di Giovanni Pasàn
Il Brasile accede ai quarti di finale del Mondiale battendo il Cile 4-3 dopo i rigori (1-1 al 120′). Vantaggio brasiliano al 18′ con David Luiz (ma sul tiro potrebbe esserci stata una deviazione di Jara) su azione di calcio di angolo. Il Cile pareggia al 32′ con Alexis Sanchez. Una favola continua, una si interrompe bruscamente. E’ il destino
Brasile, E così sia. Per un palo, per un pelo, per una pala di combinazioni. Il Cile sbatte contro una traversa ad una manciata di secondi dalla fine della maratona, e su un palo all’ultimo rigore, quello del dentro o fuori.
Pare che don Felipe Scolari, ogni notte sogni Flávio Rodrigues da Costa, il tecnico che 64 anni fa sedeva sulla sua panchina, quella che scotta più di tutte, quella del Brasile che è costretto a vincere, che deve vincere, che non ha alternative. Proprio come ai tempi suoi. Pare che i due tecnici parlino a lungo, che Costa sia prodigo di consigli, di avvertimenti, di suggerimenti. Per impedire, insomma, che vengano ripercorsi gli stessi errori.
Questo mondiale per il Brasile è qualcosa di più, di un pallone che rotola dentro o sbatte contro un palo.
Questo mondiale è l’urlo di un popolo che cerca il riscatto. Contro tutti e contro tutto. Anche contro se stesso. E Flavio Costa, glielo ripete come un mantra. “Contro tutto e contro tutti. Anche contro noi stessi”. E gli ricorda nei dettagli quella sua terribile esperienza che lo costrinse a scappare dal Paese, perché aveva ricevuto minacce di morte per la sconfitta con l’Uruguay, una sconfitta peggio della peste bubbonica: secondo la leggenda si registrarono più di 200 suicidi per il dolore della sconfitta.
Glielo ripete ossessivamente Flàvio, notte dopo notte. “ Felipe anche questa volta tutti sono convinti che abbiamo già vinto, faglielo capire tu che non è così. Speriamo che questa vittoria ai rigori insegni qualcosa. Ma già so che non sarà così. Basterà una giornata di sole pieno, , un tuffo per tornare ad essere vincitori senza aver vinto. E, sai, è difficile giocare per conquistare una cosa che ritieni sia già tua. Quel maledetto 16 luglio di una vita fa avevano tutti preparato la più grande festa, la più grande manifestazione popolare che la nostra storia ricordi: coriandoli, stelle filanti, fuochi d’artificio petardi, razzi, mortaretti, erano pronti per essere il fischio finale del Brasile “campeão do mundo”. Orchestre, gruppi di samba, ballerini vestiti nelle fogge multicolori del carnevale, erano stati convogliati nell’immensa arena con undici vetture di grossa cilindrata, stracolme di fiori e di belle ragazze erano in attesa vicino agli spogliatoi, per accogliere ognuna un eroe della grande conquista; portavano il nome stampato sulla fiancata… Dovevamo ancora giocare la nostra partita, ma per tutti era un dettaglio.”
Per un pelo, il Brasile ha vinto per un pelo, all’ultimo rigore, quello di Jara che se vogliamo, non l’ha neanche sbagliato: il pallone è andato a sbattere violentemente sul palo, più interno che esterno, ma è schizzato via, come se una mano fatata l’avesse allontanato, cacciato via.
Per un palo, anzi per due pali i verdeoro passano ai quarti, due pali che se il pallone fosse andato dentro , sarebbe stata tutta un’altra storia. La traversa di Pinilla avrebbe addirittura sbattuto il Brasile fuori, neanche il tempo per mettere la palla al centro ci sarebbe stato. Il classico golden gol.
Il calcio non è uno sport esatto. A volte neanche giusto. Una favola si è schiantata contro i legni della porta di Julio Cesar, una favola lanciata con orgoglio e senza paura da quei 33 minatori incredibilmente sopravvissuti per 69 giorni sotto terra nella miniera di San Josè, nel deserto di Atacama, nel 2010. “ Per un cileno niente impossibile” ha detto Mario Sepulveda, uno dei trentarè. “Un cileno non ha paura di niente.”












