di Eduardo Palumbo
“Afflitto da un complesso di parità. Non si sente inferiore a nessuno (Ennio Flaiano)”.
Promesse, proclami, scommesse, annunci. Non stiamo parlando di Josè Mourinho, ma più semplicemente, di Matteo Renzi. E c’è una piccola sostanziale differenza. Number one quello dice spesso lo mantiene, il Premier dati alla mano, meno, molto meno…
L’ultima promessa è di quelle che regalano il sorriso. “Basta sacrifici per gli italiani… Dobbiamo continuare sulla strada delle riforme perché dopo tanti sacrifici, e gli italiani ne hanno fatti anche troppi, è arrivato il turno della politica.” Però poi si scopre che negli ultimi cento giorni la pressione fiscale ha superato la soglia del 50 per cento; che è stata reiterata la legge per cui chi guadagna oltre i 250 mila euro all’anno deve versare un contributo aggiuntivo del 3 per cento rispetto alle tasse normalmente pagate e che dall’inizio dell’anno è stata aumentata l’addizionale regionale Irpef. Insomma una cosa sono gli annunci, altri i fatti.
“Renzi soffre di annuncite esattamente come ne soffriva anche Berlusconi” ha sentenziato Massimo D’Alema. Certo, è vero, D’Alema ha il dente avvelenato con Renzi, ma non ha tutti i torti.
Un piccolo passo indietro. Matteo Renzi, il rottamatore, come primi impegni aveva quello di svecchiare il Paese, cambiare classe dirigente, scardinare il fortino della Pubblica amministrazione, aggredire l’emergenza economia, attuare a colpi di austerity la tanto decantata Spending review. Eppoi tutto è stato accelerato affinché si potesse con il mitizzato semestre di presidenza italiana Ue, raccogliere una serie di risultati concreti per il Paese. Bilancio? Lasciamo perdere.
E ora siamo arrivati ai conti, senza trucco e senza inganno. Almeno così dovrebbe essere. Col Def, che però ancora non c’è, “non ci saranno tagli, né aumenti”. L’ennesimo proclama di Matteo Renzi. Ma è davvero così? Di certo bisogna trovare 21 miliardi, quisquilie. A sentire gli enti locali è solo un bluff, perché sei il governo fa la parte del buono toccherà ai Comuni fare i cattivi e tassare e tagliare. “Dal 2010 ad oggi, tra taglio dei trasferimenti e patto di stabilità, i Comuni hanno fatto sacrifici per 17 miliardi di euro”, ha accusato Piero Fassino, sindaco di Torino, presidente dell’Anci (l’associazione dei comuni, piddino e renziano. E questo nonostante incidano poco sia sul totale del debito pubblico (il 2,5 per ) sia sull’intera spesa pubblica (il 7,6 per cento). Già visto. Brutti, sporchi e cattivi saranno i Comuni a vedere come fare, aumentando le tasse, tagliando i servizi, incrementando le multe: se la dovranno vedere da soli.
E sulla stessa linea anche il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino, anche lui piddino ed anche lui renziano. “Nel 2014 le Regioni hanno tagliato 5,5 miliardi di euro. Un miliardo e settecento di tasse nazionali che serve a garantire il monte stipendi dei dipendenti. Al contrario, noi avremmo bisogno di garanzie di segno opposto: il taglio di 2,2 miliardi del fondo sanitario che abbiamo accettato per quest’anno non potrà essere replicato per il prossimo, a meno di non ridurre le prestazioni. Credo che ci siano amministrazioni centrali dello Stato che potrebbero forse contribuire maggiormente alla riduzione delle spese”.










