di Gianpaolo Santoro
Per fare una “vasca” ci volevano cinquecentoquaranta secondi, passo da “struscio”, saluti e “fittiate” incluse, incontri esclusi. Partenza e arrivo Certus, la gelateria. Il luogo di incontro di quella che una volta si chiamava la Napoli bene. I figli dei ricchi veri, degli ultimi ricchi, dei ricchi per caso. I figli dei palazzinari, quelli delle mani sulla città. I figli dei nobili, quelli della Napoli borbonica o angioina, quelli dai doppi cognomi, palle, stemmi e castelli di famiglia
I ragazzi di via Dei Mille: soltanto a dirlo, riempiva la bocca, qualcosa di importante, ambita, un segno di distinzione, un punto d’arrivo, la comitiva che contava, i buoni partiti. Tutta vita. A dire il vero, non è che nel giro di via Dei Mille fossero tutti ricchi, nobili e nababbi, no, quello no, però la maggior parte era così. Quelli di via Dei Mille non erano soltanto quelli che abitavano nel salotto buono che va più o meno da Piazza dei Martiri sino a piazza Amedeo, via Crispi e Parco Margherita, ovviamente incluse.
L’appartenenza allo status symbol, non era questione di domicilio. C’erano anche quelli di via Petrarca, del Miranapoli, il bar dell’aperitivo domenicale e qualcuno dello chalet Primavera, c’erano quelli di Posillipo che abitavano nelle ville nascoste nel verde con discesa a mare, spiaggetta, scogli privati e campetto di calcio. Uno spettacolo.
Gli “infiltrati” c’erano, ma dovevano avere qualcosa di speciale, dovevano avere un qualcosa in più. Poteva, ad esempio, essere uno molto forte col pallone, o molto veloce con la moto. Uno che sapeva far musica, o uno che sapeva far casino.
Magari uno che avesse carisma, ma se ne sono visti pochi, pochissimi. Insomma era più frequente la presenza di qualcuno funzionale a qualcosa, per vincere una sfida a pallone, una scommessa su “una via Tasso in discesa senza freni” in moto o per suonare con un complesso in una festa privata.
Discorso diverso per le ragazze. Molto diverso. Una bella ragazza non del giro, era subito emarginata. Era una ipotetica concorrente, le altre le rendevano la vita impossibile, era osteggiata in tutto e per tutto. Un inferno. E poi se vogliamo dirla tutta davvero, nessuno di quelli di via Dei Mille aveva l’interesse di portare una ragazza “esterna”nel giro, anzi si tendeva al contrario. Riuscire a farti una storia, avere una vita sessuale parallela, senza che nessuno sapesse nulla, aveva molti vantaggi, facilmente intuibili. Potevi continuare a muoverti liberamente nella comitiva, intrecciare trame, corna, fare come ti pareva. E questo, perché quelli di via Dei Mille sapevano sempre tutto di tutti, si conoscevano, non sfuggiva praticamente nessuno. Ma si, schedati. Impensabile che qualcuno potesse passare inosservato, o fare qualcosa in segreto. Prima o poi, come si diceva una volta, si scoprivano gli “altarini”.
Negli anni Settanta non c’era una sola Napoli, per i ragazzi che andavano dai quattordici ai venticinque anni, ce ne erano almeno tre: una dentro l’altra, ma che non avevano alcun legame fra loro. Cultura, costumi, scuole, luoghi di incontro, ristoranti, cinema, negozi, disponibilità finanziarie e sociali: ogni Napoli viveva la sua vita, scandita di ritmi diversi. Non esistevano correlazioni, intrecci, rapporti, scambi di nessun genere. C’era qualche terra di frontiera, dove ogni tanto si potevano mischiare le lingue (gli chalet di Mergellina ad esempio…) ma avveniva sempre più raramente.
C’era la Napoli di via Dei Mille, quella del Vomero e tutto il resto….Inutile sottolineare che per quelli di Via dei Mille i “Vomeresi” più o meno erano tutti tamarri e, quelli che facevano parte del resto, neanche esistevano.
A proposito di tamarri: se il vomerese era etichettato così, quello di via Dei Mille veniva per ritorsione detto chiattillo (pronuncia kia-ttì-llo) che altro non è che una specie di piattola, un parassita, che poi era l’esatta trasposizione del soprannome, perché la vita di quei ragazzi che andavano incontro alla vita, non era certo scandita dall’operosità o dall’impegno, tutt’altro. Ora sia chiaro, non è che nell’arcipelago della Napoli bene, dei classici figli di papà, proprio tutti fossero così, però contestare l’esistenza dei perenni “nullafacenti vestiti firmati e Rolex al polso” sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia.
Ma, poi in fondo, che cosa contraddistingueva la stirpe dei chiattilli? Innanzitutto l’atteggiamento, a prima vista naturale ma, invece, studiato con attenzione nei minimi particolari, soprattutto in discoteca: aria perennemente annoiata, un bicchiere in mano con whiskey e giaccio, sguardo perso a contemplare l’infinito, tra il tormentato ed il disinteressato. Sembra che cosi facendo si acquisisse un’aria misteriosa, ricca di fascino.
Secondo elemento di distinzione, l’abbigliamento. Tutto firmato, ma brend d’eccezione, altrimenti era un autogol. Camicie, preferibilmente su misura, sempre due bottoni: pullover di cashmere o, quantomeno, in lambswool tipo cashmere firmati Eddy Monetti; blaser sempre di taglio sartoriale, cravatte e stoffe tipicamente inglesi solo e soltanto da don Eugenio Marinella, amabile patriarca anche del perfetto nodo di cravatta. E poi i pantaloni di velluto (un periodo a anche a vita bassa e zampa di elefante, ma indossati solo da qualche coraggioso) o di gambardine, il vezzo di jeans e le camicie americane usate, che facevano tanto “on the road”, che si pescavano dalle balle di Resina, alle sei di mattina, veglia all’alba che faceva tanto avventura.
Terzo importante elemento di distinzione, vespe, moto e automobili. A via Dei Mille i più piccoli viaggiavano con vespino 50 o moto Morini, adeguatamente ritoccato da Rippa, il meccanico che faceva volare le moto, per poi andare a tirare sotto la grotta di Mergellina. I più grandi, quelli che avevano già la patente, scorazzavano esclusivamente su Mg Midget, Triumph o Porsche 356. Qualcuno arrivava persino all’ “E type” Jaguar, quelli che i non iniziati chiamavano semplicemente “Giaguaré” preferibilmente in versione coupé, la macchina di Diabolik.
Le motociclette non potevano non essere altro che una Triumph Bonneville, una Bmw 500, le prime Harley Davidson sbarcate in Italia o quantomeno la Laverda 500. Oddio, quelle che abbiamo elencate erano le quotidiane eccellenze, non è che mancassero le straordinarie 500, gli eleganti mini Cooper o i mitici maggioloni Volkswagen. Certo è che il parco auto e moto faceva il suo effetto.
E lo stile di guida? Se in macchina si poteva, ovviamente fare poco, quello che lasciava senza parole era quello che si vedeva fare in vespa ( a dire il vero c’era anche qualche Lambretta) o in moto. Slalom, cavalli, evoluzioni d’ogni genere. I pazzi, erano ad ogni angolo. C’era la convinzione che più si facevano stranezze, più si piacesse alle ragazze. Mah… C’era una cosa facevano tutti, ma proprio tutti, potete stare sicuro quando c’era un gruppetto di ragazze. Si tirava la marcia, si cambiava, e si accompagnava il tutto girando la testa guardando, ma facendo finta di non guardare. Ripeto, tutti ma proprio tutti, facevano così. E molti sono anche andati a sbattere, ovviamente.
Appurato come vestiva e come si muoveva il chiattillo, ora bisogna anche vedere come viveva. L’itinerario scolastico era scritto: scuole medie alla Fiorelli, ginnasio e liceo all’Umberto per chi faceva studi classici, al Mercalli per chi faceva quelli scientifici. Questo il percorso tradizionale. Per quelli che con libri e interrogazioni non si trovavano poi molto a loro agio, allora c’era il finale a sorpresa. In poche parole tutti incominciavano il liceo nello stesso posto, ma la maturità si faceva in giro per il mondo. A conti fatti almeno uno su tre andava a chiudere gli studi in quegli istituti specializzati in recuperi degli anni scolastici, dove privatisti superman, si trasformavano in campioni del salto triplo e riuscivano nell’impresa di recuperare due-tre anni in uno, maturità compresa…
L’università poi, aveva soltanto un fine: il raggiungimento di almeno un esame all’anno per ritardare la partenza per il servizio militare obbligatori, croce senza delizie, per generazioni e generazioni di ragazzi italiani. Per lo più si iscrivevano tutti a Giurisprudenza, anzi a Legge, come si soleva dire, dove in linea di massima un esame-antipartenza all’anno non lo si negava a nessuno.
Per la cronaca si cominciava sempre da “Storia del diritto romano”, che sempre sia lodato, che garantiva un anno pieno pieno di vacanze senza la preoccupazione-naia. Ma, ad un certo punto, anche Economia e Commercio e Scienze Politiche, col passare degli anni cominciarono ad avere i loro affezionati “clienti”.
Esami questi sconosciuti, poco o niente, la stagione universitaria era lunga e ricca di fasi riflessive e meditative. Non c’era fretta, c’era, soprattutto, altro a cui pensare. A cosa? Ma come a cosa, a fare “acchiappanza”, cioè conquistare quante più e possibile ragazze carine e disponibili. Tutto, o quasi, era finalizzato a questo fine (non ho usato scopo, volutamente). A quei tempi non c’erano i telefonini per immortalare le conquiste, ed allora ci si dedicava ad altri trofei.
Gli scalpi (leggi slip) venivano conteggiati singolarmente, una ragazza-una mutandina, per la speciale classifica non si potevano conteggiare più indumenti intimi della stessa persona. Le graduatorie restavano nel segreto delle garconniere che si dividevano in tre-quattro, con turni e doppi turni nel fine settimana.
Per la teoria transitiva se un ragazzo di via Dei Mille, era genericamente detto chiattilo, le ragazza era una chiattilla (pronuncia pe-re-ta). La loro attività principale era la palestra, un approccio però meno traumatico di quello dei giorni nostri, loro facevano una serie di esercizi molto blandi e, soprattutto, tanti tanti massaggi, fanghi, erbe e non si sa bene quali altri intrugli. Non si contano poi le ore passate davanti allo specchio a spalmarsi sulla faccia creme e prodotti speciali fino a creare una maschera marrone che copriva tutto il viso e che, dicevano, regalava una pelle liscia, “vellutata come il sedere di un bambino”. Una maschera al giorno toglie le rughe intorno: una battaglia cominciata in adolescenza, una sorta di corso di sopravvivenza.
L’altra attività ufficiale delle pe-re-te era quella di contare scientificamente le calorie di qualsiasi cosa di commestibile transitasse dalle loro parti. Duecento calorie, era il tetto massimo, un guaio superarle, a volte un dramma. Non escludo che dopo mangiato molte corressero in bagno per infilarsi un dito in gola….l’anoressia era ancora un fantasma di cui praticamente non si parlava quaranta anni fa. Quello che imbarazzava, quando si entrava in confidenza con una chiattilla, era venire a conoscenza del numero spropositato di scarpe che possedeva. Chissà. Deve esserci qualcosa di speciale fra le donne e le scarpe, qualcosa di francamente sconosciuto all’universo maschile. Tacchi alti, altissimi, ballerine, zatteroni, scarpe d’ogni tipo, d’ogni colore, per ogni occasione. Una cosa impressionante.
Un’altra cosa sorprendente è che le chiattille erano sempre in tiro, mai una virgola fuori posto, un accessorio sbagliato, sin dalla mattina all’università, o il pomeriggio in palestra, o la sera per un cinemino. Il capello sempre stirato, la pettinatura precisa precisa, il trucco adatto all’occasione, sempre in tiro, troppo in tiro da sembrare spesso finta. E a volte, lo erano. Negli anni settanta la chirurgia plastica, ancora non era così all’ordine del giorno come nel terzo millennio, però, siatene certe, molte già ne facevano uso. I nasi cambiavano da un week end all’altro, a ritmo vertiginoso. In un certo periodo sembrava di stare a place Vendom, non a piazza Amedeo, con tutti quei nasini all’insù…
Una virtù nascosta, di quelle di via Dei Mille, era l’equilibrismo. Riuscivano ad organizzarsi una doppia vita in modo perfetto, scientifico, professionale. Molte di loro avevano il classico fidanzato ufficiale, storie spesso nate a quattordici – quindici anni con l’obiettivo dichiarato del matrimonio. Progetti nati con la collaborazione dei loro genitori, fidanzamenti nati in provetta. Ed erano proprio queste le ragazze che novantanove su cento avevano una storia segreta, un amante, anche se a quei tempi nessuno lo chiamava così.
Ma torniamo a noi, alle vasche, le vasche di via Dei Mille, facile a dirsi. Quel giro lungo di palazzo che sfiorava il liceo Umberto, non era una passeggiata come un’altra, aveva dei codici precisi, non scritti, ma ben noti a tutti. Minimo una o due vasche al giorno a piedi, ma se sconfinavi nel terzo giro dei palazzi, allora, attenzione qualcosa non andava. Tre, ma ancora di più, quattro vasche di seguito se eri un ragazzo, voleva dire che da qualche parte in quel quadrilatero di sogni e speranze, c’era una ragazza che ti piaceva, e pure molto. Se, viceversa, era una fanciulla, allora il caso era più disperato, che eri più che single, che stavi a corto di corteggiatori e accompagnatori, insomma che eri su piazza, disponibile, altro che se disponibile…
Soltanto luglio e agosto, erano esclusi dal conto, l’estate aveva altri riti, altri santuari, altre piazzette. I più snob di tutti, molti di quelli con due cognomi e titolo nobiliare, d’estate popolavano la parte alta della penisola sorrentina, dove case di campagna, tenute, vigneti e masserie di famiglia si sprecavano. Erano quelli di Positano e Furore, con i loro costumi ed i loro sandali inconfondibili, quelli dell’Africana, che avevano sempre un’aria diversa, sembravano tutti allora allora tornati da Sain Tropez, ed in mezzo a loro ti aspettavi sempre di veder sbucare Brigitte Bardot.
Poi c’erano quelli di Capri, in piazzetta da Vuotto, Canzone del Mare, (dove con poderose raccomandazioni da molto, molto in alto, talvolta si otteneva la mitica cabina numero 4, un vero appartamentino con tinello e camera da letto, riservato ai supervip del tempo) Faraglioni, funicolare, taxi Fiat 1400 scappottato, Acquarama e gozzi o piscine e palafitte, i bagni più faticosi del mondo, mai troppo simpatici a dire il vero, se vogliamo essere sinceri.
Noi eravamo quelli di Ischia, quell’Ischia fatta di bagno “Medusa” E bar “Enea”, dove gli appuntamenti erano un’adunata e le estati una lunga storia senza fine, scandita dai pomeriggi danzanti al castello Aragonese, dell’Equipe 84 e dalle tuniche nere di Gepy & Gepy che cantava circondato da tre splendide ballerine (una bionda, una bruna ed una di pelle nera) e la musica la guardavamo rapiti, oltre che sentirla.
Ischia era la vacanza, quella vera. Fatta di interminabili sfide a pallone, contro gli isolani che non ci stavano a perdere, di giri dell’isola di notte in vespa e moto, un serpente illuminato anche di un paio di chilometri, di pane caldo e parmigiana di melanzane di Coco gelo alle tre di notte ad Ischia Ponte, di serate in barca ad chiaro di luna sotto al Rancho Fellone, fatte di stelle cadenti ed amori nascenti o di gran falò sulla spiaggia dei pescatori, dove il gioco della bottiglia si trasformava tempo un’ora in nascondino e dove a fine serata si tornava tutti insieme più felici e contenti.Questa era la meglio gioventù, spensierata e semplice, di una Napoli che non c’è più.
Mino Cucciniello in un suo articolo, ha ricordato alcuni di quei ragazzi della Napoli di via dei Mille. Giovani che non avevano nulla o quasi della generazione precedente, di quei ragazzi passati come quelli di Montedidio, i vari Napolitano, Ghirelli, La Capria, Compagnone, Rea, Rosi, Patroni Griffi, Barendson. Generazioni unite probabilmente solo da uno stesso cordone ombelicale, quello che la Ortese definì il silenzio della ragione . “Esiste nelle estreme e più lucenti terre del Sud un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolci e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata…”




















Io l’ho vissuta,camminata,passeggiata,consumata,anche se il “nostro”gruppo faceva capo al mitico bar metro’di piazza Amedeo, oppure da refrain self33……che tempi
Verissimo, anche se c’è una dimenticanza nelle scuole, il Pontano …
Ho vissuto i fasti degli anni 80, e vederla ora abbandonata e sola mi lascia un vuoto enorme. Nessuno più fa lo struscio, quella deliziosa passeggiata con la quale potevi riempirti la giornata, uscivi e … Non era detto che rientravi se non a sera tarda.
Un amico americano trasferitosi a Roma, ogni volta che ci vediamo mi dice … “Mi manca via dei Mille”