Quindici anni fa moriva Bettino Craxi. In esilio ah Hammamet, la sua Caprera. “Un grande politico che lavorò per la stabilità e il progresso del suo paese” ha scritto Felipe Gonzalès, socialista, presidente della Spagna per 14 anni. Eppure il giudizio su Craxi in Italia è diverso. Anche quello della nuova politica. Renzi da sindaco di Firenze spiegò che non sarebbe stato pedagogico intitolare una strada a Craxi. E c’è ancora chi cerca il “tesoro” di Bettino. Lech Walesa, presidente della Polonia dal 1990 al 1995 e premio Premio Nobel per la pace. Scrisse di Craxi. “Non saprei dire, oggi, come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi. Ma potrei azzardare un’ipotesi: il sistema dell’oppressione sovietica avrebbe continuato ad imperare e, con ogni probabilità, a produrre continuo spargimento di sangue..” Bettino Craxi, in un ricordo di Sergio Romano, storico, scrittore, giornalista e diplomatico italiano. E’ stato Ambasciatore negli Stati Uniti.
Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste e reportage dei giorni nostri.
Quando divenne segretario del Psi, Craxi ereditò un vecchio partito che aveva percorso una parabola molto diversa da quella dei maggiori partiti socialisti europei. Nel primo dopoguerra i socialisti italiani avevano scelto di stare a fianco del Partito Comunista. Avevano consideratola Nato un’alleanza imperialista e bellicosa, al servizio degli Stati Uniti. E avevano trattato la Comunità Europea alla stregua di un club capitalista, estraneo agli interessi e alle aspirazioni dei lavoratori. I socialisti francesi, olandesi e belgi, i laburisti inglesi erano atlantici. I socialisti svedesi e in un primo tempo i socialdemocratici tedeschi di Schumacher erano neutralisti, ma chiaramente anticomunisti. I belgi, i francesi, gli spagnoli credevano nella originalità e nella utilità del processo di integrazione europea. Soltanto in Italia quello che era ancora, nelle prime elezioni amministrative italiane, il principale partito della sinistra, ebbe sino all’inizio degli anni Cinquanta un programma internazionale anti-atlantico e anti-europeo.
Craxi vuole anzitutto dimostrare che il Psi non è succube del Partito Comunista. Appartiene a questa strategia il sostegno al dissenso nei Paesi satelliti e in particolare a quello cecoslovacco. Il Psi deve essere un partito europeo, in sintonia con i maggiori partiti social-democratici dell’Europa Occidentale, capace di una sua linea coraggiosamente autonoma. L’obiettivo è quello di dimostrare che il socialismo europeo può avere una politica estera credibile, corrispondente alle esigenze del Continente. Occorre essere atlantici ed europei, sembra dire Craxi, ma con sensibilità che rendano la politica estera socialista diversa da quella delle democrazie cristiane del Continente: attenzione ai Paesi in via di sviluppo, appoggio alla causa palestinese, contemporanea condanna delle dittature comuniste e latino-americane.
Prende corpo in questa prospettiva l’idea di un socialismo mediterraneo capace di valorizzare a profitto di ciascun partito socialista, la contemporanea presenza nell’Europa centro-meridionale di quattro ambiziosi leader socialisti: Mitterrand in Francia, Gonzalez in Spagna, Papandreu in Grecia e naturalmente Craxi in Italia. Questa strategia fa parte della marcia verso il potere e serve a rendere il partito di Craxi più visibile. Ma la credibilità di una politica estera si misura nei fatti. Una volta giunto al governo Craxi non può limitarsi a proclamare ideali e ad enunciare principi. Deve dimostrare concretamente che un governo guidato da lui può essere contemporaneamente, senza cadere in contraddizione, atlantico, europeista, filopalestinese, vicino alle opposizioni democratiche dei paesi latino-americani ma consapevole dell’importanza degli Stati Uniti nello schieramento occidentale, amico dei dissidenti dell’Europa Orientale ma consapevole della necessità di un rapporto pragmatico con l’Unione Sovietica.
Craxi capì che l’operazione non sarebbe riuscita, anzitutto, se egli non avesse convinto gli Stati Uniti che l’Italia governata da un socialista non sarebbe stata meno credibile dell’Italia governata da un democristiano o dal rappresentante di un piccolo partito di centro come Giovanni Spadolini. Fu questa certamente la ragione per cui decise di accettare, con qualche breve e occasionale tentennamento, l’installazione dei missili Cruise in Sicilia.
Il teorema parve incrinarsi durante la crisi dell’Achille Lauro. Craxi utilizzò bene il capitale di simpatia che aveva accumulato negli ambienti palestinesi e nel mondo arabo e la vicenda si concluse felicemente con la liberazione della nave. Ma l’assassinio di un turista americano riaprì la crisi e la trasformò in un braccio di ferro tra l’Italia e gli Stati Uniti. Sappiamo che Craxi resistette alle pressioni americane e affrontò spavaldamente nei giorni seguenti la crisi provocata dal Partito Repubblicano. E sappiamo che i rapporti con la presidenza Reagan furono felicemente ricomposti a New York nelle settimane seguenti. Quell’episodio rappresentò per Craxi una doppia vittoria.
Dimostrò che la sua politica palestinese aveva dato buoni frutti. E dimostrò che l’Italia poteva, quando erano in gioco i suoi interessi, dire no all’America. Credo che quella vicenda sia importante per un’altra ragione. Dimostrò che l’America di Ronald Reagan preferiva Craxi a un Presidente del Consiglio democristiano. Per i conservatori che guidarono la politica estera degli Stati Uniti negli anni Settanta e Ottanta, Craxi e il suo esplicito anticomunismo rendevano l’Italia più affidabile di quanto non fosse stata quando i governi democristiani corteggiavano Mosca per addomesticare il Pci e dialogavano con i comunisti per dimostrare a Mosca che l’atlantismo dell’Italia era diverso da quello dei suoi alleati più bellicosi.
Il caso dell’Achille Lauro scoppiò all’inizio dell’era di Gorbaciov. Craxi era stato uno dei primi leader europei a incontrare il nuovo segretario generale dopo la sua elezione e aveva tratto da quell’incontro una impressione positiva. Mentre altri leader europei reagirono con diffidenza al programma riformatore di Gorbaciov, Craxi credette che fosse utile seguire la nuova politica sovietica con “animo aperto”. Voleva prepararsi all’evenienza di una diversa Unione Sovietica? Voleva dimostrare che i socialisti italiani sarebbero stati i primi a cogliere le occasioni rappresentate dalla nuova linea dell’Urss? Voleva provare che i socialisti erano pronti a riconoscere il cambiamento anche in campo comunista? Spero che qualche ricercatore troverà un giorno, fra le carte della Fondazione, una specifica riflessione di Craxi su questo argomento.
Per quanto mi riguarda posso dare a questo aspetto della sua politica estera il contributo della mia personale esperienza. Quando fui nominato a Mosca, nell’estate del 1985, andai a Palazzo Chigi per una conversazione con il Presidente del Consiglio. Mi chiese d’invitare Gorbaciov a visitare l’Italia e capii che Craxi attribuiva alla visita molta importanza. Nei mesi seguenti trasmisi l’invito a Gorbaciov, a Shevardnadze e ai loro principali collaboratori. Gorbaciov registrava senza rispondere, gli altri rispondevano con formule di generica cortesia. Finché Craxi rimase al governo, quindi, il grande incontro non ebbe luogo. La situazione cambiò dopo la formazione del Governo De Mita nel 1988. Vi fu un incontro a Mosca tra De Mita e Gorbaciov nell’ottobre del 1988 e un incontro a Roma tra Gorbaciov e il successore di De Mita, Giulio Andreotti, nel novembre dell’anno seguente.
Non so perché Gorbaciov abbia rifiutato l’invito di Craxi, ma posso fare qualche maliziosa supposizione. E’ possibile che il Pci, a Roma, suggerisse all’Ambasciata dell’Urss di non dare troppe soddisfazioni al nemico Craxi E’ possibile che la dirigenza sovietica preferisse trattare con i democristiani piuttosto che con una partito “social-democratico”, una categoria che alla Piazza Vecchia, sede del Pcus, non era mai piaciuta. Sono soltanto supposizioni malevoli, naturalmente.
Ma Giulio Andreotti ci ha insegnato che «a pensare male spesso si indovina». Resta un curioso paradosso storico: Craxi piaceva al conservatore Reagan più di quanto non piacesse al comunista Gorbaciov.
(Sergio Romano)















