di Giuseppe Pasàn
Lacerazioni, divisioni, destra, sinistra, la sinistra della sinistra, il ritorno alle lotte sindacali senza esclusione di colpi, la minaccia di ritornare ad occupare le fabbriche, la rinascita del conflitto sociale: sembrava che il Paese stesse davanti ad un bivio storico, una decisione di quelle epocali, la regolamentazione del nuovo mercato del lavoro, il totem dell’articolo 18, lavoratori abbandonati a se stessi, licenziamenti facili, gli occhi degli investitori mondiali puntati sul Belpaese, il ritorno dei capitali esteri, la ripresa la nuova industrializzazione da Nord a Sud, la grande lotta disoccupazione crescente, il cancro che uccide speranze e sviluppo.
Sembrava si dovesse votare davvero il nostro futuro, o dentro o fuori, anche i signori d’Europa, Merkel in testa a tifare Jobs Act all’italiana, dai Renzi, esci dalla palude, fai il decisivo passo in avanti. Il ministro Boschi ha posto la fiducia: “O votate o ce ne andiamo a casa…”
Perché tanta decisione, se vogliamo anche arroganza, per qualcosa che non sembra decisiva in questo momento. La verità viene spiegata da Claudio Cerasa sul Foglio che ha rubato una conversazione di un sottosegretario sul freccia Rossa. “Lo sanno tutti che non è riformando l’articolo 18 che si creano posti di lavoro. Non è quello il punto che blocca l’emorragia di disoccupati. La riforma va letta nella sua interezza. Ma la ragione per cui Matteo sta spingendo come un forsennato sull’articolo 18 è perché l’articolo 18, in Europa, è diventato un simbolo di conservazione. E da questo punto di vista, abolire l’articolo 18 è, prima di tutto, un messaggio per Angela Merkel e per Mario Draghi. D’altronde sono loro che hanno chiesto a Matteo di dare un segnale su questo punto….”
Bagarre in aula, ostruzionismo, “assalto al Presidente”, monetine e cartelli, espuslioni, trentasei deputati provano a rifarsi con un documento critico. Felice Casson, Corradino Mineo e Letizia Ricchiuti lasciano l’aula, Tocci vota la fiducia e poi si dimette. “Sceneggiate”, commenta Renzi. Alla fine gli uomini del Senato, nel buio della notte, hanno detto si. Approvato. Già ma approvato che cosa? E’ stato abolito questo famigerato articolo 18 che sembra la madre di tutte le riforme? E che contratto sono stati aboliti, quali sono rimasti? Da Domani che cosa cambia nelle aziende italiane con più di 15 dipendenti? Interrogativi legittimi ma senza risposta. Tanto rumore per nulla, la battaglia navale della politica non ha affondato nessuna portaerei, stiamo esattamente come prima. Poco più, poco meo.
Per ora del contenuto della riforma conosciamo solo le linee guida allegate alla richiesta di fiducia: parliamo di un libro dei sogni generico e già in partenza depotenziato dell’effetto-svolta: non c’è traccia infatti, nelle parole, dell’abolizione dell’articolo 18. Però il divieto di poter essere licenziati potrebbe essere aggirato con altre strade. Ma stiamo nel campo delle ipotesi, nulla è veramente stato deciso. Insomma ripetiamo: la sensazione che si sia fatta soltanto “ammuina”, più un discorso mediatico che pragmatico. Tanto per cambiare.
Ma cerchiamo di capire qualcosa in più, seguendo il filo del dibattito degli ultimi giorni, ribadendo che stiamo sempre nell’ambito di un contenitore che andrà riempito di contenuti. Il contratto a tempo indeterminato diventa la “forma privilegiata” rispetto agli altri tipi di rapporto di lavoro, a partire da quelli a termine resi più flessibili pochi mesi fa. Per questo sarà “più conveniente in termini di oneri diretti e indiretti”, cioè incentivato con un taglio dei contributi o delirare, la tassa a carico delle imprese. Per le nuove assunzioni viene previsto il nuovo contratto a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio, con l’obiettivo della “semplificazione, modifica o superamento” della lunga lista di contratti oggi esistenti, più di 40, riducendo così i margini per la precarietà.
Come previsto, le modifiche sui licenziamenti e sull’articolo 18 vengono rinviate ai decreti delegati, che il governo dovrà emanare entro sei mesi una volta che il Jobs act sarà legge, e quindi dopo l’approvazione anche da parte della Camera. Le regole si applicheranno alle nuove assunzioni (primo lavoro o cambio d’azienda). Le norme attuative, che arriveranno nel 2015, secondo quanto dichiarato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti nel suo intervento in aula prevedranno il reintegro nel posto di lavoro resta per i licenziamenti discriminatori, quelli motivati per esempio dal credo politico o religioso del dipendente. Sparirebbe del tutto per quelli economici, attribuiti alle difficoltà del mercato, per i quali resterà possibile solo un indennizzo crescente con l’anzianità di servizio. Mentre per i licenziamenti disciplinari, motivati dal comportamento del lavoratore, resterà solo per pochi casi, quelli in cui il magistrato accerterà una violazione grave da parte dell’azienda, che saranno comunque specificati sempre nelle norme attuative in modo da ridurre i margini di discrezionalità della giurisprudenza. C’è un’altra ipotesi, poi, la soluzione spagnola. Cioè consentire all’azienda di optare per l’indennizzo, a quel punto più alto, pure quando il magistrato disponga il reintegro. Si vedrà.
Novità anche sul demansionamento, cioè la possibilità di assegnare al lavoratore mansioni inferiori rispetto alla categoria di appartenenza. L’operazione sarà possibile tenendo conto anche delle “condizioni di vita ed economiche del lavoratore”. Ma, anche in questo sono previste generiche “ulteriori ipotesi”.
Sui voucher, i buoni utilizzati per le prestazioni occasionali che rappresentano la forma di lavoro più flessibile, si è arrivati ad un compromesso. Resta il tetto all’utilizzo annuale per singolo lavoratore. Ma non è detto che non possa essere alzato il tetto attuale di 5 mila euro l’anno. Varranno in tutti i settori.












