di Eduardo Palumbo
La direzione del Pd finisce, tanto per cambiare, con un voto all’unanimità in diretta streaming. La minoranza dem non partecipa al voto, insomma una discussione tutta mediatica. Renzi parla di Grecia e avverte gli scissionisti sui pericoli delle urne e avverte il Presidente del Senato Grasso.
Sinistre. Tsipras fa votare per la terza volta il suo popolo in nove mesi e dalle urne esce ancora una volta vincente. Gli scissionisti, Yanis Varoufakis in testa, i duri e puri, restano fuori dal Parlamento. Come è stato osservato su “Il Foglio” da Guido De Franceschi “da forza anti sistema, Syriza è diventata la nuova forza del sistema politico. Politiche “contro” diluite e lenta trasformazione da partito di lotta a partito socialdemocratico”.
Sinistre. C’è chi la partita la gioca dando la parola agli elettori come fanno in Grecia fregandosene di andare alle urne ogni tre mesi nel nome della democrazia (e così già vota soltanto un greco su due) e chi, invece, come avviene in Italia ormai da quattro anni crede che tutta la partita debba risolversi solo e soltanto all’interno del Partito democratico. Il voto viene visto con diffidenza, chissà perché: si preferisce che ci si avviti all’interno di un partito che ha iniziato la legislatura sotto il segno di Bersani, per poi passare a Letta, infine a Renzi, storie di ultimatum , penultimatum, sceneggiate e coltellate, storia nata con la tragicomica vicenda della rielezione di Napolitano, quando vennero mandati al macero dell’aula prima Marini e poi Prodi, la storia di #Enrico stai sereno e del golpe al grido “non c’è tempo, abbiamo fretta…”.
Renzi, è stato il terzo Premier non votato dagli elettori, da queste parti le urne sono considerate pericolose e nocive, meglio tirare avanti anziché dare la parola agli elettori. Ed, allora, la partita continua ad essere tutta all’interno del Pd, fra giochi di corrente e colpi di mano. “Chi di scissione ferisce, di scissione perisce. Le scissioni funzionano molto come minaccia, un po’ meno nel passaggio elettorale” tuona il premier al parlamentino dei suoi ed il suo è più di un avvertimento, alla minoranza Dem. E nei confronti del presidente del Senato Grasso, invece è decisamente una minaccia. Al centro del dibattito c’è l’ormai famigerato articolo 2, quello che riguarda tra le altre cose l’eleggibilità dei senato e che viene dal governo considerato inemendabile perché già approvato alla Camera. “Se il presidente del Senato Pietro Grasso dovesse aprire a modifiche – dice Renzi- si dovrebbero convocare Camera e Senato perché saremmo davanti a un fatto inedito”.
Come nelle migliori fiction Pierluigi Bersani non ha partecipato alla Direzione. L’ex segretario era Modena per la chiusura della festa dell’Unità. “Mi pare che Renzi abbia fatto un’apertura significativa: se si intende che gli elettori scelgono i senatori e i consigli regionali ratificano va bene, perché è la sostanza di quello che abbiamo sempre chiesto. Meglio tardi che mai: vedremo al Senato come verrà tradotta questa indicazione”.
L’avevano per l’ennesima volta definita la resa dei conti, è finita per l’ennesima volta con un voto all’unanimità alla relazione del segretario-premier. La minoranza non ha tuttavia partecipato al voto finale. “Noi non abbiamo votato al termine della direzione perché le riforme si scrivono in Parlamento e non durante una riunione di partito”, ha spiegato il deputato della minoranza Alfredo D’Attorre.










