di Ernesto Santovito
Un kamikaze, uno squilibrato, un samurai? Ora l’interrogativo che tutti si pongono è questo: che cosa può aver spinto Andreas Lubitz, un giovane pilota di solo 28 anni, con circa 630 ore di volo all’attivo (e ritenuto molto brillante, tanto da aver ricevuto nel 2013 il Certificato di Eccellenza della Federal Aviation Administration, l’ente che regola l’aviazione Usa) a indirizzare il suo Airbus A320 della Germanwings con 150 passeggeri a bordo all’impatto fatale, all’incontro con la morte?
Un attimo di follia o un’azione premeditata, studiata, calcolata in tutti i dettagli? In poche parole Lubitz ha pianificato il volo della morte, il massacro dei passeggeri? Impossibile al momento dare una risposta, gli inquirenti non sono in grado di fornire alcuna motivazione al gesto tragico. Si è trattato di un “suicidio” collettivo o di qualcos’altro? Anche questo interrogativo è sospeso nel vuoto. Al momento nessuno si sbilancia. Ma al momento ancora nulla è da escludere.
Certo, quello che colpisce è il periodo di sospensione dell’addestramento di Andreas Lubitz. Iniziato l’addestramento nel 2008, sei anni fa lo interruppe per un periodo piuttosto lungo, pare perché era depresso e stressato (“Una sindrome da burnout”, dicono i media tedeschi). Il burnout, per capire di che cosa si parla, interessa tutte quelle figure caricate da una duplice fonte di stress, ovvero quello personale e quello della persona aiutata; in particolare colpisce medici, infermieri altre figure sanitarie, compresi volontari e studenti, gli addetti ai servizi di emergenza, tra cui soccorritori, poliziotti, e vigili del fuoco, psicologi, psichiatri e assistenti sociali, sacerdoti e religiosi, insegnanti ed educatori, tecnici della riabilitazione psichiatrica, avvocati, ricercatori e operatori di call center. Il burnout comporta esaurimento emotivo, depersonalizzazione, un atteggiamento spesso improntato al cinismo e un sentimento di ridotta realizzazione personale. Il soggetto tende a sfuggire l’ambiente lavorativo, a provare frustrazione e insoddisfazione, nonché una ridotta empatia nei confronti delle persone delle quali dovrebbe occuparsi.
Lubitz, dopo l’abilitazione al volo ha quindi lavorato per 11 mesi come steward prima di prendere servizio in cabina di pilotaggio. E’ evidente che c’è da ancora da capire, approfondire, indagare, scoprire. Familiari parenti, colleghi non si sono accorti di nulla in questi mesi?
E’ la quarta volta negli ultimi ventitré anni che si registra una sciagura del genere, con un pilota che “deliberatamente” guida il suo aereo all’impatto con la morte. Un primo precedente si verificò nel febbraio del 1982 quando un DC-8 della “Japan Airlines” precipitò in mare poco prima di atterrare all’aeroporto Haneda di Tokyo per colpa di una manovra errata fatta deliberatamente dal comandante Seiji Katagiri. La commissione d’inchiesta appurò che l’uomo aveva invertito la spinta dei motori a 300 metri dalla pista, facendo precipitare l’aereo in mare. Nell’incidente morirono 24 persone e 150 rimasero ferite.
Dodici anni dopo, nell’agosto del 1994, l’Atr-42 della Royal Air Maroc, con 44 persone a bordo, tra cui 8 italiani, precipitò vicino Agadir. L’aereo era diretto a Casablanca. Il registratore delle conversazioni di cabina, rivelò che fu il comandante Younis Khayati a causare l’incidente nonostante i tentativi disperati del copilota, Sofia Figuiqui, la quale dopo aver lanciato per ben tre volte il “may-day”, cercò invano di bloccare il comandante.
Terzo episodio nell’ottobre del 1999 il volo 990 della EgyptAir, partito da New York e diretto al Cairo con 217 persone a bordo, precipitò nell’Oceano Atlantico, al largo dell’isola di Nantucket (Massachusetts), subito dopo il decollo. L’inchiesta della Ntsb (National transportation security board, l’agenzia federale americana che indaga sui disastri aerei) stabilì che il volo fu intenzionalmente sabotato da Gameel El-Batouty, il copilota









