di Gianpaolo Santoro
Francesco ha portato la Primavera. O, se preferite, la Primavera ha portato Francesco. Eccolo qui Bergoglio, Papa Primavera. Una carezza e un bacio. il Sole bacia Napoli. E Dio Solo sa quanto ce ne sia bisogno.
Un giorno nella città del dolore, fra la gente dei vicoli eroina e le strade volgarmente rappezzate, fra le Vele di Gomorra della periferia maledetta di Scampia ed i terribili padiglioni di quell’inferno chiamato Poggioreale. E poi ancora il sangue di San Gennaro, i malati, i bambini, si gli scugnizzi, quel dannato lungomare che non bagna più la città. Gli appuntamenti, gli incontri, le centomila bandierine, i canti e le preghiere, le istituzioni, i santi e i peccatori, il diavolo e l’acqua santa. La Misericordia. E Napoli?
“Dio abita a Napoli”. Già, Napoli. La festa, il rito, la gioia, ma che cosa è stata questa visita papale per questa maledetta, meravigliosa città? Possibile che Francesco passi via, lieve come la prima brezza di primavera? Possibile che non ci sia qualcosa di più delle cerimonie celebrative, le mille mani strette, i bambini baciati, le benedizioni ed i sorrisi, quella Speranza che non si nega a nessuno? Mi piace credere di aver trovato una risposta nell’ultima meditazione mattutina di Papa Francesco, quella di appena quattro giorni fa alla Domus Sanctae Marthae “Non chiudete quella porta”. E viene alla mente Palazzo Serra di Cassano, quel portone chiuso in faccia al tiranno, al male. Non chiudete quella porta: Bergoglio ha narrato di una betzaetà (piscina) caratterizzata da cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi: ciechi, zoppi e paralitici. In quel luogo c’era una tradizione secondo la quale di volta in volta, scendeva dal cielo un angelo a muovere le acque, e gli infermi che si buttavano lì in quel momento venivano risanati, guarivano di colpo. Un miracolo.
Perciò, ha spiegato il Pontefice, c’era tanta gente. E perciò si trovava lì anche un uomo che da trentotto anni era malato. Era lì che aspettava, e a lui Gesù domandò: “Vuoi guarire?”. Il malato rispose: “Ma, Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita, quando viene l’angelo. Mentre, infatti, sto per andarvi, un altro scende prima di me”. Davanti a Gesù, c’era “un uomo sconfitto che aveva perso la speranza”. Ammalato ma, ha sottolineato, Francesco non solo paralitico: era infatti ammalato di un’altra malattia altrettanto cattiva, l’acedia. Si, l’accidia, quella cronica avversione all’operare, mista a noia e indifferenza, quell’indolenza triste e malinconia che impedisce qualsiasi cosa. Il vuoto.
Un altro avrebbe “cercato la strada per arrivare in tempo, come quel cieco a Gerico che gridava, gridava, e volevano farlo tacere e gridava di più: ed alla fine aveva trovato la strada”. Ma lui, prostrato, vinto dalla malattia “non aveva voglia di guarirsi”, non aveva forza. Eppure allo stesso tempo, aveva tanta amarezza nell’anima. E anche tanto risentimento. “C’è sempre qualche altro che arriva prima di me e io sono lasciato da parte”. Era davvero un’anima triste, sconfitta, sconfitta dalla vita.
Papa Francesco sembra abbia voluto rappresentare la nostra storia, quella della Napoli accidiosa, che si vede sempre passata avanti da qualcuno, che si sente sempre ingiustamente vittima, quella morta dentro, ferita a morte. Quella senza speranza e senza voglia, mortificata ed avvilita, succube e sottomessa.
Giovanni Paolo II, venticinque anni fa, qui parlò di grave crisi di legalità. “Non c’è chi non veda l’urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì: urge un recupero di legalità”. Papa Francesco ha parlato di corruzione, quella corruzione che puzza, anzi che “spuzza” come dicono nei barrios di Buenos Aires. “La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste”.
Francesco si affida alla gioia e l’allegria che sempre più spesso vengono individuate come la maggiore risorsa da queste parti. “Il cammino quotidiano di Napoli, con le sue difficoltà e i suoi disagi e talvolta le sue dure prove produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta, e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola”. E poi l’esortazione: “non lasciatevi rubare la speranza! Reagite alla camorra. Non cedete alle lusinghe di facili guadagni o di redditi disonesti. Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini. A Maronna v’accumpagne”. E così sia.













