‘A risa

di Paolo Isotta 

C’è una sola reazione agli eventi, fossero pure dolori e lutti, il ridere. Questa la filosofia della canzone ‘A risa, ossia La risata, di Berardo Cantalamessa che è stata la prima incisione fonografica italiana. Al San Carlo La vedova allegra, formalmente un’Operetta ma, come tante cose di Franz Lehar (basterebbe il Valzer Oro e argento a decretarne l’immortalità), un capolavoro musicale

 Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste e reportage dei giorni nostri.

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In questi giorni si rappresenta al San Carlo di Napoli La vedova allegra di Franz Lehar (prima esecuzione 1905), formalmente un’Operetta ma, come tante cose di questo grandissimo Autore (basterebbe il Valzer Oro e argento a decretarne l’immortalità), un capolavoro musicale. Di fronte al valore dell’ispirazione le distinzioni fra i “generi”, l’alto, il mediano, il basso, sono prive di senso: e d’altronde, non sono i Beatles e i Rolling Stones i migliori compositori d’avanguardia degli ultimi tre decenni?

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Paolo Isotta

Primo punto di forza il direttore d’ orchestra Alfred Eschwé: posso dirlo io che ho ascoltato La vedova sotto la bacchetta del sommo Lovro von Matacic e ricordo che Karajan di questa partitura aveva più paura che del Crepuscolo degli Dei: Eschwé affronta con professionismo di alta qualità ma pure semplicità ed efficacia di gesto un testo difficilissimo.

 

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Secondo: viene aggiunta, secondo la prassi dell’Operetta, una canzone e ampliata la parte insignificante del comprimario Njegus, per consentire la partecipazione di Peppe Barra, che definire “grande” è pleonastico.

Terzo: e credo si debba come il secondo al regista Federico Tiezzi: alla parte del barone Mirko Zeta è aggiunta un’altra canzone napoletana. I due interpreti. Bruno Praticò e Filippo Morace, sono uno più bravo dell’altro: e dovevano tremare trattandosi di un pezzo che rappresenta un vero banco di prova per un “macchiettista” e ch’è entrato trionfalmente nella storia della letteratura mondiale e, di lì, nel grande cinema. La canzone è ‘A risa, ossia La risata, di Berardo Cantalamessa (1858-1917), che ne fu non solo il primo interprete ma pure, nel 1895, con essa creò la prima incisione fonografica italiana.

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Ancor più celebre dell’Autore, e a mio parere a lui persino superiore, la cantò l’altro napoletano Nicola Maldacea (1870-1945). L’io narrante de ‘A risa dice che qualunque sua reazione agli eventi, fossero pure dolori e lutti, è il ridere: e l’interprete deve creare a tempo di musica una risata zampillante e gorgogliante. Dico “creare” giacché lo spartito è qui meramente potenziale e senza l’arte interpretativa resta un suggerimento.

 Heinrich e Thomas Mann

Heinrich e Thomas Mann

Facciamo attenzione alla data: l’Espressionismo è alle porte. I fratelli Heinrich e Thomas Mann vissero un anno in Italia, fra Roma e Palestrina: vi giunsero nell’estate del 1896. Fu in quell’occasione che dovettero assistere a un’ esecuzione de ‘A risa, forse da parte del medesimo Autore o di Maldacea. Ma nel 1912 il già celebre creatore de I Buddenbrook e altre mirabili opere narrative scrisse quell’ambiguissima Novella La morte a Venezia ove esprime l’attrazione per quella triade onde verrà dominato per tutta la vita, il senso della morte, la musica di Wagner, l’omosessualità.

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In un episodio l’illustre scrittore di mezza età, che a Venezia scopre d’esser follemente innamorato d’ un adolescente, è seduto sulla terrazza del grande albergo veneziano che lo ospita: incombe il colera, ancora negato dalle autorità. Un cantante napoletano laido, osceno, canta ‘A risa.

Mann fa una straordinaria descrizione e della canzone e di come viene interpretata. Poi “Aschenbach non stava più adagiato sulla poltrona, s’era tirato su come per un tentativo di difesa o di fuga”.

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Dirk Bogarde, Morte a Venezia

 

Anche il film di Luchino Visconti mostra un Dirk Bogarde terrorizzato di fronte al bravissimo Tonino Apicella, reso espressionisticamente un mostro. Il totale rovesciamento dei valori che l’ epidemia porta consente ad Aschenbach di accettare con gioia la passione e la morte ch’ essa implica. ‘A risa è di tale morte uno strumento. Per la metamorfosi essenziale subita dalla sua canzone Cantalamessa si sarebbe fatto la croce colla mano sinistra; ma le vie dell’arte grande sono infinite quanto quelle della Provvidenza.

(Paolo Isotta, il Fatto Quotidiano)

 

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