E’ imbarazzante leggere le dichiarazioni di Luigi De Magistris. “La mia vita è sconvolta”, “un clamoroso errore giudiziario”. Ma lui il sindaco-magistrato o il magistrato-sindaco, non è che cambi molto visti i risultati, ha mai riflettuto sull’effetto devastante che hanno avuto sulle persone e sul Paese (comunque la si pensi che un governo si sciolga per una inchiesta della magistratura risultata, fatti alla mano ,inconsistente e sbagliata, se non proprio fantasiosa è un avvenimento gravissimo) alcune sue inchieste? Bombe mediatiche che, secondo dinamiche ormai conosciute, hanno portato De Magistris a togliersi la toga e lanciarsi in politica.
Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste e reportage dei giorni nostri.
di Filippo Facci
Chi l’immaginava? Il tribunale di Roma ha condannato Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi a un anno e tre mesi di carcere per concorso in abuso d’ufficio: acquisire tabulati telefonici di parlamentari senza autorizzazione (e leggerli, e usarli) in Italia è ancora un reato, pazzesco.
Diciamo subito che non accadrà nulla: la pena è stata sospesa (c’è la condizionale, cioè) e non sarà menzionata sul casellario giudiziale: effetti della concessione delle attenuanti, al pari della sospensione dell’interdizione dai pubblici uffici (un anno) che a sua volta è stata sospesa. E comunque è solo il primo grado di un processo in cui il pm, cioè la pubblica accusa, aveva chiesto l’assoluzione per De Magistris: il quale, secondo lui, da magistrato, non sapeva neppure che stava commettendo un reato.
Il giudice Rosanna Ianniello, tu guarda, non ci ha creduto: e per il sindaco di Napoli e l’ex informatico è arrivata una condanna più una provvisionale di 20mila euro (da pagare subito) che è solo l’anticipo di un risarcimento che sarà valutato in sede civile. Chi ringrazia? Beh, i parlamentari che nel 2006 furono intercettati per l’inchiesta-patacca “Why Not”: per esempio Francesco Rutelli, Giancarlo Pittelli, Romano Prodi, Clemente Mastella, Antonio Gentile, Sandro Gozzi e, per il solo Genchi, Domenico Minniti.
A non ringraziare, comunque sia andata, è il governo in carica che nel 2006 ne ricavò una violentissima campagna di stampa: si può tranquillamente dire che Prodi cadde per essa. Impossessarsi di quei tabulati ha però rappresentato “una violazione e una indebita intrusione nella vita privata”: e va notato che il pm (pur chiedendo l’assoluzione di De Magistris) ha detto “di non apprezzare quelli che erano i suoi metodi, la sua ansia ed euforia investigativa e l’uso eccessivo di strumenti come le perquisizioni”.
Parliamo appunto dell’inchiesta “Why Not”, tutto sommato la più rumorosa di quelle incasinatissime già condotte da De Magistris: prendeva il nome da una società di Lamezia Terme che forniva dei tecnici informatici alla Regione. Val la pena di riassumere. Una dei soci ed amministratore della Why Not, Caterina Merante, diede il via a queste fumosissime indagini che ipotizzavano un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta: la “Loggia di San Marino”. Questa loggia, secondo De Magistris, influiva sulle scelte delle amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e per l’assegnazione di appalti, così il pm indagò subito 19 persone per associazione per delinquere, truffa, corruzione, violazione della legge Anselmi e finanziamento illecito dei partiti. Come niente.
Il 18 giugno 2007 fece eseguire dai carabinieri 26 perquisizioni nei confronti, tra altri, di Pietro Scarpellini, consulente non pagato della Presidenza del Consiglio; nell’inchiesta risultarono indagati anche il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, il consulente Luigi Bisignani e il senatore Giancarlo Pittelli di Forza Italia, anche se il ruolo centrale doveva appartenere all’imprenditore Antonio Saladino, allora presidente della Compagnia delle Opere della Calabria.
Altri indagati furono il generale Paolo Poletti (capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza) e poi il diessino Nicola Adamo e il margheritino Mario Pirillo e altri ancora. È l’inchiesta nota per il famigerato “scontro tra procure”, coi togati di Catanzaro e Salerno a litigare meritandosi i primi interventi del Consiglio Superiore della Magistratura. Morale: l’avviso di conclusione indagini fu notificato a 106 persone tra le quali l’ex presidente della Regione Calabria Agazio Loiero e il suo predecessore Giuseppe Chiaravalloti.
L’indagine ruotava anche attorno a dei presunti contatti tra l’imprenditore ciellino Antonio Saladino e l’allora presidente della Commissione Europea Romano Prodi: ma poi risultò che c’era stato soltanto un rapporto amichevole tra Prodi e questo Saladino e la cosa finì in nulla dopo opportuno baccano mediatico.
Poi c’è il caso di Clemente Mastella: negli atti dell’inchiesta figurarono anche alcune intercettazioni riguardanti alcuni colloqui dell’allora ministro della Giustizia (che in precedenza aveva chiesto il trasferimento di De Magistris) e immaginarsi il bailamme sui giornali: ma anche la posizione di Mastella sarà infine archiviata, mentre a scomparire dai capi di imputazione sarà anche la violazione della Legge Anselmi sulle organizzazioni segrete: in pratica non rimase in piedi quasi nulla, anche perché la procura di Roma avocò l’indagine e si accorse che non stava in piedi.
Venne anche fuori che le dichiarazioni di Caterina Merante – principale teste d’accusa in “Why Not”, l’architrave di Luigi De Magistris – secondo i giudici “costituiscono un’ipotesi congetturale espressa in maniera del tutto opinabile e possibilista… presentandosi prive di contenuto penalmente rilevante”. La Merante finì imputata per diffamazione.
E la famigerata “Loggia di San Marino”? Ben due questure appurarono che in pratica non era mai esistita. Il 2 marzo 2010 ci fu il processo con rito abbreviato e il giudice dell’udienza preliminare (gup) assolse 34 dei 42 imputati accusati di peculato, truffa e abuso d’ufficio.
Caddero tutte le ipotesi di associazione per delinquere, corruzione, peculato e truffa. L’imprenditore Antonio Saladino è stato condannato a due anni di reclusione (pena sospesa) soltanto per concorso in abuso d’ufficio. Altri scelsero il giudizio ordinario, ma il gup dispose 28 assoluzioni e 27 rinvii a giudizio per tutt’altre questioni rispetto alle cosmogonie disegnate da De Magistris. Era sbagliata l’inchiesta. Secondo i giudici, ora, anche i metodi, anzi, errano illegali. In sostanza era sbagliato tutto: chi l’immaginava?
(Filippo Facci, Libero)











