di Ernesto Santovito
Sempre più repubblica delle Banane. Anche il mondo del calcio sente l’esigenza di adeguarsi al resto del Paese. Lo spread del pallone è schizzato da tempo a vertici altissimi, con la nazionale che da otto anni fa figure barbine, società decotte e non competitive, Champions League sempre più un miraggio. Era il campionato più bello del mondo. Ma partite falsate, scudetti rubati, Moggi e qualche altro fischietto del quartierino, hanno mandato tutto in malora. Il calcio italiano, se possibile, ha perso credibilità prima ancora dei suoi governi.
Ed ora siamo al culmine dello sfascio. Dopo aver sbandierato per decenni l’indipendenza del governo calcistico dalla politica ( la stessa farsa che sentiamo dire dell’indipendenza della magistratura) ecco che all’indomani della elezione del nuovo presidente della Federazione gioco calcio si è scatenata la grande offensiva di governo, partiti, giornali e televisioni. Un tackle assassino sulle elezioni, tutti a proclamare l’indipendenza degli uomini del pallone, ma tutti pronto a dire la loro, suggerire, consigliare, minacciare, dettare condizioni e comportamenti. Una bagarre indegna.
Ed allora quella che doveva essere una elezione “interna” al calcio è diventata una questione di Stato. Un referendum contro Tavecchio, che non è certo il presidente manager che tutti vorremmo, ma non è questo il punto. Il punto è che finché in questo Paese si continuerà a voler determinare politicamente tutte le cariche della vita sociale non potremo mai fare un passo avanti.
Il presidente della Federcalcio viene eletto da un’assemblea composta da 309 delegati. I Dilettanti ne gestiscono da soli il 34 per cento. Un altro 34 è diviso in parti diseguali tra A, B e Lega Pro. Tavecchio mira al 50 + 1 e sulla carta non dovrebbe fallire l’obiettivo. Ma occhio ai falchi tiratori: ne bastano molti meno di quelli che hanno impallinato Prodi.
In grande fermento è la Lega di A che in termini elettorali, in assemblea, pesa poco. Politicamente, è facile intuirlo, molto di più. Se dei 18 che avevano sottoscritto la candidatura di Tavecchio ne rimanessero meno di 10, sarebbe una elezione “politicamente” di poco peso, invisa ai grandi club.
La storia è nota. Tutta la campagna anti Tavecchio è nata per una infelice battuta del candidato alla Presidenza sui “mangia banane”, quei calciatori africani che vengono a trovare fortuna nel nostro calcio. Battuta infelice. Ma la sostanza del problema resta. Da noi può venire a giocare chiunque tanto è vero che le nostre squadre dilettanti sono zeppe di extracomunitari. In altri Paesi, a cominciare dalla Germania campione del mondo questo non è possibile. Bisogna avere dei requisiti tecnici minimi per approdare ai campionati tedeschi di ogni categoria. E questo vuol dire più forza ai vivai, maggiori possibilità per i giovani calciatori italiani di fare esperienza, di mettersi in luce. In poche parole più spazio.
Ma in queste elezioni di calcio non si parla. Si parla d’altro. Di razzismo, di politica, di schieramenti. Tavecchio contro Albertini. O meglio ancora, nessuno dei due. Così come è stato proposto con un documento di sette-otto società di serie A. I numeri sono misteriosi. Di sicuro di questo fronte fanno parte Juve, Roma, Torino, Sampdoria e Fiorentina. “Per riformare il calcio italiano – si legge – serve un largo consenso che ora non c’è”. Andrea Della Valle, presidente viola, ha insistito: “È una situazione kafkiana. Non abbiamo nulla di personale contro i due candidati ma noi come altre nove, dieci società, ci aspettiamo un passo indietro”.
Ma che cosa si chiede al calcio italiano, un salto nel vuoto? Non si può dire apertamente, ma è questo a cui si mira. Si tende ad un commissariamento, in poche parole non far votare chi ne ha diritto e calare dall’alto (il Coni) il nuovo presidente. Insomma un po’ come avviene da un po’ di anni per il governo. Niente elezioni, è il Quirinale ha indirizzare e decidere chi deve essere il nuovo Premier. Ed il Napolitano del calcio è Giovanni Malagò, presidente del Coni, noto “piacione” del mondo dello sport. In passato, solo Guido Rossi è stato estratto fuori dal mazzo del Coni (e vincemmo anche un mondiale).
Ed ecco che spunta fuori in nome di Valer Veltroni, che qualcosa dovrà pur fare, mica potrà solo scrivere libri, inventarsi cortometraggi, continuare a sospirare inseguendo il mito Kennedy? Visto che la strada per il Quirinale è lunga e tortuosa (eppoi ora c’è il Patto del Nazareno e la fissa di avere una donna sul Colle), che la Rai è piena di insidie e problemi, perché non andare a dirigere il mondo del calcio, un carrozzone che muove milioni di persone, che infiamma il cuore di tanti come null’altro in Italia e dove ,tra l’altro, si muovono valanghe di soldi? Malagò, veltroniano di ferro, lavora per azzerare la situazione e mettere sul tavolo il suo jolly Walter, calciofilo almeno quanto cinefilo.
Veltroni, si dirà è uno sfegatato tifoso della Juve. E l’equidistanza verso tutte le società? Anche Guido Rossi era interista, si dirà, niente di nuovo. Ma Veltroni è stato presidente onorario della Lega basket, potrebbe dire qualcun altro. Ma che centra, sta a significare che è un vero uomo di sport…
Vincerà Tavecchio, o passerà la linea Malagò? Basta aspettare lunedì, quando c’è l’Assemblea. Palla a centro.










