E’ sepolto nella natia Firenze nel prato d’onore del cimitero delle Porte Sante della Basilica di San Miniato al Monte. Sulla lapide di marmo bianco c’è un tricolore che sventola e la sua firma riprodotta con la scritta: Un italiano. Proprio come sulla tomba di Giuseppe Mazzini. Stiamo parlando di Giovanni Spadolini. L’ultimo difensore del bicameralismo. Il fantasma del Senato
Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste e reportage dei giorni nostri.
Ohè, colleghi! Tirate fuori i corni portafortuna! E toccatevi le balle, chiamate padre Amorth, fate immediatamente qualcosa per mettervi in salvo: la famosa maledizione del Senato ha ricominciato a colpire. E stavolta molto, ma molto in basso.
Chi si ricorda, nell’agosto scorso, il povero Calderoli tutto ingessato, e Maurizio Sacconi bendato a un occhio, e Laura Bianconi col gomito lussato, e i collassi in aula, le febbri, i lutti familiari che colpivano a raffica i poveri senatori condannati a votare la morte di quello stesso Senato che li nutriva?
Era lo spirito di Giovanni Spadolini, dicevano i buontemponi, che perseguitava quanti osavano approvare la riforma costituzionale della ministra Boschi, e disciplinatamente votavano la definitiva scomparsa del Senato come lo vollero i Padri costituenti. A Villa Arzilla noi votavamo, votavamo, votavamo. Ma diciamolo: eravamo ormai giunti sull’orlo della psicosi.
E oggi arieccoci. Lividi segnali si annunciano all’orizzonte. E i senatori (maschi) già tremano. Perché è proprio un collega nostro, è sangue del nostro sangue, il protagonista di quella sconvolgente notizia apparsa sul Mattino in un brutto giorno di metà marzo: «Napoli, fa sesso con la moglie e si frattura il pene: noto politico in ospedale».
Inizialmente ignari, a Villa Arzilla avevamo allegramente preso sotto gamba l’avvertimento. Qualcuno aveva addirittura, spericolato, osato sghignazzare sui dettagli: «Quando la coppia di coniugi è andata al pronto soccorso in ospedale, si sarebbe creato un imbarazzo generale: forse perché il noto politico e sua moglie si sono spinti un po’ troppo oltre…»
Va da sé che frizzi e lazzi ci hanno allietato a lungo, per esempio durante i tormentati voti sull’anticorruzione, cui eravamo giunti già duramente provati dai voti su Italicum, milleproroghe, Imu agricola, e chi più ne ha più ne metta. Evidentemente con quei voti abbiamo sfidato gli dei. Abbiamo approvato qualcosa che a Spadolini non è piaciuto. E l’abbiamo capito non appena la vicenda napoletana si è rivelata in tutti i suoi contorni più agghiaccianti: la storia è verissima, e il politico pure. E’ uno dei nostri. Senatore. Campano. Cinquantenne. E potrebbe essere… ecco… potrebbe essere…
Dalle nostre labbra il nome non uscirà mai, per ovvia solidarietà virile che trascende ogni divisione di fede o di partito. Ma tutti quanti, destra e sinistra, senza farci vedere dal vicino di banco, in aula abbiamo consultato febbrilmente Wikipedia: «La frattura del pene, anche denominata sindrome del chiodo rotto , è un raro trauma del pene che consiste nell’improvvisa e dolorosa rottura della tonaca albuginea dei corpi cavernosi, dovuta a un colpo violento verificatosi durante l’erezione… Il paziente avverte un dolore improvviso e un suono simile a un ramo spezzato, spesso udito anche dal partner… »
Qualcosa come… come… Craac! Ahò, per un attimo qualcuno è diventato di pietra. Ma era solo il vecchio Zavoli, beatamente ignaro della maledizione incombente, che si metteva più comodo sullo scranno di legno, pronto a godersi, almeno lui, il sonno lieve degli anziani e dei giusti…
(Dagospia)












