Marco Travaglio ha affrontato così il problema. “Se si trattasse del solo Rondolino, giullare di molte corti la cui autorevolezza sfugge ai più, o di quel che resta dell’Unità modello Erasmo D’Angelis, presunto giornale fortunatamente sprovvisto di lettori, si potrebbe pure sorvolare. Ma a paragonare Saviano a un “mafiosetto di quartiere”, è il “quotidiano fondato da Antonio Gramsci”. In poche parole dai Quaderni di Gramsci ai quaderni (renziani) di Rondolino…Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste, articoli e reportage dei giorni nostri.
“Non leggo l’Unità, mi rifiuto di farlo per rispetto a Gramsci e a coloro che la diffondevano in passato”, dice il deputato pd Davide Zoggia. Parla di un “punto di caduta bruttissimo”, l’esponente della minoranza. Lo fa intervenendo alla trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora”.
E dà voce a molti di coloro che – tra i democratici – si sono chiesti cosa stesse succedendo quando, il 2 aprile, hanno letto sull’Unità un articolo in cui Fabrizio Rondolino – collaboratore del quotidiano di riferimento del Pd – attaccava Roberto Saviano per le sue richieste di spiegazioni a Maria Elena Boschi. “Maestro in quest’opera di falsificazione della realtà è Roberto Saviano”, scrive Rondolino sul caso Guidi, perché l’autore di Gomorra chiede al ministro “di chiarire in Parlamento sulle tante ombre che si addensano sul suo ruolo istituzionale” senza specificarle, “come un qualsiasi mafiosetto di quartiere”.
Ieri il direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha scritto per prendere “nettamente” le distanze dalla frase di Rondolino, definita “equivoca”. “Risponderà lui se crede di farlo”, dice Erasmo D’Angelis. Nell’editoriale, intitolato “Giù le mani da Saviano”, D’Angelis chiarisce tutta la stima per lo scrittore che “ha messo a rischio per sempre la sua vita per il coraggio delle sue denunce”, anche se gli rimprovera “alcuni giudizi o pregiudizi” troppo “tranchant e definitivi”, ad esempio sulla Leopolda o sulle responsabilità del ministro Boschi nello scandalo delle banche popolari.
Più duro, in difesa dello scrittore, l’intervento sul Fatto quotidiano di Walter Veltroni. L’ex segretario pd che tra il ‘92 e il ‘96 ha diretto proprio l’Unità, afferma: “Se una volta per tutte, nel dibattito politico e giornalistico, si abolissero le definizioni e le marchiature a fuoco, se la si smettesse, tutti, di etichettare il prossimo, si farebbe un grande passo avanti di civiltà”. E ancora: “Non si concorda con una opinione di Saviano? La si contesti nel merito. Ma usare l’espressione “mafiosetto” riferita a chi ha combattuto e pagato in modo terribilmente aspro le sue battaglie proprio contro le mafie è un errore per me grave e inaccettabile”.
(Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica)










