di Eduardo Palumbo
Prendiamo schiaffi da tutte le parti, ma quale posto al tavolo dell’Europa che conta. Renzi continua a fare la voce grossa, dal Ghana continua a dare lezioni, ad indicare strade. “Le polemiche lasciano il tempo che trovano, noi siamo l’Italia e ogni anno mettiamo 20 miliardi sul piatto di Bruxelles, avendo indietro, molto meno, 11 miliardi. Vogliamo lavorare ma non prendiamo lezioncine da nessuno dei nostri amici europei. È finito il tempo in cui l’Europa ci dice cosa dobbiamo fare. Per risolvere problemi complessi non basta fare un comunicato stampa.”
Parole dure ma al vento. Ma ormai inutilmente ripetitive. Renzi appare sempre più solo. La posizione di grande, estremo disagio dell’Italia, è sotto gli occhi di tutti. E non è più una questione della Commissione Europea, insomma non è più solo l’attrito forte con Junker.
E così torna alla ribalta Manfred Weber, presidente dei deputati europei del Ppe e, questa volta, allarga il suo concetto anche al fronte socialista. “Anche i commissari socialisti, penso a Moscovici, constatano che non ci sono più ulteriori margini per maggiore flessibilità. Sarebbe auspicabile da parte di tutti prendere coscienza dello stato dei fatti. Juncker ha inviato una lettera a Renzi per ricordargli gli obblighi europei: spero che sia arrivata a destinazione. La Commissione europea negli ultimi anni ha dato massima flessibilità.” E ancor più duro lo stesso Pierre Moscovici (il Commissario Ue all’Economia. “C’e una cosa che non capisco: il perché sui dossier di bilancio siamo in una controversia con il governo italiano, quando l’Italia è già il paese che beneficia di più flessibilità, rispetto al resto della Ue. Poi la discussione proseguirà, ma non si può senza sosta aprirne di nuove, di discussioni sulle flessibilità”.
Insomma una dopo l’altra Bruxelles chiude inflessibile tutte le porte a Roma, senza lasciare un minimo spiraglio. Si dirà: l’Unione Europea mantiene la barra dritta, non deroga nei confronti di nessuno. Ed, invece, non è così. Anzi. Basta vedere l’atteggiamento che hanno avuto nei confronti dell’Inghilterra. Come è noto subito dopo l’estate il governo di Cameron in documento aveva presentato le sue richieste all’Unione europee. In sintesi: la possibilità di chiamarsi fuori dalla clausola dei Trattati che prevede la partecipazione a un’Unione “sempre più stretta”; la rivendicazione di un maggiore ruolo dei parlamenti nazionali; la sospensione di quattro anni prima del pieno accesso ai benefici dello stato sociale per un cittadino non inglese e il formale riconoscimento che il mercato unico è multivalutario.
Richieste che, in un modo o nell’altro, sono state tenute in gran conto. Nella bozza bozza di intesa tra Gran Bretagna e Unione Europea fatta circolare (dovrà essere approvata dal vertice europeo del 18 e 19 febbraio) si spiega tra l’altro che ” Londra non sarà obbligata a una integrazione politica maggiore” e che rispetto alla sussidiarietà, gli Stati membri potranno “interrompere la presa in esame di una proposta legislativa europea se un certo numero di Parlamenti nazionali si oppone”
Ed ancora: il denaro dei contribuenti britannici non potrà mai essere usato per sostenere l’Eurozona così come la sorveglianza sulla istituzioni finanziarie dei paesi fuori dall’Eurozona resta una questione nazionale. Così la validità del “cartellino rosso” per la sovranità: la facoltà cioè con la quale i parlamenti nazionali che rappresentano più del 55 per cento dei voti del consiglio Ue potranno porre il veto sulle leggi europee. Insomma massima disponibilità nei confronti gran Bretagna. Lo spettro della Brexit mette i brividi e si fa di tutto per accontentare Downing Street. Già, proprio come avviene con Palazzo Chigi.










