di Mauro Ventura
Dieci novembre 2013, ore 8:19. Cosa mi è rimasto nel setaccio quella mattina, un prepartita di una domenica di calcio? Un sogno e il suo ricordo non sono la stessa cosa…
Ci destiamo al mattino col bagaglio ancora fresco degli oggetti che durante la notte abbiamo raccolto in pochi secondi o magari in quattro-cinque ore, chissà. Interrompiamo il sogno, lo ripigliamo, forse lui riacciuffa noi. Ma cosa resta? Solo quello che riusciamo a salvare in quella parte della memoria che viene resa disponibile per quando abbiamo poi gli occhi aperti, per leggere ciò che è rimasto nel setaccio, salvato dal risucchio dell’oblio definitivo.
In inglese play significa contemporaneamente giocare, suonare, recitare, potenza dell’espressione linguistica e vernacolare. In napoletano dormire e sognare coincidono, ‘o suono è sonno ma anche sogno; non esiste dormire dunque senza sognare. Purtroppo resta solo quello che ricordiamo del sogno. Il sogno diventa piccolo quanto pochi sono i bytes che riusciamo a setacciare. Bytes, mega, giga, tera-bytes messi insieme da una costruzione spontanea delle nostre meningi in libertà e grazie ad un motore di ricerca sguinzagliato fuori controllo durante il nostro riposo muscolare, articolare, ma non mentale. La nostra mente non si ferma mai, i risultati delle nostre elaborazioni non vanno dispersi, ciò che è veramente precario è come e se siamo in grado di recuperare dati nuovi e vecchi, fermi in superficie, in profondità, a destra, a sinistra, forse anche su qualche nuvola.
In una immaginaria metropoli del nord, chiamiamola MITO ( che poi non è qualcosa di fantascientifico, anzi negli anni ottanta c’era un progetto di megametropoli Milano-Torino, una grande sconfinata città, 50 minuti di treno da una parte all’altra, ma non se ne fece niente ed allora, è rimasto solo un Festival Internazionale della Musica Mito che si svolge nelle due città, n.d.r.) come la macchina, il motore di ricerca onirica ha confuso dove abito e dove prevalentemente lavoro e ha quindi predisposto lo stage del sogno a MITO.
Portici ottocenteschi, bastioni sforzeschi, fiumi prorompenti, alberghi, fabbriche, auto, biciclette, panettoni e gianduiotti in tutte le vetrine, pedoni veloci e silenziosi, un bel mosaico grigio-grigiastro. Nel bel mezzo del grigio-grigiastro compare una mia vecchia amica e collega di lavoro, anche lei col cappottino grigio ma con una splendida sciarpa di seta azzurra. “ciao, cosa ci fai qui?” non risponde e mi mostra altri, tanti amici, tutti riconoscibili, tutti sorridenti e felici di incontrarmi ma soprattutto ansiosi di andare allo stadio a fare il tifo nell’attesissima partita.
Quanti ne siete? Li riconosco tutti e sono tutti immobili ad ascoltare un improvviso altoparlante che ripete la mia domanda a volume altissimo. Quanti ne siete? I pedoni veloci e silenziosi si fermano ed urlano: ”Siamo tutti azzurri, forza azzurri”. Una improvvisa eco rimbomba per tutta la città “SIAMO TUTTI AZZURRI, FORZA AZZURRI”. E poi ancora più forte altrove, ancora più forte altrove, ancora più forte altrove. “SIAMO TUTTI AZZURRI, FORZA AZZURRI”, Mi inquieto ma sono felice, un’altra amica mi prende per mano, vado con loro allo stadio? No, giriamo l’angolo e vedo comparire tante tavolate improvvisate su una impensabile sabbia dorata. Una rediviva Piedigrotta traslocata al nord mi accoglie con i suoi colori, odori, suoni e maschere. Vongole e spaghetti, caponate e polipi, angurie e fichi volano di qua, volano di la.
“Ma io non posso venire con voi, a casa mi aspetta la mia compagna, sarà in pensiero, si sta facendo tardi” “Ti accompagniamo”. E ne riconosco ancora altri. Il sorriso generale accelera, si moltiplica, mi abbracciano uno per uno, poi improvvisamente si spegne, i visi lacrimano mentre mi saluta Francesco, perché c’è anche lui nel sogno, per la grande occasione, un’opportunità concessa a lui e a noi per rientrare tra noi. Loro lasceranno me, lui lascerà di nuovo tutti e tutto. Vorrei fermare il sogno, rimanere per sempre nel sogno, con tutti, con lui, per non perderci più. Non si può. Ora sorride solo lui, poi sorridono di nuovo tutti. Mi giro verso casa e vedo da lontano la mia cara al balcone, preoccupata a guardare lontano verso dove potrebbe finalmente vedermi comparire. Sono le 2 e 45, le 14 e 45, le 3 meno ¼. Numeri. E’ un sogno, me li gioco? Ma quante combinazioni con questi numeri! Troppe, sogno e penso già a quando sarò sveglio e andrò al banco lotto. Dunque i sogni non sono solo passivi, puoi anche pensare, reagire, creare link tuoi, non essere soggetto al google onirico Poi capisco, dietro quei numeri c’è il risultato della partita. Sarà cosi? Mi sveglio, vorrei fermare tutto, scrivere anche le cose che non ricordo, ma devo andare…. Raccolgo i residui di un viaggio meraviglioso di un venerdì prima di una partita di una giornata speciale. Forza azzurri, aggio fatto nu suonno, sulamente nu suonno.
Ps. Quel 10 novembre Juventus-Napoli finì 3-0, gol di Llorente, Pirlo e Pogba. Si, “nu suonno, sulamente nu suonno…”












