di Eduardo Palumbo
Se n’è andato da qualche giorno Michele Ferrero, un grande uomo. Meglio dirlo subito. Un uomo dolce e geniale, l’inventore della cioccolata da spalmare sul pane, la Nutella. Un imprenditore dal volto umano, un rapporto speciale con i suoi dipendenti, mai un’ora di sciopero nelle sue aziende. Il signor Michele, lo chiamavano i suoi dipendenti.
“Un grande italiano, una storia incredibile di talento, territorio e valori umani” ha sottolineato Renzi che dopo aver presenziato ai funerali ad Alba, è andato allo stabilimento di Mirafiori di Torino, dove l’aspettavano l’ad Fca Sergio Marchionne e il presidente John Elkann. Renzi ha potuto vedere in anteprima i modelli che saranno lanciati sul mercato, in particolare la Maserati Levante, primo Suv del marchio del Tridente. Una visita che è stata una sorta di spot per la nuova Fiat Chrysler Automobiles (Gran Bretagna come sede fiscale e Olanda come sede legale) ed un vero e proprio endorsement per Marchionne, l’uomo col pullover. “Sono gasatissimo dai progetti di Marchionne. La Fiat fino a 10 anni fa era cotta e decotta poi però si è comprata una delle principali realtà automobilistiche americane”. Anche questo è vero, almeno per quello che appare, è così. Niente da dire. Ferrero e Marchionni, due imprenditori, due “grandi italiani”.
Però, c’è un però. Innegabile, incontrovertibile. Della Valle li ha definiti i furbetti cosmopoliti, e cioè di tutti quegli imprenditori che vivono al di fuori dall’Italia, che hanno la residenza e pagano le tasse da un’altra parte. Marchionne, ha la residenza fiscale a Zug, in Svizzera. Ferrero l’aveva a Montecarlo, nel Principato di Monaco. Tutto regolare, tutto legale, sia chiaro. Ma il discorso è diverso.
“Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto” disse più di duemila anni fa l’apostolo Paolo ai cristiani di Roma. La grande imprenditoria italiana è tutta con un piede qua ed uno all’estero. Ci sono personaggi che influenzano il dibattito politico, criticano, fanno i moralisti, “vivono” e sbugiardano l’Italietta dei grandi evasori, ma poi le tasse le pagano da un’altra parte. La dove si paga di meno, tutte risorse sottratte al Paese. Tutta gente che scappa dall’Inferno delle tasse italiane, si dirà. E possiamo anche essere d’accordo. Ma allora quelli che non si sono trasferiti con le loro aziende all’estero, che pagano le loro tasse qui, che a volte non ce la fanno, non ce la possono fare, siamo sicuri siano da sbattere in galera senza se e senza ma, siamo sicuri che l’unica strada sia il pugno di ferro, che bisogna sbugiardarli come il peggio del peggio?
I veri paradisi sono i paradisi perduti, diceva Marcel Proust. Solo di recente Carlo De Benedetti, ha trasferito la sua residenza da Sankt Moritz a Dogliani, provincia di Cuneo. Decisione più o meno coincisa con l’abbandono di tutte le cariche all’interno della Holdig di famiglia la Cir. E non è un caso. Ora gli resta solo la tessera numero 1 del Pd.
Paradiso e paradiso fiscale. C’è sempre una doppia moralità che accompagna la vita in Italia. Ed allora se sono settemila i conti bancari degli italiani “scoperti” in Svizzera (da Gino Paolo a Ornella Vanoni, una coppia anche nell’evasione, dallo stilista Valentino a Valentino Rossi e così via…), sono settemila anche gli italiani residenti a Montecarlo italiano, dove il sistema fiscale del Principato di Monaco non prevede la tassazione diretta dei residenti. Unica eccezione: i cittadini francesi residenti dopo il 1957 sono soggetti al sistema fiscale francese. L’ordinanza che ha abolito le tassazioni dirette risale al 1869, e porta la firma del Principe Carlo III. La legge specifica che nessuna tassazione è possibile sui patrimoni personali dei residenti “qualsiasi origine essi abbiano”. Per quanto riguarda le società, dal 1° gennaio 1963 sono tenute a pagare una tassa sul profitto allorché il fatturato deriva per almeno il 25 per cento da operazioni compiute al di fuori del territorio monegasco. L’imposta è del 33 per cento sull’utile.
Il trenta per cento dei depositi monetari monegaschi è di italiani. Solo qualche nome, c’erano Pavarotti e Mike Buongiorno, c’è Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, Max Biagi, Capirossi, Ezio Greggio, Umberto Tozzi di quelli che si vedono in giro. Ma dopo la vicenda Pavarotti-Fisco (chiusa col pagamento di 25 miliardi) nel Principato molte cose sono cambiate. Molti sono andati via, molti lo stanno facendo, alal ricerca di altri paradisi fiscali. Soprattutto dopo che Montecarlo ha detto addio al segreto bancario aderendo all’entrata in vigore della convenzione Ocse sulla cooperazione fiscale, il che in parole povere vuol dire che dal 2018 (ma con effetto retroattivo fino al primo gennaio 2015) i correntisti non saranno più al riparo dagli occhi indiscreti delle autorità del proprio Paese di origine.
Ed dopo una decina d’anni di trattativa e mediazioni è stato raggiunto finalmente un accordo fra Italia e Svizzera che di fatto pone le condizioni per la fine del segreto bancario e che consente agli elvetici di uscire dalla black-list fiscale-finanziaria permettendo ai contribuenti italiani che intendono avvalersi della voluntary disclosure di beneficiare di condizioni migliori in termini di anni da sanare e di oneri da sostenere.
Altro discorso, ma non certo diverso, è quello dei gruppi finanziari con i quali il Fisco italiano ha ingaggiato da tempo una serrata verifica sulle residenze estere. Verifiche che spesso si sono concluse con transazioni milionarie. Basta guardare il mondo della moda, per capire come sono andate le cose. Grazie alla “voluntary disclosure” a fine 2013 le holding estere di famiglia di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli hanno versato circa 420 milioni di euro per rientrare in Italia, Giorgio Armani ha versato al Fisco 270 milioni per chiudere ogni contestazione sulle società all’estero e così anche la maison Bulgari per 42 milioni. Italiani, brava gente…













