di Jep Gambardella
La più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare … Non me la sento più di prendere in giro la vita, di prendere in giro, soprattutto, me stesso.
Ed è per questo che ho accettato di scrivere di nuovo per “il napoletano”, di dire veramente come stanno le cose. Proust scriveva “la morte potrebbe coglierci questo pomeriggio”. Mette paura Proust. Non domani, non tra un anno ma questo stesso pomeriggio… Io sino ad ora ho esorcizzato questa paura con fatalismo, scherzando. “Adesso è sera, se ne riparla domani pomeriggio…” Ma non si può risolvere tutto con un drink, un ballo, uno sballo e via…
Io vivo al contrario, sempre. Ma mica sono il solo, ma davvero credete? Ma davvero credete che la Roma capoccia che abbiamo raccontato, sia la vera Roma che viviamo tutti i giorni, i maledetti giorni di sudore e fatica, la jungla metropolitana, il dolore, la misera, il sangue, la fatica, i room, gli extracomunitari, gli ultras, le borgate,Villaggio globale e Casapound?
Io sono venuto a Roma che avevo appena 26 anni, “nu guaglione”. Venivo da Napoli mica da Oxford, sono uno scugnizzo, ho conosciuto sin da bambino la legge dei vicoli, nasci muschillo, capisci subito come gira la vita, come si campa quando devi fare i salti mortali per avere pranzo e cena, dalle parti mie prima conosci la camorra e poi il resto, lo Stato è assente, Gesù che banalità sto raccontando, mi sembra di essere Flaubert, raccontare il niente, ma il niente era la vita della mia infanzia…
Io sono venuto a Roma e volevo conquistare la Capitale, avevo un solo desiderio: frequentare i salotti intellettuali, le mitiche terrazze romane, le feste smisurate, via Veneto, le donne, la seduzione, il fascino del Papato, il successo, la ricerca dell’immortalità. Sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire… E ci sono riuscito.
So’ diventato Jep Gambardella… So’ diventato un pupapazzo. Felice di fare il pupazzo, so’ diventato un Gabibbo, con la giacca gialla, anziché rossa, ho fatto fesso tutti quanti, anche l’Oscar mi hanno dato. Certo, non abbiamo rifatto “La dolce vita”, “Otto e mezzo”, “Roma” o “Giulietta degli spiriti”, tutti film sulla Capitale abbiamo solo amplificato l’occhio della Roma sazia e disfatta, paciosa e festante, dei baccanali sulle terrazze romane, il trenino, la disperazione dell’eros e della notte.
Sono anni che la gente mi chiede perché non torno a scrivere un nuovo romanzo dopo “L’apparato umano” con il quale ho vinto il Premio Bancarella. Sorridendo ho sempre risposto perché sono uscito troppo spesso la sera… Ma la verità è un’altra. È così triste essere bravi a scrivere, si rischia di diventare abili. Non me la sono sentita davvero di raccontare la Roma dei miei giorni, quella che mi circonda quando ancora c’è l’abbaglio del sole, quella della guerra di Tor Sapienza, dove la miseria e l’incuria si coprono parlando di integrazione e di immigrazione, quella quell’omone alto e grosso (che chiamano Batman, perché montato su una fiammante Harley-Davidson, cadde come una pera cotta) che aveva preso i soldi della Regione come un bancomat ad uso personale, e non era l’unico per carità. Avrei dovuto raccontare del sindaco Marino che mi ricorda lo sketch di “vieni avanti cretino”, quello che la mattina circola in bici col caschetto, scortato da ciclisti guardie del corpo, e di sera parcheggia la sua Panda, qua e là in sosta vietata, quello che trovato con le mani nella marmellata, ha invocato un Watergate Campidoglio, roba da impeachment e calci in culo.
Avrei dovuto raccontare quella favola metropolitana dei biglietti falsi dell’Atac, degli autobus cioè, dove una fanta organizzazione è riuscita a sottrarre qualcosa come 80 milioni di euro alle casse comunali, vuote e desolate. Già perché questa città brucia soldi e sogni, i 4 miliardi di “aiuti” avuti con “Roma Capitale” non bastano, anzi a dirla tutta, non sono serviti a niente: la relazione degli ispettori della Ragioneria di oltre trecento pagine denuncia che i conti sono lo stesso sul baratro, Roma è in default. Avrei dovuto cercare di spiegare di questa gigantesca “società dei magnaccioni”, la “invisibile”, si fa per dire, potentissima fasciomafia delle strette intese (ex fascisti, ex comunisti) che controlla Roma, laboratorio di una nuova mafia senza padrini e piena di damerini, camice nere e colletti bianchi.
Viviamo di parole solo di parole, un bla bla bla che finisce sempre nello stesso modo, con la morte. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Tutto alternato solo da sparuti, incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Mi sono guardato intorno, ho rivisto le mie notti, la mia vita, il niente. La Roma di questi giorni. “Chi sono io?”. Così iniziava un romanzo di Breton. Chi sono io per raccontare questa grande schifezza, la vera faccia di Roma Capitale?












Una riflessione molto interessante, scritta con uno stile intrigante e con una obiettività particolarmente apprezzabile; come non è l’emblema della ” grande bellezza” Roma non è nemmeno la “sentina della grande corruzione”; come tutte le città del mondo va vista sotto varie angolazioni; chiudo con un BRAVO a Jep Gambardella.
girerò i complimenti a Jep. Certo che saranno molto graditi. E lo solleciterò a continuare a scrivere per noi… 🙂