di Ettore Lupo
Cinque anni fa in occasione della partita di calcio dei mondiali Italia-Paraguay gli operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese proclamarono due ore di sciopero. La crisi dell’auto, la Fiat che vuole smobilitare? Ma i mondiali, sono sempre i mondiali. Scherziamo?
Furbetti, assenteisti, fannulloni e trafficoni, tutti uniti in un grande abbraccio mortale, questa è l’Italia: c’è poco da sorprendersi o lamentarsi. Ottocento vigili su mille non si presentano al lavoro a Capodanno, duecento operatori ecologici danno forfeit a Napoli, tutti insieme appassionatamente malati? Ebbene si, c’è poco da meravigliarsi. Del resto al Comune di Roma (nel terzo trimestre 2014) i tassi di assenza, sono variati tra il 25 ed il 42 per cento, con una quota che spesso ha superato il 10 per cento tra malattie e permessi. Quanto ai vigili urbani già a fine 2013 facevano segnare picchi significativi di malattia (7,4 per cento il gruppo di Montemario), di permessi legge 104 (3,01 per cento al Tuscolano) e di permessi “vari” (5,95 per cento al Prenestino). Così come non ricordare gli undici dipendenti del Comune di Napoli arrestati un anno e mezzo fa per assenteismo nell’ambito di una inchiesta, coordinata dal pm della Procura partenopea Giancarlo Novelli? O le 50mila giornate di malattia che si registrano annualmente in Campania. Insomma niente di veramente nuovo sotto il sole del Colosseo e del Vesuvio.
Ma torniamo a dare uno sguardo nazionale, e le cose non è che siano migliori. I conti sono presto fatti. Nel 2013, l’ultimo anno censito dall’Inps sono andate perse a causa delle sole malattie oltre 108 milioni di giornate di lavoro: 77,6 nel settore privato e 30,8 nel settore pubblico, dove è stato registrato un totale di 4.838.767 “malattie”. In poche parole l’altro anno ognuno dei 3 milioni e trecento mila lavoratori si è ammalato una volta e mezzo nel giro di 12 mesi. In media, ferie comprese, le assenze dal lavoro toccano il 20 per cento nel settore pubblico ed il 13 in quello privato. Quando si dice le epidemie. Un danno calcolato intorno ai sette miliardi di euro l’anno.
L’anno scorso solo nei primi sei mesi, in base all’ultimo monitoraggio della Funzione pubblica è stato calcolato che su le 4705 amministrazioni prese in esame, in media ogni dipendente si è assentato per 0,558 giorni per cause di malattia (con ministeri e agenzie fiscali che arrivano a 0,987 e le università che si fermano a 0,218). Con picchi particolarmente alti al ministero della Giustizia (1,827 giorni/dipendente) e alla Difesa (1,218). Per lo più si tratta sempre di malattie di breve durata: gli eventi che comportano assenze superiori ai 10 i giorni, infatti, pesano appena per 0,023 giorni per ogni dipendente.
Eh si, per fortuna sono tutti acciacchi di breve durata. Si proprio la febbre del sabato sera, il fine settimana fa davvero male visto che il lunedì mattina fioccano i certificati di malattia per i lavoratori dipendenti sia nel pubblico che nel privato. Oltre il 30 per cento dei certificati medici che attestano l’impossibilità da parte di un operaio o di un impiegato di recarsi nel proprio posto di lavoro è stato, infatti, presentato di lunedì.
E, attenzione, non c’è solo la febbre del sabato sera. Esistono molte tipologie di permesso, da quelli per assistere familiari con handicap, a quelli per motivi personali (lutto, donazioni di sangue), a quelli per allattamento, per lo studio, a quelli per i lavoratori con handicap. E queste varie tipologie di permesso, pesano molto di più: la media per dipendente è infatti pari a 1,001 giornate perse al mese (1,804 nelle comunità montane e 1,739 nelle università). Una curiosità: a livello regionale ci si ammala molto di più al centro (0,725 giorni/dipendenti) ed al Sud (0,607) che nel Nord est (0,386) e nel Nord Ovest (0,403).










