La tenda berbera dei libri
La piazza barbara dei divi

di Ninì Marotta

 Era de maggio….

 Ed era un sabato sera del millenovecentonovantadue. Per tutto il giorno, era caduta un pioggerella fitta e sottile  che poco si  confaceva all’aria tiepida della tarda primavera napoletana. La tenda era al centro della piazza del Plebiscito, egualmente distante dal Palazzo Reale e dalla Basilica di San Francesco di Paola.

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Sotto i quattrocento metri quadri di Pvc, un’immane quantità di volumi d’ogni tipo, frutto di ricerca attenta e consapevole. Si era deciso di lasciar fuori i grandi blocchisti e ci eravamo orientati verso i magazzini di periferia ed alcuni, interessanti, editori. Ricordo ancora quanto sia stato emozionante scoprire, in casa Rizzoli, l’intero catalogo di Sansoni Antiquariato. Lo portammo via, in blocco, senza alcuna esitazione: tre autotreni, circa cento bancali, forse, centocinquantamila volumi. E, da un editore di scolastica, napoletano, prendemmo diverse serie della collana, anche questa di Sansoni, diretta da Roberto Longhi e altrettante della Storia dell’Arte di Argan. Poi, prime edizioni, prime traduzioni ed anastatiche a tiratura limitata. Nessuna novità. Meglio: rigorosamente, niente prezzo intero, perché oggetto di vendita della libreria tradizionale.

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Prepararci durò poco meno di un anno. Il momento più avvilente fu il confronto con la burocrazia. In teoria, fatta la domanda di occupazione di suolo pubblico all’organo preposto, il resto sarebbe dovuto arrivare in automatico. In teoria. Nella realtà dei fatti, solo l’intervento illuminato del Prefetto di allora, Umberto Improta, che aveva compreso quanto, l’iniziativa, poteva rivelarsi importante per la Città, ebbe ragione dell’immobilismo a cui era destinato il nostro lavoro.

Avevamo, dunque, portato a Napoli materiale di difficile reperimento, libri assenti da anni dal circuito cittadino e, pertanto, avevamo acquisito un pubblico competente ed innamorato che, a volte, era lì anche solo per respirare l’atmosfera di cui l’ambiente era pervaso. Ed il passaparola che ne scaturì ebbe un sorprendente effetto richiamo.

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Quella sera di maggio, credo fossero le dieci, in tenda nessun visitatore. L’ultimo, non proprio un cliente, nell’uscire, era scivolato sulle tavole rese sdrucciolevoli dalla pioggia finendo a gambe all’aria e, dal giubbotto, erano saltate fuori tre grosse monografie d’arte del medesimo artista. Non ricordo chi fosse, l’artista intendo, ma era chiaro che i libri non fossero stati scelti per essere letti. L’episodio, comunque, ci indusse a provvederci di un tappeto che ricoprisse, in caso di pioggia, la zona antistante l’ingresso.

Eravamo sul punto di affidare la tenda alla guardiania notturna  quando, un distinto signore dell’età a mezzo tra la sesta e la settima decina, cappello poggiato sulla nuca con l’ampia falda rivolta in alto, quasi fosse un aereo in fase di decollo, comparve sull’ingresso. Dava la mano ad una giovane signora e, sotto il cappotto, già poco usuale nelle sere di maggio, indossava il pigiama.

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Gerardo Marotta

I Marotta, a Napoli, riempiono più di quattro pagine d’elenco telefonico e, in questa moltitudine di anime vaganti, ce ne sarà sempre una per la quale mi chiederanno: “ah, Marotta! Sei, per caso, parente di …?”.

Un tempo, dire Marotta, a Napoli – scriveva Domenico Rea – era dire Giuseppe Marotta, il sottile, trepido autore de L’oro di Napoli, oggi  dire Marotta, è dire Alberto Marotta, l’editore …”.   

E, nei giorni di cui scrivo, e ancora oggi, il Marotta di riferimento è Gerardo Marotta, avvocato, fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e intellettuale di spessore. Rea continuava asserendo che “questi avvicendamenti non sono facili”.

Su questo, però, non sono d’accordo. Al contrario, ritengo siano sostituzioni naturali:  se non sei un lettore e non hai passato il mezzo secolo non avrai mai sentito parlare di Giuseppe né di Alberto Marotta, che pur restano pietre miliari della storia colta della Città.

E il signore in cappotto, pigiama e feltro, posto, di certo, non sulle ventitré, era, appunto, Gerardo Marotta. L’avvocato entrò, restò per un attimo sulla soglia, poi ci chiese se fosse tardi per dare uno sguardo più attento ai volumi. Andò via un’ora dopo, assicurandoci che sarebbe tornato presto. E mantenne il proposito. 

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Un po’ di tempo dopo lo incontrai in casa sua. Era dietro un gran tavolo di noce, nella sala da pranzo. Alle sue spalle, un finestrone, ampio quasi quanto la parete, affacciava sul golfo. Il palazzo  sorge in un vicoletto stretto e poco illuminato, nominato, magari in maniera un po’ pretenziosa, Viale Calascione. Vi si accede da  Via Monte di Dio e mai crederesti che ti possa offrire un simile spettacolo. Una volta nell’appartamento, per raggiungere il mio ospite, avevo dovuto superare alte pile di libri disposti a barriera e casse ancora chiuse, anch’esse piene di  libri che attendevano di esser collocati nelle già stracolme librerie, alte al soffitto, che occupavano tutte le pareti fin dall’ingresso.

Piccolo, gli occhi, dietro lenti spesse e  cerchiate, di chi destina ogni giorno molte ore alla lettura e, forse, quell’unica volta, senza cappello. In pigiama. Aveva voluto incontrarmi per concordare, nei dettagli,  tempi e  modi della mostra sul Filangieri che, curata dall’Istituto per gli Studi Filosofici, avremmo esposto in Piazza del Plebiscito dal mese successivo. Per definire ogni cosa, impiegammo pochi minuti: per l’istallazione avremmo liberato, dai banchi di esposizione, cento metri quadri e Marotta & Marotta avrebbe editato il catalogo. Per il resto del tempo parlammo di libri. Parlammo dei libri utili all’Istituto ed a quali condizioni e prezzi, avrei potuto procurarli. E, lavorando alla cosa, l’avvocato mangiò pere mastantuono, quelle piccole e dolci, a pasta dura, da una fruttiera al centro del tavolo.

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L’uso della piazza, i concerti

… fresca era l’aria …

Mancavano al Natale due, forse, tre settimane. Da via Toledo confluiva, in Piazza Trieste e Trento e nell’attigua Piazza del Plebiscito un fiume d’anime alla ricerca del dono perduto. Era l’anno di tangentopoli e, i più ingenui tra noi, s’erano illusi che, la gestione della cosa pubblica, sarebbe andata in mani più adeguate e attente. Di crisi non c’era ombra e il Natale reclamava le sue vittime sacrificali: tredicesime, premi di produzione e, magari, stipendi,  venivano rasi al suolo impietosamente: non si facevano prigionieri, non vi erano  superstiti.

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L’uso della piazza, albero e palle

Una sosta al Gambrinus, anche solo per un caffè e ancora per negozi, fino ad esaurimento badget. E, in qualche caso, oltre. Entrai anch’io nel bar della Piazza del Carciofo. Fuori, nella folla, un paio d’individui mi scrutarono con attenzione, facendo caso che non mi seguisse nessuno. Fecero, poi, un cenno rivolto all’interno del locale. Nella saletta di destra, quattro tavoli, tre occupati da simili figuri, al quarto, seduti con Alberto, il mio socio, i due con cui avrei dovuto confrontarmi.

Erano giorni che Alberto riceveva telefonate di minaccia e di richiesta. Non si erano pronunciati sulla cifra ma questo non aveva alcuna importanza: non avremmo potuto pagare un solo centesimo. E, se lo avessimo,  non lo avremmo comunque fatto. Dovetti, a malincuore, incontrarli.

Alla mia destra sedeva un tizio robusto, guance mal rasate, capelli bianchi. Fu lui che, nell’arco della discussione, avrebbe pronunciato una frase che mai più avrei scordato: “noi siamo carne da macello, se non finiamo uccisi, finiamo in carcere …”. Lo disse in dialetto ma, per il resto, non ho cambiato una virgola. Di fronte, alla destra di questi, probabilmente il capo: capelli lunghi, raccolti in una coda di cavallo e cappotto di cammello. Quest’ultimo lo ricordavo, l’avevo notato in tenda, qualche giorno prima, era al braccio di una bruna molto bella e procace che non poteva passare inosservata. Mi venne di pensare che non fosse proprio un genio: se uno non vuol farsi notare, non va in giro con una così. Ma, ripensandoci, poteva essere vero il contrario. Che lui era forte e se ne fregava. Che, insomma, non avesse “necessità” di nascondersi.

TESCHI DI REBECCA HORN in piazza Plebiscito nel 2002

L’uso della piazza, i teschi di Rebecca Horn

Lui disse soltanto: ”cento milioni”. Io, evitai di guardarlo, chiesi carta e penna  e  scrissi i nomi delle Banche ed i numeri dei conti, che dovetti prendere dai carnet. Finalmente, lo fissai negli occhi e dissi:” Se ci trova il denaro, l’autorizzo a richiamare. Altrimenti …”.

“Noi possiamo controllare – mi disse – ma, se non fosse così, non richiameremmo. Non ci sarà tempo.”

La discussione poi si ammorbidì, tanto che loro arrivarono a chiedermi se mi  servissero dei soldi. Dalla tangente alla usura. Si direbbe oggi, una holding del crimine, insomma. Naturalmente reclinai l’invito, con garbo ma con fermezza. Non ricordo di quale zona fossero, quale clan: forse non me lo dissero nemmeno. Ed a ripensarci è una stranezza. Non li ho mai più visti né sentiti.

Gli stand di Radio Marte sono a Piazza Plebiscito per la Race of the Cure 2012

L’uso della piazza, Race of the Cure

Se lavori per strada, la tua vita s’incrocerà necessariamente con delinquenza di ogni tipo, forma e colore. Al lato della tenda, nella parte antistante il Palazzo Reale, alla fermata dei bus, erano soliti raccogliersi i borseggiatori e litigare per la spartizione del bottino. Individui luridi, fuori e dentro, sembravano usciti dalle pagine di Dickens ma, a guardarli in viso e ad ascoltarli, erano anche peggio. Predatori dei poveri. Nulla di umano, in loro. Nemmeno di animale.

Souvenir d'Italie, Piazza del Plebiscito Napoli - 2007

Nei  films commedia, americani, degli anni sessanta, la signora che entrò in tenda in quella tarda mattina di luglio, avrebbe sostenuto il ruolo della mamma della protagonista: sui sessanta,  svampita, di solito con un Martini tra le mani nel salotto di casa o a bordo piscina. Doris Day un po’ più in là con gli anni.  Capelli biondo cenere, rigorosamente cotonati e, al polso, un Rolex Daytona, in oro, corona e quadrante tempestati di pietre preziose. La signora e il suo polso luccicante e ricco avevano attratto una ciurma di masnadieri  a cavallo di motorini e Vespe 50, allora senza targa. L’americana si trattenne molto tempo a guardare libri fotografici sul nostro Paese e un’auto della Polizia si fermò nei pressi. I masnadieri mollarono. Accanto al tendone, rimase solo un ragazzo poco più che ventenne, a bordo di una Vespa 50, con un bimbo di due o tre anni sul predellino.

Se ”a pensar male si fa peccato ma, il più delle volte, s’indovina”, diceva qualcuno. Pensar bene, invece, non ti farà  peccare ma ti disilluderà certamente. Credetti, infatti, che mai avrebbe messo in pericolo la vita del bambino e sbagliai. La signora uscì, in un attimo le fu addosso, le strappò l’orologio dal polso con tale violenza da reciderle una vena e scappò, rendendosi irraggiungibile. Feci accompagnare la signora in ospedale.

Festa Nutella,  piazza Plebiscito 2014

L’uso della piazza. festa della Nutella

La volta successiva non feci alcun pensiero. Quando vidi il motorino accostarsi pericolosamente alla donna che veniva verso la tenda, mi lanciai in mezzo ai due e scippai la borsa allo scippatore. Scappò urlandomi contro che sarebbe tornato per “spararmi”. Risposi, non so come e perché, che lo avrei aspettato ma, subito dopo, andai via. Un atto coraggioso, nella giornata, mi pareva potesse bastare.

Ecco alcune foto  scattate il 13 giugno 2008

L’uso della piazza, concorso di equitazione

… e la canzona doce …

La Mostra sul Filangieri venne molto visitata. Chi entrava in tenda non andava via senza interessarsi  delle memorie esposte. Ed accadeva anche il contrario: il visitatore della mostra diventava, non di rado, cliente della tenda.

Arrivò il giorno in cui la struttura venne smontata, i libri lasciarono Largo di Palazzo. Alcuni trassero un respiro di sollievo, molti ne ebbero nostalgia.

Napoli ebbe un novello Murat dalle vocali aperte e la lingua incespicante. Doveva essere il sindaco del cambiamento, colui che l’avrebbe condotta al suo Nuovo Rinascimento. Esperienze, come la nostra, non poterono essere ripetute: gli spazi pubblici dovevano essere diversamente utilizzati e, in ogni caso, per eventi della durata massima di tre giorni. Solo la Piazza del Plebiscito, e solo nei trenta o quaranta giorni che precedono e seguono il Natale, assurgeva ad area museale ed ospitava l’opera di un artista contemporaneo. La prima istallazione fu “la Montagna di sale” di Palladino. L’artista sannita fece riversare alcune tonnellate di sale marino al centro della piazza e, nel cumulo che ne scaturì, inserì i suoi cavalli.

Mimmo Paladino - La montagna di sale - Piazza Plebiscito, Napoli

L’uso della piazza, la montagna di sale

Dopo Palladino e fino al duemilanove le istallazioni si susseguirono di Natale in Natale. Poi, più nulla: il Rinascimento si fermò qui. Nel frattempo la Montagna di sale era stata sostituita da colline di rifiuti che sorgevano implacabili, come vomitate dai basoli, dai sanpietrini, dagli asfalti. Non più cavalli, fusi nel bronzo o intagliati nel legno, emergevano da quei cumuli ma ratti e blatte. La Villa Comunale venne deprivata, non si sa bene perché, della recinzione e dei lampioni borbonici, sostituiti da “oggetti illuminanti” di forma oblunga che la fantasia popolare ha identificato in “supposte”. E taluni si chiedono, a volte, senza farne un caso, così com’è nel carattere dei napoletani, che fine abbiano fatto e dove siano cancelli ed illuminazioni borbonici e se, in futuro,chissà, la Villa potrà tornare come prima.

Fallito, anzi, mai decollato il progetto neorinascimentale, Napoli sembra entrata in una fase buia, una sorta di medievalismo di ritorno dal quale non pare abbia volontà d’uscire. A guardarla, a guardar noi che l’abitiamo, intendo, viverla come se ci fosse estranea, senza dimostrarle amore e senza averne cura, tornano in mente i versi con cui, il Poeta, chiude la canzone:

 … torna maggio e torna ammore,  fa de me chello che vuò …

Fa di me ciò che vuoi! Totò avrebbe detto, questa volta, però, senza ironia e senza ombra di sorriso: “Voglio proprio vedere, questa stupida, dove vuole arrivare!”.

 

 

 

 

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3 pensieri su “La tenda berbera dei libri
La piazza barbara dei divi

  1. raimondo di maio

    Cara Nini, penso a quei giorni di libri fantastici con nostalgia e affetto, Molti sono entrati a far parte organica della mia “libreria” domestica. Testo di conturbante bellezza. Grazie

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  2. sergio sabbatani

    Testo interessante, vissuto sulla pelle e con il cuore. Per motivi personali -che esulano da questioni socio-politiche- non volevo più tornare a Napoli. Da trenta anni infatti, ogni due anni sono sceso, quasi sempre per tre giorni nel mese di gennaio; mi dispiaceva l’idea malinconica di non tornarci più.
    Dopo avere letto l’articolo di Ninì Marotta penso che ci tornerò, sempre a gennaio…..
    Sergio

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  3. Raimondo Di Maio

    … questo è saper scrivere, bravo Ninì ma hai preparato un libro? Lo stampi? Fatti fammi sentire Raimondo

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