di Roberto Olivieri
La prima volta che corri, senza fermarti mai, per 30 minuti interi, ti senti distrutto. E avrai corso quattro chilometri, nella più rosea delle ipotesi.
Avrai difficoltà a camminare per i tre, quattro giorni successivi. I muscoli sono assaliti dall’acido lattico. Ti domandi cosa mai potrà entrarci, con le tue gambe e con la corsetta sul mare, il dolore che ti ha preso bicipiti, tricipiti e pettorali, considerando che, l’ultima volta che sei entrato in una palestra, la Virgin era una casa discografica.
Però, anche questo inspiegabile, c’è qualcosa che non ti è dispiaciuto in quei 30 minuti di agonia, in quella costante sensazione di morte imminente. E, quindi, lo rifai.
Ho trascorso i miei primi 30 anni senza mai correre per davvero. Quando da piccoli si suonava ai citofoni per poi scappare, non ero mai io l’esecutore materiale. Un po’ per codardia e, molto di più, perché senza almeno cento metri di vantaggio sugli altri, sarei stato spacciato. Troppo lento.
E lento lo sono ancora ma non è più importante. Correre è raccogliere sfide quotidiane contro te stesso e ad un tempo, è regalarsi piccole ma incredibili, meravigliose vittorie, con una cadenza da far spavento al Milan di Sacchi. A me, è andata così. Mi sono piaciuti quei terribili primi 30 minuti di quasi cinque anni fa.
Ed è per questo che ero, alle cinque del mattino s’un Battello che mi portava, insieme con alcune migliaia di persone, da Battery Park, alle spalle di Ground Zero, a Staten Island, per correre i quarantadue chilometri e duecento metri della Maratona di New York. Già, con ogni evidenza, quei primi, terribili 30 minuti mi hanno cambiato la vita.
L’attimo di terrore puro, quello che che ti gela il sangue ancora di più del mattino freddissimo, quando scaricato dal Battello, vedi in lontananza, nel mezzo della Baia, il Ponte di Verrazzano. Raffiche di vento gelido. Nubi minacciose. Il sole non è ancora sorto. Guardai negli occhi Filippo e Paolo, amici di sempre e compagni d’avventura, e vi lessi lo stesso disperato perché che sapevo essere nei miei.
Poi, la lunga attesa, prima della partenza, sostenuta dal vortice adrenalinico che hai nelle vene. Mangia il giusto. Bevi poco. Riscaldati ma non esagerare ché ti stanchi. Come correrai? I primi cinque, i secondi dieci: quante volte ti sei ripetuto la strategia da seguire, negli ultimi giorni? E quel dolorino maligno che ti ha accompagnato negli ultimi mesi di preparazione? Bah! Speriamo che ti lasci stare nelle prossime quattro ore. La tensione cresce.
Ecco, inizia la marcia di avvicinamento alla Start Line. Le note di New York New York ti sollevano da terra e ti accompagnano al via. Uno dopo l’altro, ci si libera di sciarpe, cappelli, tute, giubbotti lasciando un fiume colorato ai margini della strada. L’organizzazione della Maratona provvederà, poi, a raccogliere ogni cosa e a devolverla in beneficenza.
Il sole, nel frattempo, è salito ed il Ponte di Verrazzano, che un momento prima era protagonista del tuo peggiore incubo, è diventato Atlantide o , comunque, il luogo dove stai per vivere una straordinaria esperienza, la più straordinaria che tu abbia, fin qui, vissuto.
I primi venti chilometri volano via leggerissimi. Sembra sia passato solo un attimo e già sei nel centro di Brooklyn. Ad ogni chilometro che passa, una band suona. Ogni chilometro, un pezzo diverso, un ritmo diverso. A volte ci fai caso a volte no. Sei preso, troppo preso a salutare tutti quelli che leggono il tuo nome sul petto e lo urlano come se fossero lì solo per te. Di domenica mattina e con quel freddo.
E poi, inevitabilmente, ci pensi. Ti prende la paura. Si avvicina il “muro” dei trenta chilometri, quello che ti descrive anche Google, quando cerchi: Maratona. Pare sia come le Colonne di Ercole per tutti coloro che affrontano per la prima volta la corsa. Incredibilmente passa anche questo e quasi non te ne accorgi. Non tutti, però, hanno avuto la mia fortuna: in tanti hanno beccato quel “muro” in piena faccia. Non so dire perché ma, a me, è andata bene.
E sono a Manhattan. La riconosco dai palazzi eleganti e dalla facce familiari dei turisti europei: alé Roberto, vamos Roberto, forza Roberto. Dai! Ci siamo quasi! Ora lo so: non mi ferma più niente.
Il Central Park poi è solo un sogno. E’come quando, nelle soap opera, la protagonista ricorda il bacio con il suo amore ormai lontano, immagini sfocate, il classico flash-back di “Quando si ama”.
Quarantadue chilometri e duecento metri. Tagli il traguardo. Fermi il cronometro in un ultimo rigurgito di lucidità. Cerchi di riprendere a camminare ma il dolore alle gambe è pazzesco: non puoi sederti, non puoi fermarti, non puoi neanche muoverti. Vorresti, con lo stretching, dare un minimo di sollievo ai muscoli: niente da fare. Appena puoi, alzi lo sguardo e ti accorgi di essere circondato da persone che non hai mai visto prima. Ti guardano con occhi spiritati, da volti devastati dalla sofferenza. Volti sui quali è stampato il medesimo sorriso che senti avere anche tu. Abbracci, pacche sulle spalle. E’ finita. O è appena cominciata.
Non so se l’anno prossimo ci sarò. Un’altra piccola, insignificante, incredibile, meravigliosa sfida da affrontare e, chissà, da vincere.
Ps. Roberto Olivieri dopo un po’ di anni trascorsi, per studio e lavoro, tra Montpellier, Milano e Roma, torna a Napoli, città natale, dove, già da qualche anno, fa impresa. Ecco spiegato il come e perché abbia sentito la necessità d’imparare a correre.












