di Carlotta D’Amato
Te la do io Londra/2 Continua il viaggio nella città dalle mille facce che non finisce mai di sorprenderti. “Chi è stanco di Londra è stanco della vita”. L’anima romantica e quella black e trasgressiva.
Il quartiere, City of Westminster, proprio di fronte ad Hyde Park. Parte da qui la mia Londra, dalla zona Ovest, quella di Kensignton e delle case di Inverness Terrace, bianche, tutte uguali, una di fianco all’altra; è da qui che passa Bayswater Road che ti porta fino alla rumorosa Bond Street e ad Oxford Circus. Ma è anche la strada che arriva a Notting Hill (quella che tutti hanno conosciuto con la dolce storia d’amore di Hug Grant e Julie Roberts, per l’appunto in Notting Hill) e alle sue villette color pastello, alle librerie che profumano di antico e al caos del mercato di Portobello, soprattutto il sabato quando per le strade vengono allestite le bancarelle degli antiquari e dove si trova davvero di tutto, dalle pipe in osso ai vestiti usati.
Ma la mia Londra è meno rumorosa e meno turistica e parte da qui, dal cuore pulsante dell’area West dove ancora sopravvive la raffinata zona residenziale dove vivono quei pochi inglesi ancora rimasti in città, mentre la maggior parte, fagocitata dagli stranieri, si è trasferita nelle campagne e nelle zone limitrofe e dove resistono a pochi passi da casa le cabine rosse del telefono, prese d’assalto dai pochi turisti che, fortunatamente, qui non pascolano per le strade e non ci capitano “per caso”.
Preso un cappuccino alla vaniglia, rigorosamente da asporto, mi incammino verso il centro passando da Hyde Park in un giorno dove la pioggia mi dà tregua. Lo spettacolo che ho davanti è meraviglioso anche quando è inverno e gli alberi sono spogli.
Una sosta sulle panchine degli Italian Gardens per godere del sole e delle fontane, e poi di corsa, dribblando la folla che si riversa per le strade, giro a sinistra su Bond Street dove una stradina minuscola che costeggia il gigantesco H&M, porta ad uno dei posti che preferisco St Christopher Place. Il rumore delle macchine qui non arriva; sedersi nella piazzetta e guardare le vetrine dei negozi d’epoca e dei profumi e dei cosmetici artigianali vale l’aver scansato macchine e pedoni.
La ricerca dei luoghi “incontaminati” e privi di ogni connotazione turistica è per me, qui, quasi una missione. In effetti, il mio stato “acquisito” di Londoner mi spinge a guardare quanti non riescono proprio a liberarsi del cliché dell’ “italiano a Londra” con tenerezza mista a rassegnazione.
L’italiano nella Capitale britannica è inconfondibile; non solo perché dà sfogo alla sua fantasia nel vestire, indossando cose che qui non sognerebbe di mettere neanche se pagato, ma perché tra la tazza di William e Kate nel giorno delle nozze, l’ombrello con la scritta “I love London” e l’immancabile giro sulla ruota panoramica e foto mentre finge di telefonare in una delle poche cabine rosse rimaste (le altre sono state rimosse o dipinte di verde e funzionano da stazioni per ricaricare il cellulare) il tour dell’italiano medio è servito. Aggiungeteci poi due o tre pasti da Mc Donald, perché “a Londra si mangia male” o una sosta in un discutibile ristorante italiano per appagare il desiderio di spaghetti che non si soddisfa da nemmeno 8 ore, ed è fatta.
Ma a Londra è davvero impossibile consumare un pasto decente o è un luogo comune? Beh, diciamoci la verità. La cucina inglese, per quanto nessuno sappia davvero quale sia il piatto tipico del popolo di Elisabetta escluse le torte di carne e la colazione tanto famosa quanto pesante, non ha un’identità definita. Certo è che se si vuole provare cibi etnici, un posto migliore al mondo non c’è.
Passeggiando su Regent Street, se si ama la cucina indiana, Veeraswamy è un’esperienza sensoriale; il ristorante, che dispone anche di una sala privata, è bellissimo; tappeti, lampadari di cristallo, tovaglie bianchissime e posate d’argento. Il pollo tandoori è il migliore che abbia mangiato, il pane indiano, poi, è divino. Se, invece, amate la cucina giapponese, basterà recarsi a Bishop Gate, e salire su in cima fino alla Heron Tower, e da Sushi Samba, l’esperimento fusion tra i sapori nipponici e la fantasia carioca è riuscitissimo, come a Seven Dials, dove da Hawksmoore, si mangia in una antica macelleria a due passi da Covent Garden. Asternersi vegetariani.
Ma la Londra che preferisco, è quella del dopo cena; archiviati ormai locali come Sketch, mondano e con le toilette più belle del mondo, bisogna arrivare a Soho, dove tra pub irlandesi e locali moderni, si può ascoltare dell’ottima musica dal vivo bevendo una birra spillata al momento, anche per strada quando fuori fanno 3 gradi ed intorno a te ci sono ragazzi in sandali e t-shirt. E’ questa la vera anima della città, nei locali storici e centrali, dove all’interno trovi, ad esempio, un ristorante thailandese che sembra un giardino nascosto, mentre dall’altra parte della sala si tifa Arsenal o Chelsea; una città sempre pronta a sorprenderti e a stupirti anche quando a questo hai fatto l’abitudine.
Se pensate che Parigi sia la città degli innamorati anche Londra ha un’anima romantica, anche se sempre con una venatura dark. Gli champagne bar con vista dall’alto, in cima ai grattacieli della City finanziaria, hanno una vista mozzafiato. Dai vetri del Vertigo 42, si ha una visione di ciò che ci circonda a 360 gradi e la musica lounge contrasta con la frenesia della città, anche di notte, anche in un qualunque giorno settimanale. Ed ancora, dalle sala dell’Aqua, al 31piano dello Shard di Renzo Piano, Londra ed il Tamigi sono unici.
Energia, folla, chiasso da un lato, una città che va, che marcia verso il progresso e che guarda al futuro senza scordare la sua anima più black e trasgressiva. Non ci si stupisce, dunque, se accanto al Notting Hill Arts Club, interni colorati e musica vibrante a due passi dalla fermata della metro e non molto distante dalla libreria di Hugh Grant nel film, si trovi il Torture Garden (un nome, un programma), il più grande locale fetish al mondo, dove il dress code prevede tute in lattice e fruste sadomaso e dove i (rubber) clubbers danno sfogo alle fantasie bondage.
La città del tè delle cinque, preso nella sala al terzo piano di Liberty rimasta oggi come allora, e la città dei metallari che si fondono insieme, un’atmosfera delicata ed una rock e punk, il lusso degli alberghi di Lancaster Gate, ristoranti elegantissimi e mercati alimentari come il Borough Market dove il fish and chips si mescola alla pasticceria francese e al cibo macrobiotico.
“Chi è stanco di Londra è stanco della vita”, scriveva Samuel Johnson critico letterario e poeta inglese nella prima metà del 1700. Come dargli torto? Il fermento culturale, mondano, sociale di questa città attraversa e rapisce senza darti tregua alcuna. E’ un vortice, un concentrato di nuovo e vecchio, ordinario e straordinario, passato e futuro, in perenne contraddizione ma in costante equilibrio, che ti mantiene vivo e che non ti basta mai.
(2 continua)




















