, lo Sporting, il Pirata e il Caffè de Paris. Sognare e giocare. Se c’era una panno verde ed una roulette immancabilmente sentivi sussurrare“Otto e cavalli”, dodici numeri, un terzo del cilindro (33-16-24-5 – 10-23- 8-30-11-36-13–27) per te, tutti gli altri conto. Ineguagliabile Aurelio.
Nella Montecarlo blindata dei giorni della corsa, tutti ricoperti di badge e riconoscimenti, divieto di qua, divieto di là, security e gendarmerie ovunque, noi avevamo il lasciapassare vivente, con lui si andava dappertutto, un sorriso, un saluto e via: bastava andargli dietro…
Si alloggiava al Loews (oggi Fairmont ) quello della virage Loews, la curva lumaca, i bolidi ci passavano prima ad un palmo di mano poi sotto i piedi, per immettersi sul rettilineo del mare, ti sembrava di toccarli, di sfiorarli. Nel periodo del Gran Premio era obbligatorio prenotare almeno una settimana, Aurelio aveva di anno in anno sempre almeno due camere prenotate. Una per lui, una per noi. E noi eravamo quelli della seicento, non so quanti, ma molti anche quando si andava al Principato. Eravamo giovani, sei sette in una stanza. Due letti più uno aggiunto e un divano comodo e confortevole, una favola, poi chi arrivava dopo si arrangiava. Si dormiva poco, si rideva molto. C’era sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Tre erano regolarmente registrati all’albergo, gli altri “si “appoggiavano”. Il Loews a piano terra aveva il Casino americano ed il night, Les Folies Russe (e c’erano le più belle ballerine del principato) era un gioco da ragazzi sgattaiolare in camera senza essere visti.
Rien ne va plus, una pallina che saltella, saltellano le emozioni, una vita baciata dal sole, il sapore dell’acqua di mare sulla pelle: l’isolotto di San Martino, il Beach Plaza, la Canzone del Mare o la spiaggia di Karon a Phuket, è solo un dettaglio, perché l’importante è essere sempre pienamente a proprio agio in ogni situazione e con ogni compagnia. Ed Aurelio lo è sempre stato.
Giusto e credibile anche quando Vittoria Ottolenghi e Vittoria Cappelli lo vollero per interpretare il Cardinale Ruffo (il cardinale assassino, proprio lui che ha sempre inseguito il bello della vita ) in Festa, uno spettacolo su Rai 1 che andò in mondovisione ed ebbe un grande successo. Certo, ai miei occhi, fu più “riconoscibile” in “Mani sulla città” di Francesco Rosi, in una serata di gioco al vecchio Circolo della Stampa …
Una vita ad ascoltare Aurelio, i suo racconti, i suo aneddoti, a cercare di separare la verità dalla leggenda, ma poi che importa, le favole sono favole, chi se ne frega di come sono andate esattamente le cose. Prendi, ad esempio, la storia dell’orologio sopra al polsino: un vezzo che ha fatto il giro del mondo. Gianni Agnelli ha copiato da Aurelio o viceversa? I due si erano conosciuti a Pinerolo, reggimento “Nizza Cavalleria” e da allora si sono frequentati assiduamente per una vita.
“Don’t forget you are Agnelli”, non dimenticate che siete degli Agnelli: così diceva Miss Parker, la governante inglese, ai rampolli della grande famiglia torinese. “Gianni amava ripetere spesso quella raccomandazione, come per dire, che lui sentiva il peso del nome, altrimenti avrebbe condotto una vita diversa. Ma in fondo, poi, non è che abbia collezionato troppe rinunce. All’appuntamento con gli amici, ad esempio, rinunciava poche volte e sempre a malincuore, tutte le volte che ha potuto, anche solo per mangiare e ripartire subito dopo, non hai mai rinunciato al tavolo Buccafusca, prenotato alla Bersagliera. Una consuetudine andata avanti per anni…”
Eh già, il tavolo Buccafusca alla Bersagliera, per mangiare fra amici, sul mare. Una tavolata composta più o meno sempre dalle stesse persone, una “combriccola” di buontemponi, con loro Monicelli avrebbe potuto girare una edizione napoletana di “Amici miei”. Quando poteva, come detto, c’era Gianni Agnelli, l’unico non scugnizzo, poi immancabili erano Francesco Pupetto Caravita principe di Sirignano, il principe Giovanni Caracciolo, il marchese Giulio Puoti, conosciuto come “Gran appoggiatore” (mai pagato un conto in vita sua, lo considerava uno “sgarbo” togliere agli amici il piacere di offrirgli pranzo e cena…), il barone Mimmo De Luca Tamajo, Michele Principe, il presidente dell’Alitalia degli anni ’90. Aurelio, Bubù, era l’anfitrione. Argomento preferito, provate ad indovinare: le donne.
Ma perché il soprannome Bubù? Io avevo sempre pensato che fosse l’abbreviazione del cognome Buccafusca ma la genesi giusta diede la diede Pupetto di Sirignano ad un Maurizio Costanzo Show: “Aurelio è Bubù perché lui fa abbaiare le donne…” Ognuno può interpretarla come vuole. E, anzi, Francesco di Caravita perché era Pupetto? Nella sua infanzia cresciuta fra gli scugnizzi del Rione Sirignano alla Riviera di Chiaja fatta di giochi di mani e di villani, spesso rimbalza l’interrogativo “Ma sei pu’ petto o pa’ coscia?” e non si parlava certo di polli e il principino, pare, fosse sempre pu.. petto.
Ma torniamo alla nostra tavolata di tombeur de femmes, seduttori, play boy, chiamateli come volete, chi più chi meno, una gran pallottoliere rosa del jet set, ma non solo, ognuno aveva il suo stile, il suo modo di fare, il suo modo di conquistare. Stilare classifiche non è proprio chic, però a storie cadute in prescrizione, qualche anno fa durante una festa hawaiana con palme e foglie di banano, candele e vodka gelata alla frutta, ninfee e tante stelle galleggianti sul blu della piscina al Circolo della Staffa Aurelio,
Bubù, venne solennemente proclamato il primo play boy partenopeo di tutti i tempi. Dietro di lui in classifica gli amici di sempre, da Pupetto (“Tra le donne scegli preferibilmente la prossima”) e Sasà Magri che la leggenda vuole avesse fatto perdere la testa a Soraya, giusto per fare due nomi. Ma tra principi e regine, non c’è stato niente da fare: il numero uno è stato Aurelio. O Bubù, se preferite…
Album


















Erano tempi migliori per tutti. Un bacio ad Aurelio