di Gianpaolo Santoro
Quando si dice il destino. Nel giorno in cui Milano è attraversata dai metalmeccanici della Fiom di Landini, lo zoccolo duro del sindacato, che minaccia di occupare le fabbriche rigettandoci indietro di trent’anni, nel giorno in cui il Senato vota una delega tanto ampia quanto bianca a Renzi per disciplinare, regolamentare, inventare e costruire il nuovo mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs Act nel giorno in cui insomma il Paese si divide ancora sull’ideologizzato inutile totem dell’articolo 18 rispolverando i vecchi conflitti di classe, i padroni e gli operai, ecco che come d’incanto l’uomo che ha sconvolto in Italia in buona parte le relazioni industriali annuncia che il suo compito è finito e che alla fine del suo mandato quinquennale lascerà.
“Nel 2018 farò sicuramente qualcos’altro. Ho deciso. E non cambio di idea, sono fatto così. E poi è giusto che vadano avanti i giovani. Ci sono diverse cose che il prossimo amministratore delegato dovrà fare e che sono totalmente diverse da quelle che faccio io. Il ruolo andrà ampiamente riconfigurato”. La Borsa ha risposto positivamente positivamente all’annuncio. Il titolo Fiat è salito di 1,40 punti percentuali.
Sergio Marchionne, l’uomo del pullover, alla vigilia della fusione con Chrysler ha annunciato il suo addio. Lascia, cambia vita. Era l’amministratore delegato più longevo tra le grandi case automobilistiche. Un’avventura incominciata dieci anni fa, nel lontano 2014. Un’era geologica fa. Per tutto e per tutti. Per il Paese che non conosceva la grande crisi, per la Fiat che viveva la grande crisi.
Era il primo giugno quando al centro storico fiat di Torino, che solo alcune ore era state il palcoscenico delle esequie di Umberto Agnelli, Sergio Marchionne, questa volta in giacca e cravatta, si presentò alla stampa insieme al nuovo vertice del gruppo Fiat: il presidente Luca di Montezemolo e il vicepresidente John Elkan, all’epoca ventottenne. Tre giorni prima il Consiglio d’amministrazione aveva licenziato Giuseppe Morchio, l’amministratore delegato che aveva chiesto alla famiglia di diventare presidente. Intorno al feretro di Umberto Agnelli gli azionisti avevano rifiutato la proposta. E Morchio volò via. “Sentimmo solo il rumore delle pale del suo elicottero che si allontanava dal Lingotto”, dichiarò Gianluigi Gabetti.
La Fiat perdeva più di due milioni di euro al giorno, era da due anni in mano ad una cordata di banche che le consentiva la sopravvivenza. Ma ormai si era agli sgoccioli, sei mesi, al massimo un anno e ci sarebbe stato l’inevitabile passaggio di mano. Le prime parole che Marchionne, allora sconosciuto ai più, disse sembravano più una disperata scommessa, una sfida, che un progetto industriale. “Fiat ce la farà. Prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici.” Marchionne saltò in groppa al destino di una fabbrica morta: l’ha tenuta in vita, le ha dato un futuro. Certo tutto questo è costato, è costato molto. Fabbriche chiuse, casse integrazioni ed altri sostegni dallo Stato, operai a casa. Fino a svuotare del tutto, o quasi, il rapporto con l’Italia. Con la nascita di Fiat Chrysler Automobiles la sede legale è stata trasferita in Olanda mentre la nuova residenza a fini fiscali è stata spostata nel Regno Unito. E le azioni ordinarie sono quotate a New York e Milano.
Ma torniamo al Marchionne “italiano”, all’inizio della sua avventura. Ha raccontato in una intervista. “Mi ricordo i primi 60 giorni alla Fiat: giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, quando non c’era nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?” Celebre una sua frase. “Ho grande rispetto per gli operai e ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino, senza avere responsabilità, le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi”.
Eppure è stato proprio lui a cambiare le relazioni industriali a sfidare l’”egemonia” sindacale nelle fabbriche, a consentire in qualche modo che si creassero i presupposti per la svolta del governo Renzi nei confronti dei sindacati. Finiti i tempi della concertazione, dei veti, della classe operaia che va in paradiso, i referendum degli stabilimenti Fiat, hanno stravolto tutto. Complice naturalmente una situazione generale del Paese sull’orlo del tracollo.
La rottura nel campo delle relazioni industriali è avvenuta nell’aprile del 2010, quando Fiat disdice il contratto nazionale è chiede una serie di concessioni ai sindacati come precondizione per investire a Pomigliano nella produzione della nuova Panda. La maggior parte delle sigle sindacali accetta l’accordo, mentre la Fiom è contraria. Ecco, allora i due referendum, prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, “ diamo la parola agli operai…” Vincono i sì all’intesa. Per il sindacato una sconfitta che brucia. L’anno dopo, per avere le mani sempre più libere, dopo le polemiche sull’accordo interconfederale sulla rappresentanza, la Fiat esce anche da Confindustria. E’ un mondo che cambia.
Cento giorni fa Marchionne ha presentato a Detroit il piano d’investimenti della neonata Fiat Chrysler Automobiles che prevede 48 miliardi in 5 anni, di cui 5 per il rilancio dell’Alfa Romeo, che verrebbero spesi interamente in Italia; proprio il marchio del biscione, insieme alla Jeep, è al centro della strategia di espansione che punta a portare le vendite a 7 milioni di unità nel 2018 dai 4,4 milioni dell’anno scorso.
Sergio Marchionne è italo-canadese, padre maresciallo dei Carabinieri trasferitosi in Canada dopo la pensione per cominciare una nuova vita ha tre lauree (Filosofia, Economia Giurisprudenza, più nove honoris causa, di cui tre in Italia e sei negli Usa) più un master in Business Administration, “è dottore commercialista (Institute of Chartered Accountant) dall’85 e procuratore legale e avvocato (nella regione dell’Ontario) dall’87. Cittadino svizzero (15 per cento di imposizione fiscale) il suo stipendio del 2013 è stato di 3,6 milioni. Nel bilancio decennale di Marchionne va considerata la cifra di 250 milioni di euro percepita a titolo di compenso per l’intera operazione Fiat- Chrysler (inclusi anche stock options e stock grant). Da quel giorno che mise piede con tanto di giacca e cravatta per la prima volta al Lingotto ha guadagnato quindi 56 milioni di euro. Una media di 5,6 milioni all’anno, comparabile con quelle dei vertici di Eni ed Enel.
L’interrogativo ora è: che cosa farà? Le ipotesi si riconcorrono, si accavallano. Nel 2018 scade il governo Renzi (naturalmente senza improvvisi colpi di scena). C’è già chi immagina in campo insieme a Della Valle anche Marchionne. Due nemici giurati. Recente il loro ultimo scambio di battute al veleno. “Marchionne è come Renzi, un sòla…” ha detto in televisione Della Valle.” Immediata la risposta. “Detto da lui che fa le scarpe, è un complimento…”












