Amici miei

 di Gianpaolo Santoro 

Qualcosa del genere s’è vista soltanto ai tempi di Don Ciriaco. C’era un periodo che Roma venne invasa dagli irpini, li riconoscevi subito, facevano quadrato, erano timidi, dimessi ma anche ambiziosi e arroganti, inconfondibili con quell’accento che faceva tanto provinciale… Si sentivano a loro agio veramente soltanto alla Rai, dove Biagio Agnes, il potentissimo direttore generale, il papà di Saxa Rubra, naturalmente irpino e demitiano, regnava incontrastato. Ma erano altri tempi.

Ogni leader aveva i suo nani e le sue ballerine, ma non c’era una caratterizzazione territoriale marcata, allora la politica aveva logiche diverse, il proporzionale imponeva regole precise. Non si poteva e non si doveva mai fare il pieno di poltrone ed incarichi, bisognava gestire, distribuire, spalmare, supportare all’interno dell’arco Costituzionale, (escamotage inventato per lasciare il potere in mano alle forze del vecchio Comitato di Liberazione Nazionale) fra i partiti e fra le varie correnti. Il manuale Cencelli, (una formula algebrico-deterministica per regolare la spartizione delle cariche pubbliche in base al peso elettorale) facilitava i compiti a tutti.

Ma ormai i tempi sono diversi. A poco a poco il totem del maggioritario ha dettato comportamenti ed atteggiamenti diversi, invece che unire si tende a dividere, dal vocabolario politico un po’ alla volta si stanno cancellando parole come consociativismo, concertazione, compromesso storico, pluralismo, equidistanza, immagini come i due forni (copyright Giulio Andreotti) e convergenze parallele (copyright Aldo Moro), formule come il quadripartito o il pentapartito. Sia chiaro non dico, certo, sia un male: a patto, però, che il nuovo non sia peggio del precedente. Ma questo è un altro discorso.

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Ora voglio parlare della rinascita del Granducato di Toscana, del renzismo imperante, che sembra non conoscere freni e limiti. Ci manca solo la fuoriuscita dall’euro e il ritorno alla Lira fiorentina, e poi siamo davvero a posto. Se una volta nella Capitale si parlava irpino, ora non solo si parla fiorentino, ma è proprio la capitale che sembra essersi spostata. Viviamo in un’era FiRenzicentrica, l’Arno e Piazza della Signoria, basta col Tevere e piazza Montecitorio, i tempi cambiano. O tornano indietro. Un secolo e mezzo dopo, Firenze torna capitale. Non per merito di Napoleone III, ma di Matteo I.

“La mia vita è stata una corsa” è una celebre affermazione di Bettino Craxi.   https://www.youtube.com/watch?v=UI63TWoatlw .

Ma non conosceva Renzi. La vita di Matteo non è una corsa è uno sprint, sembra non essere nato a Rignano sull’Arno, ma a Parish of Trelawny in Giamaica terra di pirati e di Usai Bolt l’uomo più veloce del mondo.

Quando a Palazzo Chigi c’era Enrico #staisereno Letta, uomo dal passo lento e cadenzato, tutti rimasero di stucco quando scoprirono che nell’occupazione delle poltrone era un vero fulmine. Il suo governo fece 558 nomine e promozioni in 292 giorni, con una media di 1,91 poltrone occupate al giorno, nuovo record nella storia della seconda Repubblica. Già, ma ancora doveva arrivare il ciclone Renzi, un ciclone vero altro che il film di Pieraccioni.

Il boy scout Matteo Renzi

Il boy scout Matteo Renzi

Nei primi 130 giorni da Premier, il boy scout Matteo ha varato la bellezza di 323 nomine o promozioni, cifra che porta la media giornaliera a 2,48 poltrone al giorno. Altro che fulmine, uno tsunami.

E visto che siamo in tema di film ricordate Amici miei, pellicola di Monicelli ambientata a Firenze? Sembrerebbe scritto per Matteo  di amici, fra vecchi e nuovi, ne ha davvero tanti. Ed è questa la pregiudiziale principale. Per fare “carriera” bisogna essere amici suoi. Meglio se del Pd, ma non è obbligatorio, meglio se di Firenze, ma può bastare la Toscana.

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Del filo doppio che lega la famiglia Renzi a Denis Verdini, (e quindi Silvio Berlusconi) fiorentino doc, grande manovratore del Patto del Nazareno, cioè riforme e legge elettorale, abbiamo già parlato in altra occasione.

Ma torniamo agli amici. Il caso più eclatante è il ministro con le forme delle Riforme Maria Elena Boschi, unico volto pubblico del governo col diritto di parola. Ma le pagine gialle della nuova Casta sembrano essere strappate dall’elenco di Firenze. Luca Lotti, di Empoli, sottosegretario a Palazzo Chigi, con la delega all’informazione è l’uomo della gestione, delle “pratiche” quotidiane.

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Il ministro dai Boschi al mare

 

Di Lucca è, invece, la ministra della Pubblica Istruzione Stefania Giannini, della dissolta “Scelta Civica”; di Prato Antonello Giacomelli, sottosegretario allo sviluppo economico, giornalista; di Livorno Silvia Velo, sottosegretaria all’ambiente. Sottosegretario alla giustizia è poi il magistrato Cosimo Ferri, pontremolese; di Firenze è Lapo Pistelli, viceministro agli Esteri in attesa di promozione qualora dovesse andar bene l’operazione Mogherini all’Ue, mentre il viceministro dei trasporti, il socialista Riccardo Nencini è di Barberino di Mugello e quello dell’interno, Domenico Manzione, è fiorentino d’adozione.

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Il ministro Giannini in toples

Ma governo a parte, il cosiddetto “giglio magico” ha posti in piedi. Ed allora il nuovo tesoriere del Pd è Francesco Bonifazi; il nuovo capo struttura contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche a Palazzo Chigi è Erasmo D’Angelis; il capo dell’ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio è Antonella Manzione, ex capo dei vigili a Firenze, mentre il fratello, Domenico, come detto, è viceministro di Alfano. E poi c’è Giuliano da Empoli, presidente del fiorentino Gabinetto Viesseux, e l’ex McKinsey Yo – ram Gutgeld, in attesa di guidare la cabina e di regia economica del governo.

Sempre a Palazzo Chigi lavorano il fotografo Tiberio Barchielli, direttamente da Rignano sull’Arno, passato di colpo dalle foto dei matrimoni a quelle di Obama  e capi di Stato. All’Agenzia delle Entrate, fatto fuori Attilio Befera, è arrivata Rossella Orlandi, empolese che ha lavorato a lungo a Firenze. Marco Seracini, il commercialista del Premier ora è nel collegio sindacale di Eni, l’avvocato civilista, il pistoiese Alberto Bianchi con studio a Firenze, liquidatore di Efim, il fondo per il finanziamento per l’industria meccanica nonostante sia stato condannato per alcune parcelle irregolari dalla Corte dei Conti  per un danno erariale di 4,7 milioni di euro è stato lo stesso piazzato nel Cda di Enel. L’imprenditrice Elisabetta Fabri, fiorentina, di una famiglia di albergatori (Starthotels), è andata in Poste Italiane. Diva Moriani, aretina trapiantata a Firenze, vicepresidente di Intek, la società di Vincenzo Manes finanziatore di Renzi, ha trovato spazio, invece, in Eni.

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Berlusconi-Renzi, la Repubblica della bandana

Istruttiva ed emblematica la storia dello studio associato Bonifazi, Boschi, Lovadina. Di Bonifazi e Boschi abbiamo già parlato: a Federico Lovadina è stato trovata una poltrona nel Cda di Ferrovie dello Stato. Così come nelle Ferrovie dello Stato è nominata anche Gioia Ghezzi, collaboratrice di Renzi  al progetto di legge sull’omicidio stradale.

Da un omicidio all’altro, il delitto perfetto dei nostri conti pubblici, risulta ancora una volta essere la revisione della spesa pubblica, mi sa che devo scrivere spending review altrimenti va a finire che non si capisce. Fuori gioco ormai Cottarelli, amico di nessuno,  dentro Yoram Gutgeld (economista israeliano naturalizzato italiano, deputato del Pd e consigliere economico di Renzi) e Filippo Taddei (della segreteria del Pd, docente di economia alla Johns Hopkins University Sais e ricercatore del Collegio Carlo Alberto) due fedelissimi che stanno lavorando all’ennesimo nuovo piano di spesa che tenga conto anche dei proventi dalla lotta all’evasione fiscale,  i pacchetti per gli incentivi alle imprese e le operazioni congiunte tra Stato, privati e fondi europei.

Ma mentre un nuovo piano è pronto a soppiantare il vecchio piano, che soppiantava quello precedente, l’esercito dei “ministeriali” ha superato ormai quota 170 mila unità. Che è come dire, che uno va a Modena e sono tutti lavoratori di un ministero, dal neonato all’ultra centenario…

Pier Carlo Padoan

I “segnali” di Pier Carlo Padoan

Eppure sembra non bastare mai. Fioccano le consulenze e le collaborazioni, nel 2011 abbiamo pagato 1,3 miliardi di euro, un conto salatissimo ed incomprensibile. E andando a spulciare c’è da rimanere esterrefatti. Prendiamo il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, che chissà da quale improvvisa e inderogabile emergenza si è visto “costretto” a nominare suo consigliere personale la professoressa Giuseppina Baffi (sì, la figlia dell’ex governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi) anche se solo per due mesi (dal 27 maggio al 30 giugno) con un compenso di 75.561 euro… Più di duemila euro al giorno, alleluia. Per non parlare delle consulenze. Nel governo Renzi sono poco più cinquecento. Non male per un rottamatore, uno che doveva mandare tutti a casa.

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Renzi, il Pil e le Palle

E siamo attivati così ai primi sei mesi dell’era Renzi fra gufi, slide, annunci,  “ci metto la faccia” ed un bilancio non certo lusinghiero: 80 euro a qualcuno, i debiti della Pubblica amministrazione eternamente bloccati, il fantasma del Jobs Act che chissà se e quando partirà, la discreta sequenza delle previsioni economiche sbagliate e qualche panzana di troppo. Come quando il 9 maggio, in risposta a Moody’s  che tagliava le stime di crescita Renzi sparò la sua supercazzola. “Ma quale mezzo punto, possiamo crescere del 2 per cento”. Proprio come ad Amici miei…

 

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Un pensiero su “Amici miei

  1. alfredo perillo

    Che faccia tosta questo intruso. Ma gli Italiani non hanno le palle e tutti se ne approfittano.
    Certosina la ricerca del giornalista e lo ringrazio di cuore. Grazie!

    Replica

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