La munnezza

 Giandomenico Lepore e Nico Pirozzi, un magistrato ed un giornalista, hanno monitorato lo stato della Giustizia in Italia. “Chiamatela pure giustizia (se vi pare)” Edizioni Cento Autori, affronta le questioni più spinose e controverse della giustizia, non risparmiando critiche e bordate polemiche a una classe politica spesso inefficiente e autoreferenziale. Un racconto senza omissioni o censure, che illumina di una luce nuova uno spaccato della storia del nostro Paese, delle leggi sbagliate e delle riforme mancate. In tre puntate affrontiamo una delle emergenze che ha maggiormente segnato la nostra terra: la munnezza. Ecocrimini, ecoballe ed ecoaffari.

copinc2

di Giandomenico Lepore e Nico Pirozzi

Il dramma della Terra dei fuochi, il luogo ove per più di un quarto di secolo sono state “intombate” centinaia di migliaia di tonnellate di veleni e di immondizia di tutti i generi con devastanti effetti sull’ambiente e sulla salute di chi ci vive, è sintetizzabile in una sola parola: biocidio. Un neologismo il cui significato non è di molto dissimile dai termini con i quali fa rima: omicidio e genocidio. Il crimine è quello perpetrato nei confronti di milioni di cittadini della Campania da una lobby di delinquenti, che per anni hanno goduto di una totale immunità, grazie alla complicità di imprenditori, professionisti e faccendieri dall’innata e pelosa furbizia senza etica. Ma grazie anche al complice silenzio di funzionari e amministratori pubblici infedeli o quantomeno distratti; di politici maneggioni partoriti sotto le insegne della prima e anche della seconda Repubblica.

Volti noti e meno noti, per un affare che, al pari di quello della ricostruzione post terremoto degli anni Ottanta, è servito ad accrescere il peso politico di notabili, professionisti e imprenditori spregiudicati, oltre al potere economico di alcuni tra i più pericolosi clan della camorra. Sì perché nella Terra nei fuochi, e più in generale in quell’angolo di Campania dove le province di Napoli e Caserta sfumano l’una nell’altra nel caos di un disordine urbanistico senza eguali, gli interessi della camorra sono stati convergenti con quelli della politica. A spiegarlo sono state le testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia e i riscontri operati da giudici e pubblici ministeri. Luoghi, nomi e circostanze del misfatto, sono noti da tempo.

rifiuti-tossici-nella-terra-dei-fuochi-598x312

Rifiuti tossici

Più nebuloso appare invece l’accertamento delle responsabilità, messo in crisi – manco a dirlo – dalle lacune e dalle contraddizioni di leggi inadeguate rispetto alle dimensioni del problema. Sempre che, a mettere la parola fine ad ogni aspettativa di giustizia del cittadino onesto, non sopravvenga la prescrizione del reato, che come una pietra tombale chiude ogni discussione. Strano e bizzarro destino quello di una regione che a vent’anni di distanza dall’esplosione della crisi e dalla nomina del primo Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, non solo non è riuscita a trovare una soluzione credibile al problema, ma non è stata nemmeno in grado di partorire uno straccio d’idea sul come, quando e dove smaltire gli otto milioni di tonnellate di ecoballe che occupano un’area grande quanto duecento e più campi di calcio. Un’immensa isola di veleni, che con i suoi miasmi ha avvelenato l’acqua, l’aria e la vita stessa di milioni di cittadini. Benvenuti in Campania, terra di fuochi, di veleni e di paradossi.

Nove governi, una cascata di soldi

Esercito: esercitazione 'Rescue Bugle'

Per mettere la parola fine all’emergenza rifiuti, i nove Governi che si sono succeduti alla guida del Paese dal 1994 al 2009 (da Dini al Berlusconi quater) hanno dirottato in Campania diversi miliardi di euro. Soldi, finiti non si sa bene in quali tasche, con l’aggravante che il mancato raggiungimento degli obiettivi ha fortemente contribuito ad esasperare la crisi, al punto che a vent’anni di distanza dall’insorgere dell’emergenza siamo ancora alla ricerca di soluzioni credibili e praticabili.

Non sono a Napoli di passaggio, quindi so bene di cosa stiamo parlando. Non nascondo che, come cittadino, sono ancora stupito di come politici dalla lunga e consolidata esperienza amministrativa, e tecnici di cui risuonano ancora le lodi, possano aver agito con tanta superficialità e approssimazione. Confesso di non aver ancora capito, tra le tantissime cose a cui non sono stato capace di trovare una risposta, come sia stato possibile generare un’emergenza rifiuti in una regione come la Campania che, grosso modo, conta un addetto del settore ogni 23 abitanti, mentre la Lombardia, che certamente ha molti più rifiuti della nostra regione da raccogliere e smaltire, conta un solo addetto ogni cento residenti. Volendo aggiungere qualche altra perla al discorso, dico anche che non ho mai compreso quale perverso ragionamento abbia permesso che a Taverna del Re, una tra le più fertili e produttive aree della Campania felix che Pomona, la dea latina delle colture, non avrebbe disdegnato come suo regno si andasse a localizzare una vera e propria città della monnezza: 130 ettari di superficie, più o meno la stessa grandezza di quasi duecento campi di calcio disposti uno accanto all’altro, trasformati in una mega discarica, più estesa di quella di Payatas, nelle Filippine.

tommaso sodano

Tommaso Sodano

Una decisione assurda e inconcepibile – come molte altre, che compaiono nella sciagurata vicenda dell’emergenza rifiuti in Campania – perché gli ideatori del folle progetto erano ben consapevoli del fatto che non esistevano inceneritori nei quali bruciare pattume di quel genere. È come se in California si fosse scelta la Silicon Valley per stipare l’immondizia prodotta dai cittadini di San Francisco, con l’aggravante che Taverna del Re e gli altri siti scelti per raccogliere le ecoballe (come l’oasi naturalistica di Persano, a ridosso dei fiumi Sele e Calore) “diventavano discariche, ma senza avere le caratteristiche di sicurezza delle discariche”, spiegava nel corso di un’udienza del processo, l’ex presidente della commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano. Difatti, non essendo stato previsto alcun sistema di captazione del percolato – quel liquido nero e maleodorante, partorito dai rifiuti organici in decomposizione, che Raffaele Del Giudice, il protagonista del documentario-denuncia “Biùtiful cauntri”, faceva schizzare dopo aver lanciato una pietra nel grosso invaso che si era formato accanto ad una discarica – nulla ha fermato la mortale corsa del veleno, che si è infiltrato nelle viscere della terra, contaminando per chissà quanto tempo tutto ciò che ha incontrato lungo il percorso (falde acquifere comprese). Ma questo è solo uno dei tanti aspetti che, come cittadino, mi ha lasciato perplesso.

images

Giandomenico Lepore

Da capo della Procura di Napoli mi sono invece trovato a confrontarmi con la scottante vicenda della discarica di Contrada Pisani a Pianura, che nel dicembre 2007 si voleva riaprire per far fronte all’ennesima emergenza rifiuti. Una discarica, quella di Contrada Pisani, chiusa nel 1996, dopo aver ingoiato pattume di ogni genere per più di quarant’anni, distante in linea d’aria poche decine di metri dalla riserva naturale degli Astroni, un’oasi protetta del Wwf, dove – stando a quanto accertato da una commissione parlamentare d’inchiesta – nei primi anni Novanta “vennero smaltiti illecitamente, tra gli altri, rifiuti provenienti dall’Acna di Cengio, nonché rifiuti solidi urbani provenienti da regioni del Nord Italia e fraudolentemente fatti entrare in Campania”. La decisione di riaprire lo sversatoio aveva scatenato la rabbiosa protesta degli abitanti di Pianura, accompagnata da una pioggia di denunce che aveva cominciato a riversarsi in Procura. Sulla scorta degli accertamenti disposti immediatamente, a fine gennaio 2008 bloccammo i lavori di ripristino della discarica con un’ordinanza di sequestro probatorio. Un provvedimento, che probabilmente generò più di qualche mal di pancia nelle stanze dell’allora Commissariato per l’emergenza rifiuti. Quella decisione evitò di trasformare una bomba in fase di disinnesco in un ordigno ancora più potente, che in breve tempo sarebbe sicuramente deflagrato. Insomma c’è qualcosa in tutta questa storia che non quadra, perché al di là della camorra, del materiale tossico che finisce sotto terra, non si capisce come questa commedia degli equivoci possa essere andata avanti da più di vent’anni. Da quando l’allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, emanò il decreto attraverso il quale il Governo prendeva atto dell’emergenza ambientale venutasi a creare a causa della saturazione di alcune discariche. Era l’11 febbraio 1994.

Storia completamente diversa è invece quella che riguarda il processo e l’accertamento delle responsabilità. Ovviamente, anche quello sul disastro rifiuti ha rispettato il copione già visto e collaudato in altri dibattimenti, dove c’è sempre qualche difensore che riesce a strappare un rinvio dell’udienza, in attesa di veder scattare i termini della prescrizione del reato. Insomma, nulla di nuovo sotto il cielo di Napoli.

(1. continua)

 

 

 

CondividiShare on Facebook0Tweet about this on TwitterPin on Pinterest0Share on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri post dello stesso Autore