Pompei e la penisola dei tesori

I debiti pubblici troppo elevati devono essere curati con le privatizzazioni e, di conseguenza, tramite l’instaurazione di maggiore concorrenzialità sui mercati. Ormai molti sono gli osservatori che insistono su questa tesi. E questo può significare anche vendere i propri tesori, i gioielli di famiglia… Ma vanno inclusi anche gli “assets non finanziari” ? Il dibattito è aperto.

Edward Luttwak, economista e saggista americano tra i più famosi, è uno che conosce bene l’Italia. Ed è uno anche che non ha peli sulla lingua. Con lui si può essere d’accordo o pensarla diversamente, ma le sue non sono mai delle banalità. Certo spesso appaiono delle provocazioni, ma in un sistema Italia che assomiglia sempre più ad un Bradipo ben venga qualcosa che riesca a rompere questa sorta di letargo che è ormai la società italiana. Il Paese è in ginocchio, l’euro strangola la nostra economia, le città muoiono ad affogano nei debiti? La soluzione è una sola, quella che da sempre detta il buon senso, quando si è carichi di debiti: vendere. Disfarsi dei gioielli di famiglia e ripartire da capo. “Vendi Pompei a Disneyland e incassi tanti di quei milioni di euro per cui quell’immenso patrimonio ti rende e non diventa una passività. Vendi Villa Rosebery.”

Pompei, pur con tutte le difficoltà e le emergenze che conosciamo, tre crolli in tre giorni, ad esempio, con i suoi 2,2 milioni di visitatori – dati diffusi da Euromonitor International – è la terza meta turistica italiana del 2013, dopo il Colosseo a quasi 4,6 milioni di presenze e i Musei Vaticani con 3,9 milioni. Insomma dato di partenza molto incoraggiante per chi volesse davvero investire nel progetto. Eppure non si riesce a far nulla per “restaurare” questo sito archeologico unico al mondo. Ci sarebbero 100 milioni di euro a disposizione, siamo stati capaci di spenderne appena cinquentomila. E’ una strada senza uscita.

luttwak

Edward Luttwak

Ed allora la tesi di Edward Luttwak: esternazioni di un egocentrico commentatore che non perde occasione per parlare male dell’Italia e del sistema politico del Belpase, monetizzare passando anche una mano sul cuore? Chissà. Ma archiviare il discorso con superficialità non è giusto, anzi è un grosso errore.

Prendiamo che cosa ha scritto “The Economist”, una voce che comunque conta nel panorama finanziario internazionale. Stando all’analisi del periodico americano, gli Stati nazionali dell’area Ocse sarebbero in possesso di una ricchezza complessiva di circa 35 trilioni di dollari che, se venduta, permetterebbe di migliorare enormemente le finanze dei Paesi dissestate dall’accumulazione decennale di deficit pubblici. “I contribuenti – scrive The Economist – potrebbero pensare che i pezzi pregiati dell’argenteria di famiglia siano già stati venduti, ma una gran parte di essi si trova ancora nell’armadio”. Ma questa volta, più che le imprese pubbliche (che valgono “solo” 4 trilioni di dollari), la maggior parte della ricchezza nazionale è rappresentata dagli “assets non finanziari” come gli edifici, le terre o le risorse del sottosuolo, che secondo una recente statistica del Fmi condotta sui Paesi Ocse valgono in media il 75 per cento del Pil nazionale. Per quanto riguarda l’Italia – che si stima avere una ricchezza di 225 bilioni di dollari di partecipazioni statali alle aziende e 1,6 trilioni di beni non finanziari, “The Economist” auspica che il governo intraprenda finalmente con più coraggio la via delle privatizzazioni, magari prendendo esempio dall’Inghilterra che lo scorso anno ha privatizzato la “Royal Mail”, cioè le poste di sua maestà.

i calchi delel vittime di pompei

Pompei

Immancabilmente qualcuno storcerà il naso, però è necessario ancora un minimo di approfondimento e fare un piccolo salto indietro. E ritornare all’indignazione di quando sul tavolo c’era il salvataggio per l’agonizzante Grecia. La pragmatica Finlandia, senza remore e senza diplomazia, chiese per partecipare alal cordata del salvataggio che Atene desse in garanzia il Partenone. Semplice e disarmante la tesi di Helsinki: il governo ellenico  aveva un patrimonio di 300 miliardi di euro tra beni culturali, come l’Acropoli, e beni paesaggistici, come qualche piccola isola dell’Egeo. Ovviamente la pretesa finlandese venne respinta al mittente, già perché la storia, le bellezze paesaggistiche, i monumenti, la cultura di un Paese sono beni non negoziabili. Ma siamo sicuri che sia così? O, ancora, è davvero per tutti così?

E, ad esempio, siamo sicuri che in Italia tutti la pensano così? E’ quello che argutamente ha osservato il giornalista del Wall Street Journal Christopher Emsden riferendosi alla procura del Lazio della Corte dei Conti che ha, invece, nella diatriba con le agenzie di rating considerato il patrimonio italiano alienabile come estrema ratio. In poche parole se passa il principio, come sostiene la procura della Corte dei Conti, che il giudizio di Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch era sbagliato perché le tre sorelle non hanno tenuto conto del patrimonio culturale e artistico dell’Italia, allora perché indignarsi o scandalizzarsi se un qualsiasi nostro creditore chieda prima o poi di vendere Pompei, o il Colosseo o villa Rosbery?

Tanto più che noi stessi diamo un valore specifico a questi beni. A certificarli ci ha pensato la Ragioneria generale dello Stato, che ha da poco predisposto l’ultimo aggiornamento del “Patrimonio dello Stato 2012”, ultimo anno disponibile. I beni immobili e mobili italiani di valore culturale oggi valgono 179 miliardi di euro. E 158,7 miliardi corrispondono al valore degli “oggetti d’arte”. A cui si aggiungono 20,3 miliardi relativi agli immobili.

Ed intanto, mentre il Paese si interroga, c’è chi su Ebay ha cominciato in proprio a vendere Pompei, puntando sull’ebbrezza di possedere un pezzetto del passato. Con solo 73 euro, un soffio meno di 100 dollari, si può trovare un mattone “autentico” della città sepolta dalla lava. Almeno qualcuno comincia a guadagnare con Pompei…

 

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