L’ultima pugnalata

di Eduardo Palumbo

L’ultima pugnalata. Il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, ha esautorato  dal ruolo di capo del pool anti corruzione il procuratore aggiunto Alfredo Robledo.

E’ l’ultimo (per il momento) atto di una guerra senza esclusione di colpi che vede da più di sei mesi Robledo contro Bruti Liberati, il vice contro il capo. E non siamo sul filo degli attacchi verbali. Robledo denunciò al Csm il suo capo, per asserite irregolarità nella assegnazione e nella gestione dei fascicoli di Pubblica amministrazione, dal caso Sea-Gamberale fino all’inchiesta Ruby. Cioè casi di prima linea e con grandissime implicazioni politiche.

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Antonio Robledo

Il Csm, come spesso accade, agì in modo pilatesco, tentò di lavarsene le mani. Si limitò in poche parole a trasmettere alla Procura generale della Cassazione la valutazione di alcuni profili di entrambi i magistrati. Probabilmente anche perché era un Csm ormai con i giorni contati. Spetterà quindi al nuovo Consiglio superiore della magistratura, insediatosi in questi giorni esprimersi sulla vicenda, che nel frattempo si è arricchita di ulteriori esposti di Robledo e di questo, sorprendente, “trasferimento”.

Bruti ha revocato a Robledo la delega dell’intero dipartimento e lo ha assegnato provvisoriamente al pool Esecuzione delle pene. La circolare del procuratore stabilisce che sarà lo stesso Bruti a trattenere la delega su tutte le inchieste di corruzione in via provvisoria, cioè almeno fino a quando il Csm non avrà assegnato uno dei posti di procuratore aggiunto che a Milano sono scoperti da molti mesi.

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Robledo e Bruti Liberati

Che cosa vuol dire praticamente questa decisione che ha del clamoroso visto come si è sviluppata? Bruti ha avocato a se il coordinamento non solo dei fascicoli su Expo (come già aveva disposto in estate) ma anche di tutte le indagini su qualunque reato contro la Pubblica amministrazione; il procuratore aggiunto Nunzia Gatto passa a capo del pool Ambiente e salute al posto del collega Nicola Cerrato, del quale è scaduto il termine massimo di permanenza come dirigente; e Robledo viene appunto provvisoriamente messo da Bruti al posto della Gatto. La circolare di Bruti precisa che Robledo potrà mantenere soltanto i fascicoli di cui è direttamente titolare. E’ questo il grande valzer della procura di Milano. Uno scontro di potere.

Ma chi è questo magistrato napoletano che ha “scoperchiato” la Procura di Milano? E non come è avvenuto spesso nelle storie delle procure italiane ricche di corvi e lettere anonime ma parlando e accusando a voce alta. Alfredo Robledo, classe 1950, senza tessere di corrente, si rilassa leggendo Marziale in latino e cita a memoria le più belle quartine di Omar Khayyam, filosofo, matematico e poeta persiano dell’Undicesimo secolo, che come ha dichiarato è stato “uno dei libri che mi hanno cambiato la vita”.

Alfredo Robledo

Alfredo Robledo

Nato e cresciuto a Napoli, maturità classica al Sannazzaro, laurea in giurisprudenza con tutti 30 e molte lodi, Robledo ha iniziato a lavorare a vent’anni per mantenersi all’università vendendo libri dell’Einaudi porta a porta. Poi stravinse una borsa di studio, diventò assistente e insegnò per quattro anni diritto civile.

Superato il concorso in magistratura, fa il pm a Monza e poi il capo della pretura di Desio, dove ottiene le prime condanne di politici per traffici di rifiuti. In prima pagina ci finisce, con l’ex poliziotto Achille Serra, quando risolve il sequestro di Simonetta Lorini (1980), figlia di un industriale, segregata in Calabria: ostaggio libero, arrestati e condannati otto capi e gregari dell’ex banda Vallanzasca. In Procura a Milano dal ’95, è lui, con il pm Alberto Nobili, a incastrare i rapitori di Alessandra Sgarella: 15 condanne definitive.

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Alfredo Robledo in aula

Il suo “maestro assoluto” è stato il procuratore Saverio Borrelli, che Robledo ha definito “magistrato eccezionale e uomo straordinario, sempre coerente tra ciò che dice e ciò che fa”. Un magistrato fuori dai giochi delle correnti. Anzi. Robledo è convinto che “le correnti della magistratura siano diventate soffocanti: al di là delle buone intenzioni di tanti giudici onesti e capaci, hanno esaurito la loro spinta propulsiva alla partecipazione. Oggi purtroppo la struttura preponderante è una macchina da nomine. In una società liquida, in piena crisi di valori, servirebbe una nuova idea di giustizia”. Ed in questo su un fronte totalmente diverso da Bruto Liberati che le correnti le ha non solo cavalcate ma anche guidate (ex presidente di Magistratura democratica, la corrente rossa dei giudici).

Ama la moto, il suo casco è nero. Una decina di anni fa dopo una sparata di Bossi contro i magistrati meridionali “delinquenti razziali in camicia nera”,   Robledo rispose così. “È un concetto ormai acquisito nella coscienza occidentale che non esistono razze inferiori. Ce n’è invece una superiore: quella napoletana”.

 

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