di Eugenio Santovito
L’acqua divide gli uomini; il vino li unisce. (Libero Bovio)
In America l’indagine ha avuto una sua matrice scientifica, hanno selezionato i vini che piacciono ai democratici e quelli preferiti dai repubblicani. I vini di sinistra e quelli di destra, insomma. Da noi qualcosa di più empirico perché il vino, comunque la si pensi, è una cosa seria. Secondo una rivista specializzata, ad esempio, il Franciacorta sarebbe di sinistra, il Barolo di destra. Scatenando, figuriamoci, dissensi e proteste.
Pensate, ad esempio, che cosa avrebbe scatenato Bartolo Mascarello, l’ultimo dei Mohicani, l’uomo della tradizione, il nemico giurato dei barrique (solo botti di rovere) e di Berlusconi (da vecchio uomo di sinistra). “ Una volta c’erano personaggi come Nenni, oggi abbiamo una sinistra divisa e litigiosa parte di un sistema politico in disfacimento, verso la degenerazione della democrazia ben impersonificata da Berlusconi” soleva dire Bartolo, come lo chiamavano tutti. E così nell’accostare la degenerazione politica a quella della fermentazione veloce in piccoli fusti inventò l’etichetta “No barrique No Berlusconi”, un manifesto che viaggiava sulle sue bottiglie, sul suo Barolo. Etichette semplici, quasi artigianali. Non certo come quelle di Anna Fendi Venturini che lanciò la collezione di 21 bottiglie vestite di italian style, vino e moda, l’unione di due eccellenze del made in Italy.
L’industria del vino è fiorente. Ormai batte l’industria manifatturiera, il settore alimentare e le bevande in particolare. Il 2013 si è chiuso con un aumento del fatturato del 4,8 per cento a 5,6 miliardi di euro (+7,7 per cento l’aumento dell’anno prima). Una progressione trainata ancora una volta dall’estero (+7,7 per cento) a dimostrazione che in tutto il mondo, Europa e Nord America in testa, piace “bere italiano”.
Vigneto ricco mi ci ficco. Il panorama dei viticoltori italiani da un po’ si è arricchito con la discesa in bottiglia di Massimo D’Alema e Bruno Vespa. Ed è subito polemica: altro che Porta a Porta, Vino a Vino. E il motivo del contendere è Riccardo Cotarella, uno dei più importanti enologi italiani, già presidente di Assoenologi e da qualche giorno il nuovo presiedente dell’Union Internationale des Œnologues (Uice) che collabora con entrambi. E pare che questo a D’Alema non vada proprio del tutto bene. Almeno secondo quanto fa sapere Vespa sorridendo sornione.“Massimo mi ha fatto una scenata di gelosia in pubblico. Dice che Cotarella si dedica più alle mie bottiglie che alle sue…”
Bruno Vespa a 70 anni si è lanciato nell’avventura del vino. In Puglia a Manduria è nata la sua azienda che si chiama Futura 14 e che detiene insieme ad i figli Alessandro e Federico. “ Tre anni fa abbiamo rilevato il 31 per cento Masseria Cuturi, le bottiglie sono sul mercato dal 25 settembre: 55 mila, ma aumenteremo”. Il primo vino: Raccontami, Primitivo doc 2012, affinato in barrique, morbido, convincente.
“ I prezzi sono nazional popolari – ha sottolineato Vespa- costa 13,90 euro in cantina. Sono “costretto” ad attuare questa politica di prezzi, devo farmi perdonare di essere conosciuto. Comunque sono particolarmente fiero di una cosa: in un assaggio alla cieca il mio Primitivo ha vinto sul superpremiato Es di Fino”. Le altre etichette: Rosso dei Vespa, Primitivo del Salento Igt 2013, “punto d’arrivo di freschezza e fantasia, 7,90 euro”; il Bruno dei Vespa, Puglia Igt 2013, “ottimo vino per tutti i giorni a 4,90 euro”. L’ultimo è Noitre, Brut Metodo classico Igt Salento 2011, uve Negramaro, fresco, piacevole, cremoso. “Io non sono un esperto, ma certamente un grande appassionato. E seguo la filosofia che fu di Luigi Veronelli”.
I vini del Leader Massimo, invece, sono quattro, il suo quartier generale è al centro nord, la cantina Falesco, i vigneti de La Madeleine (anagrammando Linee D’Alema ) tra Narni e Otricoli, alle spalle le colline di olivi umbri di Montecchio. Quindici ettari, di cui circa 6,5 impegnati a vigneto , acquistati nel 2008. Sia Libero che Intravino hanno raccontato come l’azienda di D’Alema abbia usufruito dei fondi della Comunità Europea: 57.500 euro.
“Ad un’ora da casa mia- ci tiene a sottolineare D’Alema- perché io questa campagna la voglio vivere. Sino in fondo. Faccio anche l’uomo di fatica, scarico cassette d’uva da 20 chili. Sette ettari d’argilla e calcare, 300 metri d’altezza, Cabernet franc e Pinot nero”. Sono sei anni che sta qui. “Mio padre qui aveva un casale, l’abbiamo ceduto perché non lo usavamo: poi ho acquistato la barca Ikarus, un’altra mia passione il mare. Poi l’ho venduta e sono ritornato qui. E, naturalmente, non è bastato vendere la barca. Abbiamo fatto un mutuo pazzesco, impegnando i nostri risparmi e quelli dei figli. Abbiamo convertito i risparmi da beni voluttuari a investimenti produttivi, volti a incrementare Pil e occupazione. Rispettando l’ambiente: energia solare e un vino senza solfiti. Il vino è una passione, non un hobby. Con Linda abbiamo capito che se non si vogliono perdere troppi soldi, bisogna lavorarci sodo”.
Quest’anno non può lamentarsi. Circa settemila delle 8.500 bottiglie di NarnOt, Cabernet Franc in purezza, sono state vendute. Il vino appena finito in bottiglia convince sia i Cotarella sia i D’Alema. Soprattutto il NarnOt. “La qualità nel tempo, l’evoluzione della specie”. D’Alema è sempre D’Alema, ha l’aria da “primo della classe” anche quando parla del suo vino. E si può consentire anche citazioni da cultore: “Ho una inclinazione per la Borgogna, per Denis Mortet, piccolo vignaiolo, morto suicida, le sue bottiglie si trovano ancora. Tra i vini italiani cita il Masseto (il nostro Chateau Petrus, Merlot in purezza) e il Montevetrano, che mi ha fatto avvicinare a Cotarella. Per l’enogastronomia ho una passione antica, fin da quando dirigevo l’Unità, lanciai il Salvagente e seguii la nascita di Slow food del nostro ex collaboratore Carlin Petrini”.













