di Stefania Cantatore*
Sino al 31 luglio del 2014 le donne uccise in un anno sono state 153. E in particolare le mogli e le fidanzate sono stati 72 dall’agosto 2013 al luglio 2014 contro i 45 dei 12 mesi prima. Le denunce per stalking sono state 51.079 dall’introduzione della legge nel 2009. Nel 77,5 per cento dei casi le vittime sono di sesso femminile. E infine i provvedimenti amministrativi: 1.125 ammonimenti; 189 allontanamenti dal nucleo familiare; 5.890 divieti di avvicinamento.
La violenza sulle donne è percepita socialmente, considerando tutte le fonti che contribuiscono alla formazione del sentire comune, come risultato della degenerazione delle “naturali relazioni tra sessi”. La possibilità che una donna subisca violenza, indipendentemente dalla sua età, è prevedibile e poiché prevedibile implicitamente ammessa. L’introduzione del termine femminicidio, in Italia, ha segnato un nuovo tempo, quello nel quale la violenza sulle donne se pur prevedibile è segnata dal rifiuto politico di considerare la medesima un evento fisiologico all’interno delle relazioni tra sessi. Non si tratta di una nuova fattispecie di reato, né di una rinominazione della violenza domestica o dello stupro, tantomeno “di un tipo di omicidio”. Per la cultura, tanto quella popolare quanto per quella accademica, far convivere la dimensione del regime democratico con quella del diverso valore attribuito alla vita degli individui, non è stato un problema, prima dell’ultimo decennio. Uxoricidio, infanticidio, violenza sessuale, delitto d’onore sono terminologie, tre delle quali abolite nei codici, che marcavano varianti anche di gravità, concretizzata poi nelle sentenze, modulate su attenuanti ancora previste che, di fatto, sanciscono la parziale venialità della soppressione o la lesione di un diritto, quando la vittima sia donna, bambina o bambino.
Femminicidio significa che il dominio di un uomo su una donna non è un semplice dato relazionale, quindi reciproco, ma un dato politico strutturale spesso anche in uno stato che formalmente rigetta l’uso della violenza e la condanna. Per quanto si possa rifiutare intellettualmente questa realtà, si deve riconoscere che questa spiega il permanere della violenza come espressione della dignità maschile nelle relazioni sessuate.
Tuttavia l’introduzione, assai tormentata del termine ha cambiato qualcosa soprattutto per le donne: nella percezione del sé. La politica ha invece semplicemente sostituito un termine giuridico. Se pensiamo agli ultimi dieci anni, sembra essere avvenuta un’autentica rivoluzione, politica, giuridica culturale. Come sempre, tutto va però considerato alla luce dei reali cambiamenti nella vita di tutti i giorni.
Coloro cui è dato il compito di interpretare e commentare ad uso dell’opinione pubblica, rispetto alla quale non va sopravvalutato il peso dei media alternativi (dei quali per altro il potere politico fa ampio uso), si sono progressivamente appropriati del termine femminicidio, trasformandolo in una versione aggiornata dell’uxoricidio. Questo a sostegno dell’idea che femminicidio sia solo quello che avviene in famiglia, naturalmente togliendo attenzione alle vittime “di serie b”: prostitute, donne single, bambini e bambine immigrati. Questo non è frutto di un semplice fraintendimento e se la parola provenisse da altre fonti, la cautela e il rispetto dei significati, per non dire la correttezza teorica, entrerebbero nei criteri dell’attendibilità di chi parla. Tant’è: l’argomento è inflazionato e quanto mai ridotto a tema velleitario per un mero esercizio verbale. Quando avviene che riesca ad emergere il richiamo alla stretta concretezza di quanto il termine rappresenta si rompe l’equilibrio “politicamente corretto” che pervade tanto le discussioni tecniche quanto i contesti vagamente filantropici nei quali la politica eroga impropriamente le risorse destinate al contrasto della violenza qui definita, con un termine stucchevole, di genere. Il contraddittorio e le contestazioni sulle scelte politiche di contrasto al femminicidio (la strage genocida più prolungata nei secoli che l’umanità abbia mai conosciuto), mettono in luce i vizi mentali di sempre.
Tutto questo serve per dire che la sferzata lessicale insita nel termine femminicidio, si è tradotta in un oggettivo spiazzamento politico e culturale, che tuttavia rappresenta un timido, incerto e ambiguo passo avanti nella dimensione del potere e nella gestione del rapporto con la parte femminile. La prima difficoltà che partiti ed istituzioni incontrano non riguarda tanto la capacità di comprendere, riguarda soprattutto la volontà di escludere dal confronto le donne dell’antiviolenza militante, in quanto non accreditate in termini gerarchici dall’establishment.
Eppure i trattati e i protocolli internazionali sottoscritti, nella materia, dall’Italia imporrebbero di ammettere la rete delle donne, in quanto al riconoscimento che un vero contrasto alle violenze non può prescindere dalla politica alternativa costruita dalle donne (Convenzione di Istanbul). In pratica con vere e proprie evoluzioni equilibristiche, la politica Italiana si è costruita una vera e propria rete antiviolenza di comodo nominando soggetti interni ai partiti e alla galassia del Welfare di sempre, se pure nella dimensione della sussidiarietà.
In pratica, decontestualizzato dalle fonti che tale l’hanno definito, “femminicidio” ha spostato di poco la concezione comune, e per lo più nel senso di aggiungere alle dichiarazioni pubbliche l’obbligo politicamente corretto dell’esecrazione.
Femminicidio fa parte di un lessico internazionale radicato nei diversi femminismi di diverse culture. Oltre al lessico, il dato comune che si evince nel panorama mondiale è il riconoscimento che la violenza sessuata non costituisce un’anomalia, ma riveste bensì un ruolo particolarmente significativo nel mantenimento di ordini e gerarchie funzionali alle economie, alle religioni, alle organizzazioni statali. Dalle “ninas” morte a Ciudad Juarez in Messico, fino al pagamento in prestazioni sessuali coatte, imposta alle giovani donne in Colombia, in cambio della libertà di passare da un quartiere ad un altro, è facile osservare che la diffusione delle notizie “scandalose” di quei delitti non ha mutato per nulla né le statistiche né l’impunità degli esecutori dei crimini. È noto per altro che al perpetuarsi di quei crimini, se si eccettuano alcune sporadiche e casuali punizioni esemplari, si accompagna un’attività legale, o pseudo legale, di scambi e relazioni politiche anche tra stati.
Un esempio è il Nafta (Norh American Free Trade Agreement), nel caso dei rapporti commerciali tra Usa e Messico, dove la logica dell’ottenimento di prodotti a basso costo per il consumo nei paesi ricchi supera ogni domanda sul come quei prodotti siano stati confezionati. Le Ninas scompaiono proprio nel loro cammino da e per le Maquiladoras, dove faranno lavoro in nero e dove per evitare complicazioni “contrattuali” vengono semplicemente cancellate, alimentando forse altri scambi innominabili.
(1 continua)
(*componente, portavoce napoletana. del Coordinamento Nazionale dell’Udi, Unione Donne in Italia)












