I signori in rosso
Col cuore nero

di Giovanni Pasàn

I signori in rosso. Maranello, nel cuore dell’Emilia, provincia di Modena, in quella che è diventata la Motor Valley. La zona rossa per eccellenza, dei braccianti che diedero vita al Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna. Partigiani e bandiera rossa. Terra di grandi passioni e di grandi pulsioni, il triangolo della Morte, con le vendette partigiane, le sparizioni misteriose e le rappresaglie post belliche. Gli spasmi e le conseguenze della guerra civile. Emilia, terra di cavallino rampante, terra di Ferrari. Rosso Ferrari. Ma anche Nero Ferrari.

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Enzo Ferrari, Drake

Giovannino Guareschi sosteneva che gli emiliani il 24 luglio del 1943 andarono a letto in camicia nera e si svegliarono, il giorno dopo, il giorno della caduta del Duce, in camicia rossa. E’ l’Italia. Quell’irrefrenabile tentazione di salire sempre sul carro del vincitore. Ha detto Piero Ferrari, altro figlio di Enzo. “ Mio padre si è ritrovato nella seconda metà degli anni Quaranta, a fare l’imprenditore in un ambiente che era in larga misura ostile al libero mercato, alla proprietà privata. Mio padre era un uomo pragmatico. Non condivideva certo la linea de “l’Unità”, non era certo un sostenitore della dittatura del proletariato e ha sempre visto nel Pci un avversario. Ma c’erano avversari con i quali era opportuno cooperare lealmente. E questo fece, con serenità. Mantenendo la sua indipendenza di giudizio, la sua autonomia di pensiero. Ma mio padre aveva esigenze pratiche che richiedevano l’appoggio, chiamiamolo così, dei sindacati…”

Enzo Ferrari

Enzo Ferrari

Enzo Ferrari era stato anche condannato a morte nel 1943 dai Gruppi armati partigiani. La storia è raccontata nel libro “Ricordando Altavilla: l’uomo che salvò la vita ad Enzo Ferrari”, che altro non sarebbero che dal diario di Giuseppe Zanarini, il partigiano “Altavilla”, stretto collaboratore di Umberto Terracini, che fu presidente dell’Assemblea costituente.

Carlo Benzi, conosciuto come il “ragioniere” di Ferrari ricorda così. “ Era il novembre 1943, giorni impossibili, c’erano grosse tensioni e non tutto era sotto controllo, c’erano molte teste matte in giro. Una ex guardia giurata informò Ferrari che lui ed Orsi sarebbero stati fatti fuori perché ritenuti degli approfittatori. La condanna di morte era dei partigiani. Arrivò anche una lettera di minacce.  Sta di fatto che il 27-28 novembre ci fu una irruzione di partigiani comunisti nel fondo Fontanile, di fronte allo stabilimento, dove era sfollato Enzo Ferrari. I partigiani dicono di stare chiusi in casa e di non preoccuparsi di nulla. Nella notte si sentirono alcuni spari e poi nulla più. Alla mattina i partigiani dicono a Ferrari: è tutto a posto, è tutto finito'”.

L’esecuzione era stata sventata grazie all’intervento di “Altavilla” ed al pagamento di un riscatto di 500.000 lire.

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Enzo e Dino Ferrari

I signori in rosso dal cuore nero. Recentemente a rilanciare l’argomento un ricordo di Pietro Cerullo, storico dirigente romagnolo del Movimento Sociale italiano. “Nel 1956 ricoprivo la carica di segretario provinciale giovanile del MSI. Il 30 giugno si ebbe notizia della morte di Dino Ferrari, primogenito del Commendatore, da tempo malato di distrofia muscolare  Fui chiamato al telefono dalla segreteria della “Ferrari” ed invitato ad un incontro nella sede di Maranello. Appena giunto fui introdotto alla presenza del mitico Enzo Ferrari. L‘avevo già visto in città, anche perché da tempo frequentavo il Caffè Ristorante ” La Fontana “, in Largo Bologna, ritrovo dei piloti della sua scuderia, che alloggiavano all’Hotel Reale, sul lato opposto della piazza.Avevo confidenza con Ascari, Musso, Castellotti, Perdisa… Ero emozionato e perplesso circa i motivi dell’incontro. Che cosa potrà volere da me? Mi disse subito che adempiva un desiderio del figlio, Dino, mi rivelò, avrebbe voluto da anni iscriversi al Msi; vi aveva rinunciato per riguardo all’Azienda, nel cuore della Romagna rossa e comunista e del clima politico di quegli anni.

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Dino ed Enzo ed un motore Ferrari

Dino, però, prima di morire aveva espresso un desiderio: essere sepolto con indosso la camicia nera e di avere al funerale il labaro del raggruppamento giovanile missino.  E così, il Labaro dei giovani missini di Modena, intitolato alla Dalmazia e all’Istria, scortato da me e da altri numerosi giovani militanti, accompagnò il feretro di Dino Ferrari. Un funerale fascista nel cuore della Romagna comunista, senza, in verità, un segno ne’ una voce di dissenso. Niente di niente. La potenza di quel nome, Ferrari”.

Ferrari F40

Un tempo la Ferrari era nera. Poi negli anni venti l’organizzazione che guidava l’automobilismo e che poi sarebbe diventata la Fia, impose uno schema prestabilito, un colore ad ogni nazione. Il rosso toccò all’Italia il blu  alla Francia, l’argento alla Germania, il bianco ed il blu agli Stati Uniti, il verde alla Gran Bretagna. Solo un anno le Ferrari non vestirono il classico rosso fuoco, nel 1964 quando per protesta contro la Federazione italiana automobilismo, (che non l’aveva tutelato in una vertenza con l’organismo internazionale) e gareggiarono con auto bianche con una striscia blu. Poi arrivarono gli sponsor e cambiò il mondo.

 

 

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