Alain Elkan a colloquio con Raffaele La Capria. Il ruolo dello scrittore oggi. Il confine della scrittura, prima e dopo gli ottanta anni. Il valore della “dissenting-opinion”, cioè essere completamente autonomo e imprevedibile
Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste e reportage dei giorni nostri

di Alain Elkan
Raffaele La Capria ha cominciato le vacanze in campagna vicino ad Arezzo, nella casa di famiglia di sua moglie, Ilaria Occhini. Ma le vacanze vogliono dire poco per uno scrittore. Per scrivere, non ci sono regole o orari.
Qual è il ruolo di uno scrittore oggi in Italia? La “dissenting-opinion”, cioè essere completamente autonomo e imprevedibile. Solo così si dà un contributo di idee alla società.
Ma lei si sente ascoltato? Sono conosciuto meno di quanto la mia opera meriti. Lo dico non perché sono presuntuoso, ma perché i miei libri prevedono dei lettori particolari.
Chi sono questi lettori? I miei 25 lettori mi amano moltissimo e mi sono molto affezionati. Fra loro ce ne sono parecchi – quelli che hanno letto Ferito a morte – che dicono addirittura che la lettura di quel libro ha cambiato loro la vita. Naturalmente esagerano. Ma così esprimono un sentimento molto forte nei confronti di quel libro che, pur essendo letterariamente complesso, ha avuto, con mia meraviglia, una vera fortuna popolare.
Ultimamente la Mondadori ha pubblicato un nuovo Meridiano in due volumi (2500 pagine), che raccoglie tutta la sua opera. Come si compone? Il primo Meridiano comprendeva tutti i libri che ho scritto fino agli 80 anni. Il nuovo comprende anche i libri che ho scritto fino ai 90.
Come si vive a 90 anni? Si contempla la vita con un grande distacco, anche critico: così la vita che scriviamo è più vera di quella che viviamo, perché la prima ha un ordine che la seconda non ha. Quando viviamo, la vita stessa ci distrae e non possiamo quindi contemplarla. Possiamo farlo, e giudicarla, quando la guardiamo con il distacco dell’età.
Lei interviene di frequente sui giornali, e con molto vigore. Si chiama giornalismo culturale e ha valore per la sua immediatezza.
Con il passare degli anni è diventato un filosofo? Non sono un filosofo. Ho una mentalità diversa, ma qualche filosofo mi ha detto che nella mia opera ha trovato molti spunti di carattere filosofico.
A suo avviso, qual è il filo rosso della sua poetica? Lo si può trovare nel mio saggio “La mosca nella bottiglia”. L’elemento centrale è la diffidenza verso il pensare astratto, le concettualizzazioni, le ideologie che ci separano dal senso comune. Per me il senso comune è quello che vuole il re nudo. Un padre della Chiesa, san Gregorio di Nissa, diceva: “I concetti (dunque le astrazioni, le ideologie) creano gli idoli, solo lo stupore conosce”. Lo stupore, cioè la meraviglia di stare al mondo, la meraviglia che suscitano in noi tutte le cose.
È questa la sua filosofia? Sì, perché ho visto quanti lutti, sangue, morti produce l’ideologia.
Ma i fatti orrendi di cronaca, la guerra, le catastrofi che minacciano il mondo, entrano nella sua opera o no? Certo, perché la mia opera è tutta attraversata da un senso di inadeguatezza, di insicurezza ontologica. Questa insicurezza, credo, la proviamo oggi un po’ tutti di fronte alla follia di quel che accade.
Che cosa vuol dire essere uno scrittore? Vuol dire cercare continuamente dentro di sé il valore delle cose che contano. Quel che più conta è riconoscere l’evidenza: se piove, non posso dire che fa bel tempo. Ma in molti Paesi chi non dice che fa bel tempo mentre piove finisce in un gulag. Ecco l’importanza del senso comune: è una sfida al conformismo. Bisogna combattere contro la costruzione della menzogna, oggi molto praticata, fino a trasformare la menzogna in verità. Per esempio, è accaduto quando si è voluto far credere che l’11 settembre fosse stato un complotto ebraico. E allora bisogna avere il coraggio di smantellare queste menzogne.
E la narrativa? La narrativa è importante, perché, raccontandole, le cose si spiegano meglio. La narrazione è un modo di avvicinarsi alle cose diverso dalla pura enunciazione dei fatti.
Scrivere le piace sempre? Certo, quando c’è un tema che mi coinvolge. Per scrivere ho bisogno di un impulso, un’ispirazione. Qualche volta basta una frase ben congegnata che diventa il seme per un racconto.
E’ soddisfatto della sua opera? Ora che è stato pubblicato il Meridiano e quindi sono arrivato all’opera omnia, ogni tanto riapro questo mio “libro unico” e cerco le cose che vanno e le cose che non vanno. Perché io sono uno scrittore che ha molto riflettuto su quello che ha scritto e spesso ho parlato dei miei libri commentandoli, come se fossero i libri di un altro. Il titolo di un mio libro-intervista spiega meglio questa mia predisposizione. Il titolo è: “Me, visto da lui stesso”.
(La Stampa, 2014)











