Giandomenico Lepore e Nico Pirozzi, un magistrato ed un giornalista, hanno monitorato lo stato della Giustizia in Italia. “Chiamatela pure giustizia (se vi pare)” Edizioni Cento Autori, affronta le questioni più spinose e controverse della giustizia, non risparmiando critiche e bordate polemiche a una classe politica spesso inefficiente e autoreferenziale. Un racconto senza omissioni o censure, che illumina di una luce nuova uno spaccato della storia del nostro Paese, delle leggi sbagliate e delle riforme mancate. In tre puntate affrontiamo una delle emergenze che ha maggiormente segnato la nostra terra: la munnezza. Ecocrimini, ecoballe ed ecoaffari.
di Giandomenico Lepore e Nico Pirozzi
Parliamo, in questa seconda puntata, di uno stralcio dell’indagine sull’emergenza rifiuti in Campania – per intenderci quello contrassegnato dal numero di registro 08/32722 – scandito da nomi ancor più eccellenti di quelli del filone principale. Primo tra tutti quello del più famoso tra i sottosegretari del quarto Governo Berlusconi: quel Guido Bertolaso a cui, nell’ottobre 2006, l’allora presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, aveva affidato l’incarico di Commissario per l’emergenza rifiuti in Campania. Ma anche quello dei prefetti Corrado Catenacci e Alessandro Pansa; e non da ultimo quello del magistrato Giovanni Corona, all’epoca dei fatti consulente giuridico del futuro capo della Polizia. Un’inchiesta, quella coordinata dai pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, che ha anche generato spaccature e conflitti all’interno del palazzo della Procura partenopea.
Inutile negarlo. Per la Procura di Napoli l’inchiesta “Rompiballe” per certi aspetti è stato un momento tutt’altro che gratificante. Che la posizione del titolare dell’ufficio inquirente sia molto difficile, non ne ho mai avuto dubbio. La conferma l’ho però avuta quando, non essendo d’accordo su alcuni aspetti dell’indagine, cercai di convincere i colleghi contitolari dell’inchiesta che stavano sbagliando. L’iniziale divergenza di opinioni sulla tattica processuale (ero orientato a separare la posizione di Bertolaso, Pansa, Catenacci e di altre tre persone, la cui condotta rientrava nella fattispecie meno grave, che esclude il dolo e configura una ben più lieve responsabilità a titolo di colpa, da quella degli altri indagati, finiti agli arresti domiciliari) si trasformò in un vero e proprio braccio di ferro, che nei fatti andava a colludere con le prerogative che la legge riserva al responsabile dell’ufficio inquirente. La soluzione la potevo trovare firmando un provvedimento motivato attraverso il quale avrei potuto sottrarre l’indagine a quei colleghi e affidarla a un altro che si fosse dichiarato disponibile, come già accaduto altre volte. Avrei anche potuto avocare il fascicolo, ma non era assolutamente il caso, tenuto conto dell’importanza e della complessità dell’inchiesta. Alla fine decisi di stralciare la posizione dei sei imputati, in forza delle prerogative gerarchiche che mi erano concesse dall’ordinamento giudiziario e dalla legge istitutiva della cosiddetta Superprocura per l’emergenza rifiuti in Campania. Lo feci in linea con una norma che, rispetto a quanto previsto dal codice in uso prima del 1989, riconosce una sorta di potere gerarchico al capo dell’ufficio inquirente.
A voler essere più chiari, il vecchio codice attribuiva al pubblico ministero gli stessi poteri del giudice: poteva disporre l’arresto di una persona, poteva decidere l’istruzione sommaria di un caso; poteva rinviare direttamente a giudizio la persona indagata. Ed è giusto che in quel caso le garanzie proprie del giudice dovessero essere anche del pm. Mentre oggi, col passaggio dal processo inquisitorio a quello accusatorio, il pubblico ministero è parte del processo; ogni responsabilità è del capo dell’ufficio: è lui l’unico titolare dell’azione penale. Il magistrato titolare dell’inchiesta lo fa solo ed esclusivamente su delega del capo, sostituendosi ad esso che, però, resta il solo e unico responsabile agli occhi della legge. La mia tesi sollevò un vespaio di polemiche, e un’alzata di scudi da parte dei pm titolari dell’inchiesta (che consideravano la mia iniziativa una “revoca implicita” e come tale bisognosa di motivazione) e dai sostituti che si sentivano depauperati della loro autonomia. Il consiglio giudiziario e il Csm aprirono un’istruttoria nei miei confronti, che si concluse sei mesi dopo con una decisione più tesa a salvaguardare l’immagine della magistratura che non i dettati della legge, tant’è che un mese dopo e a sostegno delle prerogative e “delle funzioni ordinatrici e coordinatrici che spettano al capo dell’ufficio inquirente” si espresse il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, nel corso della seduta plenaria del Csm dedicata all’organizzazione delle Procure. Ovviamente ciò che feci allora lo rifarei, non una ma mille volte, anche perché i successivi sviluppi dell’inchiesta (le posizioni di Bertolaso, Pansa e gli altri quattro indagati sono state archiviate dal gip di Roma nell’ottobre 2010), hanno implicitamente riconosciuto la validità della posizione a suo tempo assunta.
Cinquanta Comuni di rifiuti
Sono numeri da brivido: più di due milioni e mezzo di cittadini e una cinquantina di Comuni sparsi tra le province di Napoli e di Caserta, la cui esistenza è pesantemente compromessa dalle tonnellate di rifiuti interrati dalla camorra. È la tragedia vissuta dagli abitanti della Terra dei fuochi. Un misfatto andato avanti per anni alla luce del giorno, nel più totale silenzio delle istituzioni e della stessa magistratura. Come è stato possibile?
Diciamo subito che quando il traffico di rifiuti speciali, tossici e nocivi cominciò ad essere dirottato anche in alcune aree del Mezzogiorno (dopo aver probabilmente avvelenato ampie regioni dell’Africa), non vi era una sufficiente coscienza del problema e non vi era nemmeno una legislazione in grado di prevenire e reprimere i reati ambientali (in molti casi bastava una semplice autorizzazione del sindaco per aprire un invaso che nessuno si preoccupava di controllare). Significativa al riguardo è una nota allegata ad una relazione sullo stato dell’ambiente a firma di Giorgio Ruffolo, ministro dell’Ambiente nei governi De Mita, Goria e Andreotti, dall’aprile 1987 al giugno 1992, che Raffaele Piccirillo, numero uno dell’ufficio Affari penali del ministero della Giustizia, ha scovato chissà dove. Il 75 per cento dei circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti industriali prodotti in Italia sul finire degli anni Novanta – annotava l’allora responsabile dell’ambiente – “sfuggiva al circuito dei pochissimi impianti a norma”.
In questo contesto politico, economico e culturale di diffusa illegalità è maturato anche il dramma della Terra dei fuochi. Ma a capirlo furono realmente in pochi. Quando Nunzio Perrella – fratello di Mario, il capoclan della cosca camorristica dei Perrella–Puccinelli, egemone nel traffico di cocaina – decise di pentirsi, non parlò di polvere bianca e nemmeno di piazze di spaccio, ma di rifiuti. A Franco Roberti, all’epoca dei fatti sostituto procuratore, che faticava a capire, disse, lasciandolo di sasso: “Dottò, la munnezza è oro”. Stentammo a crederci. Ma a confermare le dichiarazioni dell’uomo (che in Toscana aveva messo in piedi una vera e propria organizzazione specializzata nello smaltimento di rifiuti di ogni genere, che puntualmente dirottava in Campania) arrivarono pochi mesi dopo i riscontri dell’operazione “Adelphi”, la prima grossa indagine giudiziaria sulle ecomafie, che fungerà da apripista ad altre 81 inchieste – tante ne ha censite Legambiente nel periodo 1991-2013 – aperte in Italia per traffico di rifiuti.
Prima, però, c’erano stati numerosi sequestri sospetti. A dir poco singolare è il caso di un intero convoglio di containers in cui erano state stipate quasi tremila tonnellate di scorie tossiche, scoperto dai carabinieri, a febbraio del 1991, allo scalo merci della stazione centrale di Napoli. Qualche giorno prima – il 4 febbraio – un camionista italo-argentino, Mario Tamburrino, era stato investito dal contenuto di alcuni dei 571 fusti che stava scaricando per essere interrati nelle campagne poste a confine tra i Comuni di Villaricca, Giugliano, Marano e Quarto di Napoli. Barili che l’uomo aveva preso in consegna all’Ecomovil di Cuneo, un’azienda specializzata nello smaltimento di rifiuti tossici. Il liquido, una sostanza fortemente corrosiva, rese Tamburrino quasi del tutto cieco. Sostenere quindi che già trent’anni fa il traffico di rifiuti rappresentasse per le mafie il core business di un affare che, secondo l’ultimo rapporto Agromafie sfiora oggi i 14 miliardi di euro, non si è lontani dalla verità.
Lo stesso omicidio di Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, freddati a colpi di kalashnikov a Mogadisco il 14 marzo 1994, potrebbe essere maturato – sostiene Domenico D’Amati, legale della famiglia della giornalista – nel momento stesso in cui la giovane cronista stava “per mettere le mani su una grossa notizia relativa ad un traffico di rifiuti tossici e di armi tra l’Italia e la Somalia”.
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