di Carlo Paolo Visconti
Marco Rossi Doria è stato maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli tra il 1994 e il 2006 ed è il fondatore del progetto Chance volto al recupero di adolescenti che hanno abbandonato la scuola. Fa parte di quel gruppo di insegnanti che, insieme a Cesare Moreno, ha deciso di abbandonare la scuola formale e di dedicarsi, ai limiti del volontariato, alla scuola di frontiera, quella appunto della strada.
Napoletano, nato nel 1954, figlio del senatore Manlio Rossi Doria, sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Monti e Letta, Rossi Doria è autore di numerosi libri (tra i quali “Di mestiere faccio il maestro”, “Insegnare. Conversazione tra strada e istituzioni”) sulla lotta alla dispersione scolastica, i diritti dell’infanzia, le possibili risposte alla crisi educativa e l’innovazione della scuola. La sua ultima fatica letteraria è “Con l’altro davanti” (libreriauniversitaria) frutto di una conversazione con Scuola di strada, professore di Psicologia dell’Educazione presso l’Università di Roma la Sapienza che ha sempre lavorato a contatto con le scuole e gli insegnanti.
“La scuola, così come è fatta – scriveva rossi Doria nel suo libro “Di mestiere faccio il maestro” – serve davvero molto poco ai poveri e agli esclusi. Forse è maturato il tempo per rifondare dal basso… una scuola popolare o comunitaria”. Un progetto, un’idea di scuola che nel 1998 concretizzò a Napoli nel progetto Chance, attivo fino al 2009. Scuola della seconda opportunità sostenuta anche da fondi pubblici, Chance si proponeva di recuperare i ragazzi inadempienti all’obbligo scolastico attraverso un percorso educativo che si muoveva dentro e fuori le mura scolastiche. “In Italia – ha detto Marco Rossi-Doria– la povertà coincide con la mancanza di effettiva frequenza di una scuola: meno si sa e più si è poveri. Ma attenzione: la scuola che affranca dalla povertà, in tutto il mondo, è quella intesa come luogo comunitario, partecipato, di apprendimento situato e di pedagogia laboratoriale…e non solo intesa come auditorium”.
Ed allora i luoghi dell’apprendere del progetto-pilota erano le strade di Napoli, dove il fenomeno della dispersione scolastica e l’esclusione sociale costituivano un problema. Il docente andava ovunque i bambini si ritrovassero per giocare e socializzare, perché da qui era necessario ripartire per il recupero. “ Spesso mi sono chiesto quali fossero i fondamenti del mio mestiere, dell’insegnare. E per trovare una risposta mi sono rivolto a Clotilde Pontecorvo, donna molto colta, accogliente e al tempo stesso molto rigorosa. Il punto di partenza è una affermazione di Martin Buber. “Ogni vita vera è incontro”. Se non esistesse l’altro, non ci sarebbe vita intesa come relazione, riproduzione e generazione. Né avrebbe senso parlare di comunità e società. Riconoscere l’altro significa accogliere la diversità, implica rispetto, dialogo, reciprocità. “Non siamo soli al mondo – sottolinea Rossi-Doria – e per tutta la vita dobbiamo essere in qualche modo accompagnati e aiutati dagli altri, ma anche limitati. E in questo c’è anche il fondamento dell’educazione. Si, perché l’educazione non avrebbe senso se non fossimo nella condizione di dover crescere insieme, se non fossimo uguali.”
E c’è anche un altro concetto molto interessante a modo suo “rivoluzionario”. ”La scuola è il contesto sociale di apprendimento in cui avviene la condivisione dei saperi e la costruzione dei significati. L’insegnamento non dovrebbe avvenire infatti in una prospettiva gerarchica docente-alunno, ma in una “situazione di orizzontalità tra pari” e in forza degli argomenti. I bambini apprendono lavorando e discutendo insieme e il docente funge da guida discreta. “Tu sei lì – argomenta Clotilde Pontecorvo – e ci sei per metterti in gioco, al fine di favorire la circolarità dell’apprendimento o della relazione, più in generale, con l’altro, appunto”.










