Roma. La congiura

Roma è città eternamente travolta da brame di potere, segnata da complotti, faide e tradimenti. Ottorino Gurgo, attento, scrupoloso, acuto osservatore della politica nazionale, questa volta non si è voluto occupare di Palazzo Chigi e Quirinale, uno sguardo al passato all’antica Roma. E con il fiuto del vecchio giornalismo d’inchiesta ecco “La congiura” (Edizioni Leucotea), la storia di un golpe fallito, un libro che riesce, nello stesso tempo, ad essere di storia e un romanzo-thriller. Un suggestivo racconto ricco di retroscena, intrighi ed aneddoti, una scrittura semplice ma accattivante che consente di approfondire, un’importante avvenimento storico, l’inizio della crisi che finì col travolgere l’impero romano.

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Ottorino Gurgo

Tutto cominciò con una telefonata. Erano le tre del pomeriggio di una di quelle afose giornate  romane in cui lo scirocco – con tutta la carica di umidità che, attraversando il mare, porta sino a noi dal deserto magrebino – ti tronca le gambe e ti induce alla pigrizia e alla più tenace apatia.

Dovevo scrivere un articolo che il giornale aspettava per le otto, ma non ne avevo gran voglia. Il copione era sempre lo stesso: le intemperanze di una classe politica mediocre, preoccupata di tutelare i propri interessi assai più che di prendersi cura degli interessi pubblici. Gli episodi da citare a conforto di questa impostazione non mancavano davvero, ma c’era il rischio d’esser ripetitivi e noiosi. Il trillo del telefono mi scosse dallo stato di torpore nel quale la mia mente navigava cercando di maturare un’idea che valesse a rendere meno scontato il mio “pezzo”. Alzai la cornetta e biascicai un “pronto” che il mio interlocutore dovette trovare assai poco incoraggiante. Ci fu dall’altra parte del filo una lunga pausa. Stavo per riagganciare quando sentii la calda voce di Padre Rivière, appena incrinata da una sottile incertezza. “Qui Rivière – disse – l’ho svegliata ? ».

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Alto, magro, poco più che cinquantenne, Padre André Rivière era un gesuita di alto livello. Autorevole collaboratore di Civiltà cattolica, ricopriva un importante incarico presso il Museo Sacro della Biblioteca vaticana ed era solito trascorrere lunghi periodi all’estero, impegnato in delicate missioni di studio, molte delle quali – si diceva – gli erano assegnate su diretta disposizione del Santo Padre che nutriva per lui una particolarissima stima.

Carlo Martello

Carlo Martello

Era nato a Poitiers, cittadina francese capoluogo del dipartimento della Vienne, quasi trecento chilometri a sud ovest di Parigi, resa famosa dalla battaglia con la quale, nel 732, Carlo Martello aveva sconfitto il formidabile esercito arabo e dal Concilio nel quale, trecentocinquanta anni dopo, era stata solennemente condannata l’eresia di Berengario di Tours. Suo padre era stato un avvocato assai noto e aveva sempre sognato di affidare il suo studio al figlio che lo aveva doppiamente deluso. In primo luogo perché, dopo la licenza liceale, aveva testardamente rifiutato di intraprendere gli studi di giurisprudenza ai quali aveva preferito quelli di Lettere antiche e in secondo luogo perché, una volta laureato, aveva con ancora maggior testardaggine deciso di entrare nella Compagnia di Gesù e di prendere i voti. Io lo avevo conosciuto poco più di un  anno prima, ad un ricevimento in casa della principessa *, vecchia nobildonna romana, il cui salotto è aperto settimanalmente a vip della politica, alti prelati e giornalisti.

In verità rifuggo dalla frequentazione di questi salotti che trovo noiosissimi e nei quali si affollano quasi sempre nugoli di arrampicatori. Quella sera, tuttavia, vincendo la mia riluttanza, avevo accettato l’invito della principessa poiché contavo d’incontrare nel suo salotto il segretario di un partito politico del quale il giornale mi aveva commissionato un’intervista che, sino ad allora, non ero riuscito a fare. Un po’, lo confesso, per mia indolenza e un po’ perché da quando il suo partito era andato al governo, questo politico – che prima implorava d’essere intervistato – aveva assunto un atteggiamento supponente e spocchioso, facendosi negare al telefono e costringendo il suo capo ufficio stampa a vere e proprie acrobazie per giustificare il comportamento del suo leader e non alienargli definitivamente le simpatie della stampa. Il signor segretario, tuttavia, trattenuto a Milano da inderogabili impegni di partito, quella sera non era venuto ed io mi aggiravo per i salotti di casa * profondamente annoiato, guardando ogni tre minuti l’orologio, nell’attesa che scandisse un’ora decente per tagliar la corda.

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In cerca d’evasione e d’aria fresca, stringendo in mano il mio whisky, avevo varcato una delle grandi porta-finestre del salone principale e m’ero spinto sulla splendida terrazza dalla quale si poteva ammirare un fantastico panorama della Roma notturna. Da quella terrazza, per non so quale oscura ragione, gli ospiti si erano fortunatamente autoesclusi. Tutti, tranne uno che scorsi affacciato al parapetto e che mi aveva preceduto nella “fuga” da quel consesso così poco gradevole.

I nostri sguardi s’incrociarono e fu giocoforza farmi incontro. Era Padre Rivière. Uno scambio di sorrisi, uno stentato e banale inizio di conversazione sulla bellezza del panorama. Poi, lentamente, il dialogo decollò. Parlammo fitto per quasi tre ore: della situazione politica italiana, del Vaticano, del giornalismo e della sua trasformazione e, a mano a mano che la conversazione andava avanti, ero sempre più affascinato dal mio interlocutore, a conferma di un vecchio convincimento che ho radicato in me da tempo, secondo cui si potrà dire quel che si vuole dei gesuiti, ma trovarne uno che non sia d’intelligenza superiore alla media è impresa improba se non del tutto impossibile.

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Quando ci salutammo – non lo avrei mai creduto – mi accorsi com’eravamo tra gli ultimi a lasciare casa * e notai nello sguardo della principessa, che mi sapeva abituato a visite brevi, un’evidente sorpresa. Con Padre Rivière ci scambiammo i biglietti da visita e la promessa di rivederci presto.

Desideravo rivederlo ed ero alla ricerca di un pretesto per telefonargli. Fu lui, invece, a chiamarmi. Era interessato ad una certa situazione politica e pensava che io potessi fornirgliene un quadro aggiornato e preciso. Ci vedemmo a colazione, sulla terrazzo dell’hotel Eden, vicino a via Veneto. Fu l’inizio di un’amicizia che, nel corso dei mesi, si andò sempre più consolidando con incontri frequenti per quanto potessero consentirlo i nostri rispettivi impegni di lavoro.

Non mi sorprese, dunque, nel rispondere al telefono sentire la sua voce. Mi sorprese e non poco, invece, il tono concitato con il quale mi parlò, a lui assolutamente non congeniale. “Ho bisogno di vederla, stasera” disse sottolineando quello “stasera” per dar carattere d’urgenza al suo invito anche se, per non far torto al garbo che gli era abituale, aggiunse: “…se possibile…”.

Intuivo che il suo era qualcosa di più di un semplice invito, quasi una richiesta d’aiuto, che non potevo disattendere. Dissi subito di sì, ch’ero disponibile (anche se avrei dovuto fare i salti mortali per liberarmi da una cena piuttosto importante). Stabilisse lui l’ora e il luogo. L’una e l’altra contribuirono a rafforzarmi nel convincimento che il nostro incontro dovesse avere delle ragioni tutte particolari: dovevamo vederci alle dieci di sera, a casa sua. Una scelta del tutto inusuale considerato che, pur frequentandoci da un anno, avevo avuto modo di entrare in casa sua una sola volta, giusto il tempo necessario a darmi un libro che mi aveva promesso e che aveva dimenticato di portarmi.

Vaticano La fontana antica di piazza San Pietro

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Per l’intera giornata fui decisamente agitato. La prospettiva di quell’incontro così fuori dall’ordinario mi incuriosiva e mi metteva in uno stato di tensione. Arrivai in via Rusticucci, a duecento metri da piazza San Pietro, dove Padre Rivière abitava in un palazzo di proprietà del Vaticano riservato in esclusiva ad alti prelati, con un’ora di anticipo. Passeggiai a lungo, raggiunsi piazza San Pietro e rimasi a lungo a rimirare la cupola michelangiolesca illuminata a giorno, confuso tra i turisti e le bancarelle dei venditori di souvenirs che, nonostante l’ora s’affollavano attorno alla Basilica.

Un quarto d’ora prima delle dieci ruppi gli indugi e suonai al citofono. Padre Rivière venne ad aprirmi subito. Era vestito senza l’abito talare che pure, fuori di casa, amava indossare quasi sempre: un paio di pantaloni blu e una “polo” dello stesso colore. Mi accorsi ch’era nervoso, tanto da rinunciare ad ogni formalità.

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M’invitò a seguirlo nel suo studio, letteralmente invaso dai libri. Ne aveva due, aperti, sulla scrivania: I luoghi del delitto, di Luigi Pintor, amara e struggente riflessione sulla morte e Les chrétiens d’Allah di Bartolomé e Lucile Bennassar, una dotta ricostruzione delle vicende di alcune centinaia di migliaia europei che, tra il 1550 e il 1700, passarono all’Islam, inserendosi stabilmente nei paesi islamici mediterranei. Due libri che Padre Rivière leggeva contemporaneamente, estremamente  diversi per argomento, entrambi vistosamente segnati ai margini con una matita rossa e blu.

Ma Padre Rivière era ansioso di farmi le sue “rivelazioni” e mi invitò a sedere su una delle due poltrone di cuoio marrone poste dinanzi alla scrivania porgendomi un gran bicchiere di whisky, lo stesso che aveva versato per sé. Parlava lentamente, come pesasse ogni parola. “Amico mio – disse – devo farle una confessione: ho commesso un furto, ho rubato qualcosa di molto prezioso”. Feci per interromperlo, sorridendo, tanto assurdo mi sembrava ch’egli potesse davvero essersi macchiato d’un furto, ma mi bloccò con un gesto della mano che non ammetteva repliche. “Aspetti, non dica nulla. Ascolti, la prego. Dopo mi dirà…”.

Castello di Buda

Castello di Buda, Budapest

Rinunciai ad interloquire ed ascoltai. Padre Rivière prese a raccontare: “Giorni fa sono partito per Budapest. Dovevo incontrare il direttore della Biblioteca Széchényi, una biblioteca immensa, magnifica, ospitata, come la Galleria nazionale e il Museo di storia, all’interno del Palazzo reale, sull’estremità meridionale della collina del Castello di Buda. M’ero arrampicato sin lì avvalendomi del Siklò, un’originale funicolare costruita nel 1870 da Clark Adam. Insieme, il direttore della Széchényi ed io dovevamo studiare la possibilità di una grande mostra dedicata a Mattia Corvino, il grande sovrano ungherese che nel 1458 subentrò a Ladislao V. Mattia Corvino, ultime re ungherese di stirpe magiara, regnò per trentadue anni e fu un formidabile re guerriero, ch’era arrivato a sconfiggere gli Asburgo e a conquistare Vienna. Ma non fu soltanto questo. Fu anche un re mecenate, sostenitore degli studi umanistici e profondamente innamorato dell’Italia, tanto da aver sposato, in seconde nozze, la figlia del re di Napoli, Beatrice d’Aragona.

Ladislao V. Mattia Corvino

Ladislao V. Mattia Corvino

Con l’Italia era, dunque, in contatti strettissimi, come del resto tutti i letterati della sua corte che andavano con gran frequenza a Ferrara, Padova, Firenze e Roma. Tra le grandi iniziative culturali di Mattia Corvino, particolarmente rilevante fu la costruzione, a Buda, di un’enorme biblioteca contenente preziosissimi codici miniati. Molti di questi testi venivano direttamente acquistati in Italia, per conto del sovrano, da Taddeo Ugoleto da Parma; altri venivano copiati a Buda da esperti amanuensi. Si trattava di volumi meravigliosi, rilegati in velluto, con fermagli d’oro e d’argento. Dei circa mille che la Biblioteca di Mattia Corvino conteneva, ne restano, oggi, 164. Il nucleo più consistente, formato da ventotto unità, è a Budapest; gli altri sono dispersi in varie biblioteche, in particolare in Italia e in Austria”.

Ascoltavo con interesse, ma senza comprendere per quale ragione Padre Rivière avesse ritenuto di “convocarmi” a casa sua, a quell’ora piuttosto insolita, per parlarmi di cose delle quali avremmo potuto tranquillamente e amenamente discutere seduti attorno a un tavolino del Caffè Rosati di piazza del Popolo. Padre Rivière intuì i miei pensieri. Si fermò un attimo e disse: “Aspetti…”. Dopo un sorso di whisky, proseguì: “Avevo un gran desiderio di vedere i codici di Mattia Corvino che si trovavano alla Széchényi. Al termine dei nostri colloqui di lavoro lo dissi apertamente al direttore che già s’era rivelato cortesissimo, facendomi visitare i bei giardini del Palazzo e il cimitero turco che risale all’epoca della battaglia per l’indipendenza di Buda del 1686. Non sollevò obiezioni. Anzi, apparve lusingato della mia richiesta e mi mise a disposizione una sala di consultazione a me esclusivamente riservata.

Guardavo quei libri, quelle miniature splendide, quasi con commozione; li sfogliavo con delicatezza estrema, come accarezzassi un bambino appena nato. Mi stavo domandando chi prima di me avesse avuto la ventura di sfogliarli quando, d’improvviso, la mia attenzione fu attratta dal rigonfiamento di uno dei volumi. Lo aprii piano, badando bene a non danneggiarlo. Erano delle pergamene; fogli fittamente riempiti con una grafia minutissima e piuttosto affrettata. L’intestazione non lasciava alcun dubbio sul loro contenuto: ‘TIBERII CLAUDII NERONIS IMPERATORIS AEPISTULA AD ANTONIAM MINOREM’”. Il volto di Padre Rivière era avvampato, quasi che il racconto lo riportasse a vivere l’emozione che quel ritrovamento doveva aver prodotto in lui.

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Mandò giù un altro sorso di whisky e continuò: “Lei comprenderà, caro amico, il mio sconcerto. Era chiaro che doveva trattarsi di una copia eseguita da un esperto amanuense. Ma com’era finita lì ? Quale imprevedibile itinerario aveva percorso? Chi era a conoscenza dell’esistenza di quelle pergamene e come mai aveva taciuto? E, soprattutto: dove l’amanuense poteva aver visto e copiato il documento originale? Più volte, nel corso dei secoli, si è parlato di un memoriale scritto da Tiberio nel suo rifugio caprese. Che fosse quello ? O, meglio, che l’amanuense avesse tratto la sua copia da quell’originale che non era stato mai più ritrovato ?

Queste ed altre domande s’affollavano alla mia mente. Presi a leggere; una lettura frettolosa, concitata. I bei codici miniati che il direttore della Széchényi aveva con tanta cortesia messo a mia disposizione erano dimenticati. Ero confuso. Agitato e confuso. E fu probabilmente questo mio stato alterato che m’indusse a commettere un gesto della cui follia sono ora pienamente consapevole.

Istintivamente, dopo essermi attentamente guardato attorno, raccolsi le pergamene, le arrotolai e le infilai nella manica della tonaca. Mi alzai lentamente e mi avviai all’uscita. Perché lo feci? Non saprei dirlo. L’ansia di sapere, di avere tutto per me quel documento, di poter essere io, magari, a rivelarlo al mondo, avevano evidentemente annullato in me quella razionalità della quale  pure sono sempre andato fiero.

Nell’atrio incontrai il funzionario al quale il direttore mi aveva affidato. Era rimasto ad aspettarmi fuori della sala di consultazione affinché – mi disse – potessi esaminare i codici con maggiore tranquillità. Una frase innocente e gentile, ma che mi fece diventar rosso perché vi scorsi recondite allusioni che in realtà non esistevano. Avevo fretta di accomiatarmi, ma non potevo fare a meno di indugiare in convenevoli e in apprezzamenti per gli splendidi codici che mi era stata data l’opportunità di ammirare. Credo che quel colloquio sia durato non più di qualche minuto, ma mi sembrò che non finisse mai.

Una volta fuori, ebbi la fortuna di trovare subito un taxi. Tenevo strette le pergamene nella manica e mi feci portare al mio albergo nella Kossuth Lajos út. Le mani mi tremavano e quando raggiunsi finalmente la mia camera mi sentivo esausto di chissà quali fatiche. Aprii il frigo-bar e senza neppure far uso del bicchiere tracannai un’intera bottiglietta d’acqua minerale. Avevo la gola secca e la lingua impastata. Mi sedetti alla piccola scrivania posta sotto la finestra e cominciai a leggere.

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Non mi accorsi del trascorrere del tempo e solo quando la lettura fu conclusa m’avvidi che il cielo s’era fatto buio. Telefonai al bar dell’albergo e mi feci portare in stanza due toast e un bicchiere di birra. Mangiai con avidità, avendo saltato il pranzo e subito dopo mi stesi sul letto. Dovevo riflettere su quel che avevo letto e su quel che avrei dovuto fare.

Era fuor di dubbio che quel documento che ora era nelle mie mani era di enorme interesse storico. Ma come mi dovevo comportare? Dovevo riportarlo al direttore della Biblioteca con il capo coperto di cenere, profondendomi in scuse e implorando il suo perdono e il suo silenzio? O far finta di nulla, tenermi le pergamene la cui esistenza sembrava essere a tutti sconosciuta? Mi addormentai o, meglio, cercai di dormire, lacerato da questo dubbio. Al mattino, dopo una doccia salutare e un’abbondante colazione, la mia decisione era presa: sarei rientrato subito a Roma e avrei portato con me le pergamene”.

Padre Rivière tacque. Un lieve tremore delle mani e un piccolo tic all’occhio sinistro stavano a testimoniare la sua grande tensione interiore e il travaglio, anche fisico, che quel racconto gli aveva provocato. Ero senza parole. Aprii la bocca e la richiusi subito. Ero incerto, frastornato, non sapevo cosa dire né cosa fare.

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“Carissimo – riprese Padre Rivière togliendomi dall’imbarazzo – lei si domanderà perché io l’abbia chiamata, perché abbia deciso di metterla a parte di questo mio segreto. Vede, vi sono pesi che nessun uomo può portare da solo. E questo è uno di quelli . Ho pensato a lungo a chi, tra i miei amici, tra i miei conoscenti, tra i miei confratelli, avrei potuto chiedere di condividere il mio fardello. Alla fine ho scelto lei. Non mi chieda perché. E’ stata una scelta dettata dall’istinto, dal convincimento che lei non mi avrebbe tradito”.

Pensai: “Ma io che posso fare?”. E, senza che me ne rendessi conto, la domanda mi era venuta alla bocca e l’avevo espressa ad alta voce. Sembrò che il mio interlocutore non attendesse altro.

“Vorrei anzitutto – rispose –  che lei leggesse le pergamene che le consegnerò e che sia lei a custodirle. Mi aiuterà a tradurle in italiano. E poi…poi vedremo il da farsi; se e come renderle eventualmente note. Valuteremo con calma. Non abbiamo fretta. Per ora, andiamo avanti così. Come era solito ripetere un vostro vecchio uomo politico che aveva soggiornato a lungo in Francia, à chaque   jour sa peine, à chaque   jour son problème. E’ d’accordo?”.

Non sapevo neppure io perché, ma risposi “sì”, senza esitazione.

Allora Padre Rivière si alzò, aprì un cassetto dello scrittoio e ne estrasse con molta delicatezza delle pergamene che provvide a mettere in una grande busta. Me la porse e, stringendomi forte e a lungo la mano, disse: “Ora vada a casa. Si riposi. Ci sentiremo domani”.

Lo seguii come un automa fino alla porta. Ero sul punto di entrare in ascensore quando Padre Rivière mi chiamò. Mi voltai e mi disse: “Mi perdoni…”. Poi, a bassa voce, aggiunse: “Almeno lei, visto che io non riesco a perdonarmi…”.

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Tornato a casa posai sulla scrivania dello studio il plico, andai in cucina e presi un tranquillante, Poi, senza neppure spogliarmi, mi buttai sul letto e il sonno, per fortuna, mi assalì dopo poco, improvviso e pesantissimo.

La collaborazione con Padre Rivière cominciò il giorno dopo. Nonostante conoscesse il latino in modo così perfetto da essere in grado di tradurre all’impronta, il mio compagno di lavoro era estremamente pignolo. Consultava in continuazione almeno tre vocabolari e m’interrogava a lungo per decidere quale fosse il termine più idoneo da usare nella traduzione italiana.

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L’imperatore Tiberio

Non solo. Finito il lavoro, si fermava a  commentare quel che avevamo fatto e, soprattutto, indugiava nell’immaginare ipotetici scenari. Si chiedeva come sarebbe cambiata la storia del mondo se la congiura di Seiano della quale l’imperatore Tiberio scriveva a sua cognata Antonia Minore in quella lettera-memoriale fosse andata a buon fine.

Dopo due mesi il nostro lavoro era finito. Padre Rivière ne era molto compiaciuto e sembrava aver dimenticato il tormento che la lettera di Tiberio gli aveva procurato subito dopo il ritrovamento.

Mi disse che doveva partire per Amsterdam dove avrebbe dovuto incontrare il direttore del Bijbels Museum, il Museo della Bibbia. Era – mi disse – un Museo al quale si sentiva particolarmente legato. Mi consigliò di visitarlo, prima o poi. Sarei rimasto incantato dalla bella casa in stile classico del 600, dal vano ovale della scala, dalle pitture mitologiche, dal dipinto sul soffitto, realizzato nel 1717 da Jacob de Wit. Contava di trattenersi nella capitale olandese non più di una settimana. Al suo ritorno avremmo deciso che cosa fare della lettera di Tiberio.

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Bijbels Museum, il Museo della Bibbia

Trascorsero quattro giorni. Ero seduto al solito bar per la prima colazione, con il mio pacco dei giornali. Li sfogliavo con indolenza. D’improvviso il cuore prese a battermi all’impazzata. Lo sguardo mi era caduto sul titolo di una breve notizia a una colonna, pubblicata in basso, alla pagina 7. Un piccolo “occhiello”: Ad Amsterdam. E poi il titolo: “Noto gesuita ucciso da un pirata della strada”. Lessi d’un fiato: “Padre André Rivière, della Compagnia di Gesù, è morto ieri mattina ad Amsterdam, ucciso da un pirata della strada che si è dato alla fuga dopo averlo travolto dinanzi all’Hotel Toro, al numero 64 di Koningslaoon. Padre Rivière, 52 anni, di origine francese, ricopriva un importante incarico presso il Museo Sacro della Biblioteca vaticana ed era autorevole collaboratore della rivista Civiltà cattolica. Le ricerche del suo investitore non hanno dato, sinora, alcun esito”.

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Avevo freddo, la testa mi girava. Sentivo un brivido percorrermi la schiena e, nonostante l’ora, chiesi al cameriere che mi guardò sbalordito, di portarmi un doppio cognac. Lo mandai giù in un colpo solo, mi alzai e tornai a casa. Telefonai alla segretaria di redazione, al giornale, avvertendola che stavo male e non sarei andato al lavoro, quel giorno. Mi stesi sul letto e rimasi a fissare il soffitto.

Non riuscivo a distogliere il mio pensiero da Padre Rivière. Lo vedevo a terra, privo di vita, davanti al piccolo e raffinato albergo posto a breve distanza dal Vondel park e non lontano dal centro del quale mi aveva parlato con entusiasmo dove mi aveva consigliato di alloggiare nel caso ragioni di lavoro mi avessero portato ad Amsterdam. Pensavo alla complicità che s’era stabilita tra noi; sentivo di aver perso un amico del quale avrei potuto fidarmi, sempre. Mi alzai dal letto che cominciava ad imbrunire. Guardai la scrivania. Era lì che avevamo lavorato l’ultima sera, prima della sua partenza. La traduzione della lettera di Tiberio, ormai completata, era in bella vista. Fui tentato, per un attimo, di distruggere tutto. Vinsi a fatica la tentazione e uscii di casa.

Il mattino dopo mi svegliai lucidissimo. Sapevo perfettamente quel che dovevo fare. Indugiai a lungo nel bagno, mi rasai con cura e indossai uno dei miei abiti migliori. Aprii il cassetto centrale della scrivania, presi le pergamene e le infilai in una grossa busta foderata perché non si rovinassero. Aggiunsi un biglietto: da parte di Padre André Rivière. Il tutto era indirizzato al direttore della Biblioteca Széchényi. Prima di uscir di casa per andare a spedire il plico, telefonai ad un amico editore. Un uomo intelligente, che avrebbe capito. Fissai un appuntamento per il pomeriggio.

( Ottorino Gurgo, “La Congiura”. Continua)  

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