di Giovanni Pasàn
Ormai è un fenomeno di massa. E pensare che sino a poco tempo fa aveva il fascino di una piccola eccitante trasgressione. Il tatuaggio oggi si è imposto con forza, anche con arroganza, nella società dell’immagine. Cominciamo un viaggio nel mondo dei tattoo.
Il corpo come un diario, ogni tattoo una pagina di vita. In fondo, ogni esperienza di vita è indelebile come un tatuaggio. C’è chi si tatua un portafortuna, chi vuole festeggiare così un avvenimento o segnalare un cambiamento: c’è chi vuole giurare eterna fedeltà al proprio compagno e chi, viceversa, lo fa per riprendersi dopo un dolore, come la fine di un amore.
Quella del tatuaggio ormai sembra una passione irrefrenabile. Prendiamo ad esempio i calciatori, il massimo dell’esposizione mediatica. Non c’è giocatore piccolo o grande che non ne abbia uno, ogni sfilare di maglietta è come scoprire un quadro vivente. A cominciare da David Beckham, il calciatore più fashion del mondo che ne ha una ventina, ultimo dei quali, la scritta “Love” sul dorso della mano in onore di Harper, la sua prima bambina dopo quattro figli maschi. Un ex del Napoli, il Pocho Lavezzi, è una sorta di pinacoteca vivente.
Recentemente davanti alla sempre maggiore diffusione del fenomeno è nata anche la “psicologia del tatuaggio”. La neo disciplina studia il carattere delle persone in base ai segni impressi in modo indelebile sulla loro pelle. La scelta del disegno e della zona da tatuare non è mai neutra, ma rimanda al mondo dei simboli e fa emergere quello che è nascosto all’interno dell’individuo, il suo vero carattere, l’inconscio.

Secondo la psicologia del tatuaggio, ad esempio, tatuarsi sulla parte sinistra del corpo, che per la psicoanalisi rappresenta il passato, è tipico delle persone pessimiste, con poca fiducia in se stesse. La destra, invece, legata al futuro, sempre secondo questi psicologi, denota un carattere solare, aperto ai cambiamenti, ma ben ancorato alla realtà.
Tatuarsi il tronco denota concretezza e capacità decisionali. Se la scelta cade sulle braccia, significa che l’individuo sta attraversando una fase di lenta maturazione. Mentre le persone infantili e poco riflessive preferiranno le gambe. Se il tatuaggio si trova in una parte anatomica normalmente nascosta come l’ombelico, l’interno cosce, la persona è timida e insicura, con forte senso di inferiorità. La caviglia è la zona preferita dalle donne sospettose e gelose, ma anche molto femminili e dagli uomini competitivi e battaglieri. Tatuarsi le zone genitali, infine, assume significati opposti per uomini e donne. Combattive, autonome e sensuali per le donne. Maldestri e passivi gli uomini.
La zona da tatuare varia anche a seconda del sesso: gli uomini preferiscono la schiena, la spalla e il braccio destri. Le donne, la caviglia e il polso, adatti ai disegni più piccoli come fiori, rondini o delfini, che sono i prediletti dal sesso femminile.
Il mondo dei tatuaggi ha radici profonde nella storia dell’umanità, pare che anche la “mummia di Similaun”, trovata tra i ghiacci delle Alpi nei primi anni ’90 e datata 5300 anni fa, ne avesse uno sulla schiena. Il termine deriva da “ta-tau”, che in polinesiano significa “segno sulla pelle”. Nelle popolazioni primitive, tatuarsi non aveva nulla di trasgressivo, anzi era un segno di integrazione sociale. I maori della Nuova Zelanda usavano tatuarsi il viso in segno di distinzione di rango. Già, perché il disegno, chiamato “moko”, rendeva l’individuo unico e inconfondibile, come le nostre impronte digitali.
Gli studiosi del comportamento si sono chiesti perché in una società così mobile come la nostra, dove tutto cambia a una velocità vertiginosa, si sente sempre più spesso il bisogno di lasciarci segni indelebili sulla pelle.
La molla più potente e profonda che spinge a desiderare un tatuaggio è probabilmente quella di volersi distinguere da tutti gli altri, il bisogno di riaffermare a livello visivo la propria diversità, il proprio essere unici rispetto alla massa. Secondo molti il tatuaggio oggi assolve le stesse funzioni che aveva nelle società primitive, anche se reinterpretate secondo nuovi codici culturali: viene usato per distinguersi, abbellirsi, comunicare, appartenere a un gruppo ed esorcizzare le paure.
Il tatuaggio ormai è una passione irrefrenabile, per uomini e donne. E non solo per giovanissimi. Ma anche per gli over quaranta. E così in una società in cui le differenze sociali sono meno evidenti, il tatuaggio aiuta ad esprimere sul corpo la propria interiorità.
Le motivazioni per dipingersi il corpo sono spesso profondamente diverse a seconda dell’età. Gli over 40 che ricorrono al tatuaggio, infatti, lo fanno per motivi profondamente diversi rispetto a quelle dei giovanissimi. Per gli adolescenti, il tatuaggio può essere un modo per affermare una personalità ancora in via di costruzione, per un adulto che invece possiede una personalità ben strutturata la scelta risponde al desiderio di fermare il tempo ad un momento della vita in cui è ancora possibile trasgredire. I ragazzi scelgono il tatuaggio per anticonformismo, rifiuto dell’omologazione, ribellione. Ma anche per esorcizzare la paura, l’insicurezza e la solitudine. Non a caso, in una società dove la famiglia e le comunità tradizionali sono in crisi, i segni tribali sono tra i preferiti.
(1. continua)








