Trump contro la Fed

di Emiddio Novi

Trump ha deciso che accetterà le piccole donazioni di carattere politico insieme a quelle che vengono dai comuni cittadini. Trump ha tuttavia specificato che continuerà a finanziare personalmente la sua campagna. “Non voglio – ha ribadito – che qualcuno possa sentirsi in diritto di influenzarmi”. Trump ha quindi affermato di aver speso fino ad ora 44 milioni di fondi propri. Ma è da tener conto che il “costo medio” per un’elezione generale è infatti calcolato attorno ad un miliardo di dollari

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Donald Trump è contro l’indipendenza della Banca Centrale: per lui la Fed deve rendicontare ogni mese al Parlamento le sue politiche monetarie.

Il candidato repubblicano vuol porre fine alla tradizione anglosassone, imposta poi a quasi tutti gli Stati del mondo, di una totale indipendenza delle banche centrali che si è tradotta ovunque in una sottomissione dei popoli ai banchieri.

Trump in contrasto con i moderati del suo partito e con i democratici, ha ripreso radicalizzandola la posizione di una parte del suo partito.

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Ron Paul

Tanto è vero che nel febbraio 2009, dopo il crac della Lehman Brothers e la crisi della finanza tossica, il repubblicano Ron Paul presentò un disegno di legge che autorizzava il capo della branca investigativa del Congresso in materia di valutazione delle politiche pubbliche ad interrogare i vertici della Fed sulle loro decisioni.

Trump è promotore di una vera e propria rivoluzione politica e culturale che lo pone fuori e contro la turbofinanza mondiale. La sua è una ribellione che ricorda quella condotta negli anni ’30 del secolo scorso da tutte le forze nazionaliste. La Clinton per fronteggiare l’offensiva del candidato repubblicano propone una riformetta che non mette in discussione il controllo delle politiche monetarie di una Banca privata come la Fed.

Hillary Clinton e Bill

Hillary e Bill Clinton

Anzi i banchieri a capo della Fed finanziano pubblicamente la campagna elettorale della Clinton.

Trump rompe con la tradizione anglosassone dei rapporti tra Banca centrale privatizzata e Stato che risale alla fine del Seicento quando l’olandese Guglielmo III d’Orange fu chiamato a sostituire il fuggiasco Giacomo II alla corona d’Inghilterra.
Il nuovo re pensò di consegnare il controllo della moneta a usurai e mercanti che ne finanziavano le spese.

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