di Gianpaolo Santoro
Dai poveri bronzi di Riace, ai poveri stronzi del Mi piace, l’estate italiana è tutta un fremito, un sussulto. Un incubo.
Le bombe d’acqua ci hanno bombardato senza tregua, Malacqua avrebbe scritto Nicola. I geologi ci hanno rivelato che siamo un territorio a rischio, quello a rischio più alto pare: abbiamo in Campania 504 comuni in preallarme sul totale di 551, siamo come una grande gruviera, ed un maledetto sospetto lo avevamo sempre avuto. La terra sotto i nostri piedi o trema o frana, siamo da sempre abituati così. E da sempre ci avevano anche detto che eravamo il Paese del Sole, ma questa è un’altra storia. Ce la siamo lasciata alle spalle. Il sole non riscalda più. Sole nero. Come le storie dei nostri sobborghi africani, le nostre banlieue bruciano come quelle di Parigi, sarà un ottobre rosso, potete scommetterci.
Ma non vogliamo parlare di questo, vogliamo parlare d’altro. Vogliamo parlare di guerrieri, in questo agosto senza tempo, dove la Concordia galleggia, il Senato affonda e il Paese, tanto per cambiare, fa i suoi conti e si accorge di aver sbagliato ancora una volta tutto, perché con ottanta euro puoi comprare un sogno ma no tutto il resto. Voglio parlare di quei poveri Bronzi di Riace che dopo aver passato una vita sottacqua, monotona ma dignitosa, belli e fieri della loro nudità, si sono ritrovati in vetrina e senza un minimo di privacy vestiti con tanga leopardati, boa fuscsia e veli da sposa. Gerald Bruneau, fotografo discepolo di Andy Warhol, e di chi altri se no?, ha pensato bene con un blitz di trasformare i nostri virilissimi Bronzi simboli della mascolinità, in emblemi dell’omosessualità. I bronzi a misura d’omo, ci mancava anche questa…
E dai poveri bronzi ai poveri stronzi di facebook, il passo è breve. Come definire diversamente quel Domenico Palazzotto che si fa immortalare in barca e in limousine mentre beve champagne, ed esprime la sua stima per il superlatitante Messina Denaro, il pericolo pubblico numero uno? Si proprio quello che ci fa sapere on line quali prerogative bisogna avere per arruolarsi nell’esercito della mala, i nuovi guerrieri mafiosi, insomma. “Dobbiamo valutare i precedenti penali del nuovo “fratello”, incensurati non ne assumiamo. Perché noi siamo come gli squali, quando veniamo a galla non dobbiamo aver pietà per nessuno…”
E’ questa l’ultima immagine che ha fatto il giro del mondo, altro che semestre europeo italiano, baby premier, riforme, flessibilità e pugni sul tavolo. Ha scritto il Daily Mail “Dalla omertà all’online. I boss della moderna mafia italiana rompono con la tradizione, sbandierando ricchezza e potere su Facebook. La mafia siciliana era nota per custodire in segreto le sue attività. Ma i boss di oggi si vantano online del loro lussuoso stile di vita”. E le foto a tutta pagina dell’ultimo boss del “mi piace” irridente e sorridente, i selfie gangster, solo questo ci mancava di vedere.
Viene da chiudere gli occhi e aspettare che tutto passi. Già, perché a guardarsi bene in giro scopri le ultime guerrigliere femministe, le ragazze del Hair Legs CLub, il Club delle gambe pelose, appunto. Ragazze e donne che hanno scelto di non depilarsi più, considerando l’abitudine della ceretta il retaggio di una società maschilista. La carezza pelo e contropelo, andiamo in contro a nuovi brividi.
E certo non rincuora, sempre in termini di pelo, nemmeno l’esplosione del “flowerbeard”, l’ultima frontiera dell’hipsterismo. Dopo i pantaloni skinny, gli occhiali da nerd, i tatuaggi, le camicie a quadri e i sandali, la Rete è subito impazzita per quest’ultima mania: è tutto un fiorire, è il caso di dire, di barbe decorate con fiori di campo, rose, tralci di edera, rami di agrifoglio, margherite. Rilanciato il ditelo con i fiori come alternativa a twitter, facebook e WhatsApp: non si sa mai, dovesse non esserci campo…
Tutto è in movimento, è una fatica seguire le continue evoluzioni e trasformazioni. Non fai tempo ad abituarti ed assimilare un qualcosa che subito ti ritrovi spiazzato. Abbiamo lasciato il dramma del capitano Schettino, Capitano codardo come l’ha voluto definire qualcuno, affondato con la sua nave e imputato in un processo con 32 decessi, e di colpo l’abbiamo ritrovato docente alla Sapienza su come si gestisce il panico. Ma come prima lo processiamo oltre che per naufragio anche per abbandono della nave, e poi gli facciamo insegnare ai nostri giovani come si gestisce la paura? Eppure quel “cazzo torni a bordo…” del capitano di fregata Gregorio De Falco, riecheggia ancora in quella notte di tregenda al largo dell’isola del Giglio, segnata da veri e falsi guerrieri del mare.
Avevamo con sofferenza e tristezza elaborato l’introspezione della distruzione del mito Pantani, il pirata che correva all’arrembaggio, il guerriero in bici sconfitto dalla droga ed una overdose, che di colpo ci ritroviamo davanti ad un finale tutto diverso, rinasce d’incanto l’eroe, vittima di qualche cosa più grande di lui, ucciso spietatamente. Assassinato. Il mistero dell’uomo in giallo. Chissà, forse solo la signora in giallo, quella ideata da Peter S. Fischer, Richard Levinson, William Link, sarà in grado un giorno di raccontarci come diavolo andarono le cose quella notte in quel maledetto residence. Dolce cara, Italia. Noi alziamo le mani.
Siamo frastornati, perché negarlo? E’ tutto un susseguirsi di “sensazioni”, “emozioni” nuove. E così ancora turbati dalla rivelazione della Pausini e dal tormentone (le immancabili t-shirt, sono già di tendenza) “Io la tengo como todas” e, ancora più turbati, dalla contro rivelazione di Malgioglio “yo la tengo diferente”, ci siamo imbattuti in un altro sconcertante personaggio di questa pazza estate italiana e di altri guerrieri.
Abbiamo riscoperto l’ambasciatore Daniele Mancini, il nostro agente non all’Avana ma a Nuova Dehli, solo che questo purtroppo non vende aspiravolveri, ma gioca anche con le vite umane, che Dio ci scansi e liberi, il diplomatico cuor di leone di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, l’uomo dei Marò. Guerrieri veri questi però, fucilieri della brigata San Marco.
Dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Daniele Mancini è ambasciatore da due anni, India e Nepal il suo primo incarico. Come è noto nella grande residenza diplomatica italiana a Nuova Dehli “alloggiano” dopo il ritorno dall’Italia i due fucilieri: sono stati dislocati in una dépendance semi nascosta da una grata di legno con rampicanti. Perché, si dirà così emarginati? Sussuri e grida della Farnesina raccontano che i due Marò non sono considerati ospiti del tutto graditi, pare soprattutto ad Anna Rita De Luca, madame l’ambasciatrice. Tant’è che per giustificare e legalizzare la loro presenza in ambasciata, i due Marò sono stati messi sotto le dipendenze di un addetto militare. Per evitare alcun rapporto in poche parole con ambasciatore e consorte.
Ora è bene ricordare che proprio l’ambasciatore italiano a Nuova Delhi ha avuto un ruolo non secondario sul rientro in India Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Le autorità indiane come arma di ricatto avevano paventato la possibilità di togliere l’immunità diplomatica a Mancini: immunità regolamentata dal Trattato di Vienna del 1961. E l’ambasciatore, intimorito da questa minaccia, fece enormi pressioni sul suo principale sponsor dell’epoca, Corrado Passera (del quale era stato consigliere diplomatico al ministero dello Sviluppo economico) che si adoperò a sua volta moltissimo (per essere più convincente raccontò di aver saputo di una lettera della Confindustria a Palazzo Chigi nella quale gli imprenditori facevano il punto del danno economico che sarebbe stato determinato da un mancato ritorno dei Marò in India: inutile sottolineare che questa lettera non se n’è mai avuta traccia… ) con Monti per far ritornare in India i due soldati. In poche parole per non “disturbare” la serenità della permanenza di Mancini e signora, furono rispediti indietro i due Marò, accompagnati per mano nella gabbia del leone… Un baratto vergognoso.
Ma veniamo ai fatti. L’ambasciatore Daniele Mancini (20 mila euro netti al mese, più del doppio del suo omologo tedesco, tanto per chiarire) ha chiesto un rimborso al Ministero degli esteri di 400 euro per lavori straordinari. “I 400 euro – spiegava l’ambasciatore nella nota di rimborso spese – sono serviti a pagare gli operai che hanno ridipinto una parte della recinzione della residenza di Nuova Delhi.” Recinzione rovinata (a dire dell’ambasciatore e della sua signora) dai fili dei panni utilizzati da Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per stendere la propria biancheria…
Volano gli stracci, è il caso di dirlo. L’onore e la vergogna, sembra una fiction, ma è tutta sconcertante verità. Quattrocento euro per ridipingere una balaustra. Alla Farnesina hanno fatto due conti. Tradotto in dollari, è poco più di 500 dollari. Un piccolo inciso, per avere un termine di paragone: il reddito pro capite medio indiano è di 1.500 dollari all’anno. L’operaio che ha pittato la balaustra, ha guadagnato in un paio di giorni quello che prende in quattro mesi… Questa sembra la storia dei fagiolini di casa Berlusconi che costavano 80 euro al chilo. Solo che il Cavaliere paga con i soldi suoi, l’Ambasciata con i nostri.
















