di Giovanni Pasàn
La Milano dei black bloc ha riportato alla mente quella degli anni di piombo, gli anni settanta dei grandi cambiamenti sociali, culturali ma, soprattutto, gli anni della violenza e il terrorismo, i giorni di sangue.
Prendete alcune foto degli incidenti dell’Expo e comparatela con quella cult del ragazzo con la pistola e della guerriglia di via De Amicis. Visi coperti, stessa rabbia, sembrano gli stessi “lupi e cani randagi” di allora.
Si respira la stessa la stessa violenza. I fotogrammi che restano impressi sono quelli degli incappucciati e dei black bloc che hanno trasformato il corteo pacifico in guerriglia, gli antagonisti di mezza europa e tanti italiani anarchici anticapitalisti, legati al movimento “No Tav”, tutti “soldati” esperti di guerriglia urbana che come unico obiettivo avevano quello di mettere a ferro e fuoco Milano.
Ed allora hanno incendiato auto e spaccato vetrine di banche, finanziarie, sportelli delle Poste, negozi di alimentari e agenzie di viaggi, rotto e oscurato telecamere, divelto cartelli stradali. E’ cambiato solo la scena della guerra, questa volta largo d’Ancona, via Carducci, via Boccaccio, piazza Virgilio. Bottiglie incendiarie, sassi, pezzi di cemento, oggetti vari e fumogeni. Una bomba carta è stata lanciata all’interno della pasticceria Venchi, in piazza Cadorna, incendiandola. Un macello. L’ipotesi di reato è devastazione (pene fino a 15 anni di carcere). E’ la furia del blocco nero.
Ma non lasciatevi suggestionare come è successo a Montalbano, anzi a suo padre Andrea Camilleri, cuore Tsipras, che non gli sembrava vero poter twittar “Caro ragazzino di casapound che oggi hai fatto il #blackblock, lo sai che rompendo le vetrine delle banche non fai la rivoluzione?” finendo giustamente nel tritacarne dei social per la stupidaggine d’autore. E dopo, infatti, si è affrettato a scusarsi per l’equazione nero, casapound, black bloc, perché non sempre il colpevole è il maggiordomo.
E la polizia, dopo la condanna della vicenda della scuola Diaz, inerente al G8 di Genova? Al di la delle polemiche su Alfano, sulla sua gestione dell’ordine pubblico, se di gestione si può parlare, i poliziotti, quelli che hanno sparato circa 500 lacrimogeni per difendersi dagli attacchi degli antagonisti, quelli tra le cui fila hanno contato circa trenta feriti, che cosa hanno detto? 
“Il governo ci ha mandato al macello. Siamo abbandonati a noi stessi. Da anni la direttiva del ministero dell’Interno è questa: dovete evitare qualsiasi contatto, ma così non si riesce a contenere nessuna situazione di pericolo” ha detto Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sap (Sindacato Autonomo Polizia) in una intervista ad Affaritaliani.it. “Sulla questione-sicurezza la politica non si vuole assumere responsabilità. In Italia chi scende in piazza e combina quello che è sotto gli occhi di tutto non subisce alcuna conseguenza giuridica. C’è gente che ha oltre 70 denunce per disordini e che si trova comunque sempre e ancora a piede libero”.
E alla fine anche Matteo Renzi ha rotto il silenzio. “Gli italiani sanno benissimo da che parte stare: hanno sciupato la festa? Hanno cercato di rovinarcela. Ma quattro teppistelli figli di papà non riusciranno a rovinare Expo. E Milano è molto più forte come spirito e determinazione di quello che questi signori pensano. Si deve dire grazie alle forze dell’ordine che hanno fatto un lavoro molto serio ed evitato le provocazioni. Bisogna dire grazie anche ai cittadini di Milano dopo che subito dopo che era passato il corteo sono scesi in strada per pulire le vetrine o mettere a posto le strade”.
Si sarà riletto Pasolini, il Premier. “Chissà. Avete facce di figli di papà – scrisse Pasolini sul Corriere della Sera- Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano”.
A

















