di Liuva Capezzani*
Vivere con il mostro. O vivere con l’ombra di un mostro. Che poi non fa tanto differenza. Respirare piano, avere paura del silenzio. Guardarsi continuamente intorno. Interrogarsi angosciosamente. Ma anche vivere da mostri. Territori segnati dalla criminalità, senza elementi minimi di legalità, dove il confine fra il bene e il male, ormai non esiste più. Dove il quotidiano confonde, mischia, stravolge. Crescere senza punti di riferimento.
“Si. Sospetto di tutti gli uomini adulti che abitano in queste maledette palazzine dove esiste una umanità malata. Soprattutto per quanto riguarda chi ha toccato mia figlia” Mimma Guardato. “Ho sospetti più che fondati su chi ha ucciso mia figlia. Certo che maledetti sospetti. E l’ho detto a magistratura e carabinieri. La mia bambina, quando metteva piede fuori dalla porta di casa, non dava confidenze a nessuno. E’ facile dedurre, allora, che se violenze ci sono state, le ha commesse uno, o anche più di uno, che lei conosceva e di cui fidava. Forse chi ha analizzato quei disegni, quando parlava del mancato senso di sicurezza a casa, intendeva dire in questo dannato palazzo, fra queste palazzine, non queste quattro mura. Il mostro è qui, è nel nostro palazzo, è impossibile che nessuno abbia visto. Fanno schifo. Chi sa parli”.
Chi ha ucciso la piccola Fortuna? Chi l’ha stuprata l’ultima volta, due settimane prima che fosse uccisa? Lo stupratore è anche l’assassino? Dove si nasconde il mostro? Sta ancora in mezzo a noi? Può colpire ancora? Ma anche.Chi sapeva, chi ha visto, chi tace? Queste ed altre le domande con cui si interrogano inquirenti giornalisti e gente comune dopo l’autopsia che conferma atti perpetuati di violenza sessuale sulla piccola di 6 anni nelle settimane precedenti la sua morte. Voglia di giustizia, curiosità, il tentativo di esorcizzare il pericolo del mostro?
Il caso della piccola Fortuna Loffredo, morta nel giugno scorso a seguito di una apparente caduta dal sesto piano di un palazzo di Caivano viene sospettato come un caso di omicidio ad opera di un pedofilo. Un serial killer. Il sospetto nasce dopo aver realizzato alcune coincidenze.
La prima si riferisce alla morte di un altro bambino di tre anni, Antonio Giglio, avvenuta un anno fa nello stesso palazzo dopo un’identica “supposta” caduta dal settimo piano. La seconda è che Antonio fu ritrovato sull’asfalto privo della scarpetta destra, esattamente come Fortuna. La terza è che Antonio era il fratello di Doriana, l’amichetta del cuore di Fortuna.
“Vado a giocare con Doriana” queste le ultime parole di Fortuna alla madre. Ma la mamma di Doriana, ha dichiarato agli investigatori che Fortuna in casa sua non si è vista. “Stavo lavando i pavimenti e le ho detto di tornare piu tardi…”
Qualche giorno fa una ennesima svolta. I disegni di Fortuna. Secondo gli esperti indicherebbero che la bimba si sentisse più sicura a scuola che a casa. «…Fortuna cancella con insistenza le figure femminili che rappresentano per lei oggetto di aggressività. Si può ipotizzare che in qualche modo sia stata ridotta al silenzio, forse sotto la forma di un ricatto, paventando il fantasma di un allontanamento dalla sua casa…».
Gli interrogativi si inseguono, si accavallano, si moltiplicano. Un mistero, un giallo. Il parroco del paese, Maurizio Patricello parla “di storia molto strana”. Maddalena Guardato, la zia di Fortuna, il 6 luglio 2014 dichiarò al Corriere del Mezzogiorno: “La storia di Fortuna è come quella di Yara Gambirasio, piena di punti oscuri».
Eppure ci sono tutti gli elementi per poter sostenere che si tratti di un caso profetizzabile a partire da certe caratteristiche sistemico relazionali, ravvisabili ad occhio nudo con poca fantasia per il giallo e qualche cognizione di psicopatologia.
Innanzitutto Fortuna muore sotto casa sua, il fatto cioè avviene al “Parco verde” di Caivano, situato a nord di Napoli. È il rione dello spaccio della droga, degli assalti alle “divise”, che osano entrare nella “Roccaforte”. Fortuna viveva in un ambiente difficile, socialmente “malato” e ad alto rischio. E questa è la prima inevitabile considerazione da fare. Suo padre, Pietro Loffredo, è in carcere da cinque anni, per diverse condanne cumulate per vendita di cd contraffatti, e ne deve scontare altri cinque. Lui voleva portare via Fortuna da Parco Verde, temeva, temeva molto quell’ambiente degradato e pericoloso, di spaccio di droga e microcrimine diffuso. Una plateale dichiarazione di “impotenza”, di vulnerabilità rispetto alla realtà che probabilmente minaccia un certo vivere civile.
Sotto quale campana di sicurezza si poteva proteggere Fortuna e prevenirne l’omicidio? Le ipotesi sono tante e, al momento, tutti possibili ma nessuna basata su elementi accertati. Ora si parte dalla certezza dello stupro. Uno stupro a cui inizialmente la mamma di Fortuna, non credeva. “ Se io avessi sospettato che mia figlia fosse stata violentata, mi sarei fatta giustizia da sola.” “ Aspetto l’autopsia. Minaccia di farsi giustizia da sola. Mimma ha 26 anni, tre figli avuti con due uomini diversi, un ex marito, un ex compagno, senza lavoro e dopo la morte di Fortuna, due figli da mantenere. Appare impotente anche lei. Ma teme anche lei come Pietro Loffredo l’incolumità per i suoi altri due figli? Quale e quanta instabilità anche psicoaffettiva poteva essere immaginata e per la piccola Fortuna? In quale e quanta “trascuratezza” (questo non significa che i genitori a modo loro non le volessero bene) doveva crescendo Fortuna?
Non si tratta solo di cercare prove che incriminino un assassino ma di trovare elementi nella storia delle relazioni e delle giovani vittime che siano riconoscibili come fattori di rischio di abusi ed omicidio prima che i fatti avvengano. Si tratta di sollecitare la nostra società di cominciare a prendersi cura delle fasce più deboli e a rischio penetrando dove non vuole arrivare a guardare e a spendere su un piano preventivo.
E’ chiaro che l’assassino e lo stupratore vada cercato tra le persone del palazzo. Sappiamo invece che i perpetuatori di pedofilia e abusi sessuali e nonché assassini e persone con profili di personalità psicopatica sono stati spesso a loro volta vittime di grave trascuratezza familiare, testimoni di violenze domestiche e sessuali, vittime loro stessi di eventi traumatici importanti come abusi sessuali e violenze fisiche. Cresciuti, insomma, in ambienti disorganizzati e disorganizzanti, ambigui, dove la sicurezza del minore viene costantemente disillusa e tradita. Perché romanzare? Guardiamo in faccia la realtà. E’ sotto i nostri occhi.
*psicologa-psicoterapeuta cognitivo comportamentale e specialista Emdr











