Spira il vento dell’est
Ai campani i salari dei polacchi

di Alberto Toro

Un dato è certo. L’euroscetticismo cresce a dismisura all’interno dei Paesi dell’Unione europea e ben poco centrano ideologismi e nazionalismo.

Appaiono anni distanti luce le decisioni prese appena una decina di anni fa, quando fra proclami e annunci roboanti si diceva che l’Euro avrebbe provocato immediata crescita, posti di lavoro, sviluppo e benessere diffuso. Insomma crescita felice. Oggi la situazione non è diversa da quella prospettata, è praticamente capovolta: Paesi sull’orlo del fallimento, fabbriche e aziende che chiudono, disoccupazione dilagante, famiglie che non arrivano alla fine del mese, livello di povertà cresciuto a dismisura.

Certo all’interno dell’Europa c’è chi sta meglio e chi, invece, se la cava peggio, così come all’interno della stessa Italia, se pur unita da un comune denominatore di una drammatica crisi, la situazione non è certo omogenea.

Per avere la reale concezione del dramma nel dramma che sta vivendo la Campania, basta dare uno sguardo agli ultimi dati Eurostat per indicare pari potere di acquisto: in Italia chi sta peggio di tutti sono i campani. Con un reddito medio annuale di 15.600 euro sono dietro a calabresi (15.800), siciliani (16.200) e pugliesi (16.300). Va un po’ meglio in Basilicata, dove si arriva a 17.200 euro l’anno, oppure per i sardi che si fermano a 19.000.lv3

E questo che vuol dire? Vuol dire che ormai siamo già drammaticamente alle economia dell’Europa dell’Est, assimilati alle fasce non deboli ma debolissime dei Paesi dell’Unione. In poche parole per essere ancora più chiari reddito dei campani è in realtà molto più simile a quello di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Stati dove il Pil l per abitante è fra i 15 e i 18mila euro l’anno, anziché Germania, Francia e Spagna. Per non parlare dell’Inghilterra (che non ha l’euro) che nell’Inner London, la parte centrale di Londra, risulta essere la zona più ricca del continente ormai da dieci anni. Da quelle parti il reddito medio annuo per abitante ha superato gli 80mila euro…

Certo gli studi ci spiegano che Londra è un caso del tutto particolare, visto che in molte parte della City si trovano più ricchi arabi, russi, indiani e libanesi che inglesi. Ma fatto sta che l’ecnoomia reale di quella zona viaggia su basi stellari rispetto a noi. Da noi spira il vento dell’Est, il vento della crisi. Ma se la Campania è praticamente in ginocchio, non è che al Nord possano dormire sonni tranquilli. Basta vedere, ad esempio, che la regione della Bratislava, in Slovacchia, vanta 43.100 euro l’anno così come quella di Praga, nella Repubblica Ceca (42.200): entrambe, insomma, un buon 30 per cento della ricca Lombardia che ha visto nel tempo depauperarsi il suo grande capitale di imprese. Uno sviluppo strozzato anche a Milano e dintorni che, però, gioca la carta dell’Expo per rilanciarsi sul panorama europeo

sergio arzeni

Sergio Arzeni

Come si è arrivati a questo punto? Secondo Sergio Arzeni, direttore all’Ocse del Centre for Entrepreneurship, Smes and Local Development la risposta è semplice, addirittura disarmante: “Fra il 2000 e il 2010 solo Haiti e lo Zimbabwe hanno avuto una crescita della produttività più bassa dell’Italia. Dal 2008 abbiamo perso più di un milione di posti di lavoro e il 25 per cento della produzione industriale. Sono stati spesi 80 miliardi di euro in 10 anni per la cassa integrazione, che è una politica passiva, facendo venire a mancare le risorse per politiche attive. L’Italia dà all’Europa più di quanto riceve per incapacità. E allora? Questi sono i risultati”.

Viceversa in molti dei Paesi emergenti, la crescita economica ha quasi raddoppiato il reddito pro capite e così essi – almeno a grandi linee – sono stati in grado di raggiungere il tenore di vita del Sud Italia. Da qui i risultati di diverse aree in Polonia, Repubblica Ceca o Slovacchia. E questa la realtà con la quale bisogna confrontarsi.

 

 

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