di Franco Meda
Siamo un Paese di furbi. I furbetti del quartierino, i furbetti dello scontrino, i furbetti del cartellino e quel furbetto di Marino che dopo aver riflettuto per bene, accertato che il Partito che lo ha candidato ha deciso di staccare la spina, ha deciso che non si vuole dimettere.
Ah, dimenticavo i furbetti di Orfini, cioè il gran capo (di una parte) del Pd romano che ha difeso a spada tratta il suo sindaco dicendo che bisognava rispettare il voto popolare, per poi sfiduciarlo senza mai passare per il Consiglio comunale, senza presentare una mozione di sfiducia, senza aprire un dibattito davanti alla città ora per l’ennesima volta ha cambiato strategia. “I consiglieri dem si dimetteranno in massa”. Per ora se ne sono andati il vicesindaco di Roma Marco Causi e gli assessori Alfonso Sabella, Legalità, (che prima diceva di essere al di fuori dai partiti e poi segue le direttive del Pd), Stefano Esposito (Trasporti), Marco Rossi Doria (Scuola) e Luigina Di Liegro (Turismo).
Ormai funziona così. Secondo i renziani tutto si decide al di fuori delle sede istituzionali, mai un dibattito, un confronto parlamentare o consiliare. La vicenda marino da trattare in una cena segreta (che poi segreta non è), l’ultimo schiaffo alle elementari regole istituzionali. E così sono tutte vicende senza fine: si vota una fiducia, si costringono alcuni a rassegnare le dimissioni anche se non è indagatoi (casi Lupi, De Girolamo, Josefa, Cancellieri) ed, invece, altri si difendono a spada tratta e si invitano non rassegnare le dimissioni perché il partito dopo anni di giustizialismo si è riscoperto garantista ed allora anche se hai una comunicazione giudiziaria, un rinvio a giudizio, ma si, anche una condanna: e che sarà mai, anzi “Chi non ha avuto un abuso di ufficio nella sua carriera vuol dire che non ha fatto nulla in vita sua..” come professa uno dei nuovi leader rottamatori vicino ai settanta anni, alleatosi con un leader quasi novantenne, per conquistarsi la sua poltrona.
Ma torniamo alla kafkiana vicenda di Mafia Capitale, una vicenda che si potrebbe rappresentare al meglio nella sua evoluzione dell’ultima amministrazione con il piddino Stefano Esposito, senatore sino a poco tempo fa conosciuto solo per le sue battaglie contro i no tav e per le sue battaglie a favore della Juve, poi “promosso” assessore ai trasporti della giunta capitolina. Una scelta (come raccontato dallo stesso Esposito) fatta da tre persone: Marino, Orfini e Renzi. “Hanno scelto me forse perché bisognava dare un segnale politico rilevante. Da sempre mi occupo di trasporti e c’era bisogno di una figura forte”. Ed Esposito forte lo è stato. Soprattutto in televisione.
Da queste estate il senatore-assessore (già perché non si è dimesso da Palazzo Madama) lo si trovava ovunque, mattino, pomeriggio e sera, mattatore in tutti talk show, il vero volto della vicenda romana, un uomo per tutte versioni. Per cento giorni è stato l’ambasciatore della grande sfida romana, il simbolo dell’argine democratico contro la mafia. “E’ una sfida difficile ma sono proprio queste sfide che certificano se uno fa politica per spirito di servizio o per prestigio personale” o ancora “all’appuntamento del Giubileo dobbiamo arrivare facendo funzionare al massimo la macchina della quale disponiamo. Se recuperiamo l’orgoglio di essere la Capitale d’Italia, allora questa macchina può dare garanzie….”
Poi ad un tratto la sceneggiatura sulla giunta di Roma Capitale è cambiata, nel giro di poche ore l’argine alla mafia si è sgonfiato, l’ordine di scuderia è diventato “tolleranza zero” nel confronti di Marino, delle sue gaffes, dei suoi pranzi misteriosi, della note spese probabilmente “farlocche”. Il sindaco non ha ancora ricevuto alcuna comunicazione giudiziaria ma il Pd ha fatto scattare il “game over” e badante o meno Marino doveva essere mandato a casa. Qualcuno ha chiesto proprio alla badante ufficiale Gabrielli “se mangerà il panettone con Marino…” e filosofica è stata la risposta “E chi può dirlo…?”
Ed ecco allora che l’uomo della grande sfida è uscito allo scoperto “Inutile gridare al complotto. È il momento di andare a casa. Il Pio Alberto Trivulzio era un posto da lattanti rispetto a quello che ho trovato”. L’attacco è frontale e non può essere certo un caso se il senatore-assessore che non conosceva neanche dove portavano i bus di linea di Roma ha ricordato l’immagine simbolo di Tangentopoli. Ma come la sfida, il riscatto, la “macchina” della Capitale da riattivare, la rivalsa del popolo romano? Ma come neanche la prima gara assegnata dal Comune per i lavori del Giubileo bloccata dall’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone con due imprenditori e un funzionario del dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana di Roma finiti ai domiciliari con l’accusa di corruzione e turbata libertà degli incanti aveva provocato alcuna reazione e poi il grande progetto messo su dal presidente del Pe e commissario del partito a Roma con la super benedizione di Renzi, tutto svanito per quattro scontrini, chissà un po’ di cresta con la carta di credito, una bugia sul Papa?
I fatidici venti giorni per ritirare o meno le dimissioni (così come consentito dalla legge) scadono il 2 novembre: il psicotico braccio di ferro fra Marino e il Pd continua tra sostenitori, appelli, petizioni (a lanciarla Daniele Dezi, un esperto di marketing e advertising e pubblicità online su Change.org) manifestazioni, minacce di espulsioni, lettere di dimissioni di tutti i consiglieri piddini. Marino ha annunciato che non si dimette. Siamo a Farsa Capitale.













