di Eugenio Santovito
Ma potevate dirlo subito, avremmo risparmiato contumelie ed indignazioni, rampogne e rimproveri, brutte figure e mancate scuse, rimbrotti etici e veterosindacali contro Uil Filp, Unsa e Rus le quattro sigle che la fanno dai padroni ovunque ci sia un rudere o un reperto, una antica tomba o un muro che sa di storia e di preistoria, quelle che comandano a Pompei, come a Ercolano, a Stabia, come Oplonti e Boscoreale.
Non è vero che scioperavano per superlavoro, per una serie di mansioni contestate, per avere in consegna aree troppo grandi da custodire e preservare, roba da custodi Superman che dovrebbero vigilare fino a tre zone di guardia, equivalenti ad un’area di circa 35mila metri quadrati, pari al 31,2 per cento in più dei parametri di lavoro assegnati al personale in servizio in altri siti. Ma no, che andate a pensare. Lo sciopero, che poi non è da considerare sciopero perché era un’assemblea, è qualcosa che può assomigliare ad una sorta di prova generale per quella che, pare, debba essere la nuova filosofia di Pompei, città travolta dalla lava ma distrutta da certe norme e certe leggi, l’elogio dell’autolesionismo perché, in fondo, al farci del male non c’è mai fine.
Pompei da 15 anni registra ha un flusso costante di oltre 2 milioni di persone all’anno; a fare meglio (o meno peggio, dipende dai punti di vista) è in Italia solo il Colosseo, con circa 3 milioni di turisti. Ma c’è poco da stare fieri, checché si dica. Stiamo parlando di qualcosa unica al mondo. Per capirci il Museo del Barcellona calcio, ogni fa quasi due milioni di visitatori a 25 euro a biglietto, grandi e bambini. Per qualche maglietta, un po’ di foto di campioni di ieri e di oggi, e qualche pallone firmato dai migliori calciatori del’era moderna… La Reggia di Versailles e il British Museum di Londra staccano complessivamente ogni anno 13 milioni di ticket. Ed i nostri sforzi dovrebbero di certo tutti essere tesi nel cercare di avvicinarsi queste performance, o no?
E torniamo a Pompei ed i suoi scavi, di certo uno dei siti archeologici più affascinanti del mondo. Quale dovrebbe essere lo sforzo generale se non quello di far arrivare da queste parti il maggior numero di turisti possibili offrendo loro una qualità di servizi all’altezza della situazione, cercando sempre di migliorarne lo standard? Siamo nel terreno della banalità, dell’estrema banalità. Eppure, incredibile ma vero (sempre che in questo Paese possa esserci ormai qualcosa di incredibile) non è così. Anzi…
Dal prossimo anno gli ingressi all’area degli scavi di Pompei saranno a “numero chiuso”. La scelta, “ponderata e scientifica”, è quella di limitare l’accesso, non sia mai venga troppa gente. Ed il bello è che non stiamo su scherzi a parte. Sentite i tecnici del ministero dei beni culturali, che Dio li protegga.
“A Pompei entrano troppi visitatori, va trovata una soluzione. Per la precisione, c’è una erosione turistica terrificante dovuta al calpestio di migliaia di persone”. Aiuto! E’ scattata l’emergenza, un bradisismo turistico rischia cancellare la vecchia Pompei… E riecheggia, come opportunamente sottolineato anche da Nino Materi su il Giornale, il rapporto stilato dagli ispettori Unesco che, proprio due giorni fa, hanno eseguito l’ultimo sopralluogo, il britannico Cristopher Young e il francese Jean Pierre Adam, proprio gli stessi che l’anno scorso scrissero una relazione tanto negativa da far rischiare a Pompei la perdita del titolo di “patrimonio dell’umanità”.
Il ministro Dario Franceschini, tra la ricerca di un privato e l’altro per rilanciare in nostro patrimonio artistico, che intende fare? E il soprintendente di Pompei, Massimo Osanna, che ne pensa?
Gli unici a far sentire la loro voce sono stati i dipendenti, che avendo un quadro generale di come funziono le cose da quelle parti, non hanno esitato da far sapere che “in caso di istituzione del numero chiuso, non saremo certo noi a dover occuparci di fare la conta agli ingressi”. Già, ma chi conta i turisti visitatori? A Venezia, dove da tempo si parla di numero chiuso, si sono chiesti da tempo come eventualmente fare. La soluzione? Un buco nell’acqua.










